«Le ore blu» di Fiorenza Licitra

Non leggo mai narrativa contemporanea — giusto qualcosa in quel mese di pigrizia che sono le mie vacanze, dove forse la pigrizia è più catalessi che altro e leggere Cornwell o Crichton mi scuote un po’ dal torpore. Forse sono un po’ più attenta alla poesia, anche se ne vedo poca in giro e finisco per estenuarmi su quella già nota, alla ricerca di nuovi brividi e nuovi significati (ricerca, va detto, che diversamente da altre non è mai vana).

Ma l’altro giorno mi è capitato per le mani questo librino di Fiorenza Licitra che vorrebbe essere di racconti brevi e che invece è di poesia, appunto. Non “poesie”, cioè componimenti in versi eccetera (lo potete trovare scritto in qualsiasi vocabolario) — poesia, al singolare, e forse ci vorrebbe la maiuscola come si fa quando si parla di Storia per distinguerla dalle singole storie.
Perlomeno è questa l’impressione che ne ho ricavato io, leggendo queste pagine che hanno a tratti il sapore antico di Cola Pesce e del Cunto de li cunti, dall’andamento lento e incantatore che all’improvviso ti folgora frantumandosi in schegge di quello che hai sempre saputo ma non hai mai saputo dire — «una storia per vegliare e una per far castelli», «avevo cercato la sua bocca per imparare meglio i suoi occhi», «certi doni non si lasciano afferrare», «un amore impossibile, il più lungo di tutti»… E potrei continuare, ma finirei per trascriverle tutte una dopo l’altra, queste calligrafie emozionanti che Hiroshige invidierebbe, e che Fiorenza Licitra traccia fluidamente con rara incisività.

Purtroppo non sono capace di fare critica letteraria: non conosco le formule e non son brava a dire agli altri quello che devono o non devono fare. Così mi limito a leggere e a concludere, con la semplicità dei bambini quando assaggiano un piatto nuovo, “mi piace” o “non mi piace”. Che siano gli altri a scervellarsi sulle forme e i modi dello scrivere in prosa o in versi, a interrogare o a ipotizzare.
Io mi accontento di dire che questi racconti-che-non-chiamerei-racconti li ho letti d’un fiato, e graditi parecchio per quella loro consistenza come di garza, un velo fra la realtà che appare e la realtà che è. Forse, come la bellezza, anche la realtà è negli occhi di chi guarda.

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