PdL, FN, la corazzata Potemkin e (da qualche parte) le nostre radici

Un amico che non vive da queste parti mi scrive chiedendo lumi sulla situazione a Milano dopo i noti fatti di viale Padova, e vuol sapere che penso delle manifestazioni organizzate il 16 febbraio dal Pdl e il 20 febbraio da Forza Nuova.

Alla prima domanda rispondo “che ne so?”; non gli piacerà e non mi crederà.

Alla seconda domanda, ribatto evocando il giudizio immortale di Fantozzi sulla Corazzata Potemkin (film che a me per la verità piace, ma qui interessa la forma dell’espressione, e non il contenuto).
Naturalmente sarebbe da idioti o da irresponsabili negare che l’immigrazione in Italia oggi sia un problema. Ma è da idioti o da irresponsabili pensare di poter risolvere qualcosa con manifestazioni come quelle citate.

Si denuncia a gran voce l’impatto disgregatore che l’immigrazione ha sul tessuto sociale: ma è imperativo chiedersi di quale natura sia questo tessuto.

Fu nel 1887, mi pare, che il sociologo tedesco Ferdinand Tönnies scrisse il suo saggio fondamentale e classico Gemeinschaft und Gesellschaft.
In esso Tönnies teorizzava l’esistenza di due diverse forme (Normaltypen) di organizzazione sociale, nettamente distinte e anzi opposte, l’una costituendo a pieno titolo la negazione dell’altra per presupposti e finalità.
La Gemeinschaft è la comunità o “società organica”, il gruppo coeso sulla base della partecipazione e della responsabilità personale nei confronti del gruppo stesso, i cui valori fondanti sono quella che potremmo chiamare “solidalità” (una cosa un po’ diversa dalla solidarietà) e il senso di appartenenza. Il rapporto esistente in questo modello di associazione è di tipo immediato.
La Gesellschaft è la società di tipo utilitaristico, basata sullo scambio e sul meccanismo di do ut des, in grazia del quale si crea una rete di dipendenze economiche (il termine va preso nel suo senso più ampio) che dà origine a rapporti artificiali.
Come spiega bene lo stesso Tönnies, sia nella comunità che nella società vediamo aggregati di esseri umani che vivono (più o meno) pacificamente gli uni accanto agli altri: «Però, mentre nella comunità essi restano essenzialmente uniti nonostante i fattori che li separano, nella società restano essenzialmente separati nonostante i fattori che li uniscono».

Ora, dov’è che viviamo noi oggi? In una comunità, in una civitas partecipativa e fondata sull’appartenenza nazionale, o non piuttosto in una gabbia convenzionale di sudditanza eterodiretta? Perché nel primo caso non avremmo di sicuro i problemi legati all’immigrazione che abbiamo incontestabilmente oggi, e soprattutto non sentiremmo minacciata la nostra identità. Nel secondo caso, in cui il Paese è diventato “l’azienda Italia” (ricordate Berlusconi nel 1994?), la percezione dei punti fermi che fanno di noi degli “italiani” è così confusa, e quei punti fermi sono in realtà così fluttuanti che ogni contatto con ciò che è al di fuori dell’azienda ci destabilizza profondamente.

Questo sembra essere il nodo della questione. Allora non resta che scavare dentro noi stessi e dentro la nostra storia (recente e remota) per individuare e recuperare le radici culturali e civili della terra che sono in molti a voler chiamare ancora patria. Soltanto così si avrà il diritto di dichiararsi preoccupati per i guasti dell’immigrazione incontrollata, insieme al dovere di sanare quei guasti e di salvaguardare i nostri confini.

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