24 marzo 2010: trent’anni fa, l’assassinio di mons. Romero

Il vortice dei tempi ultimi e degli ultimi giorni mi ha impedito di ricordare che il 24 marzo è caduto il trentennale dell’assassinio di mons. Oscar Romero. Rimedio come posso, postando qui sotto il pezzo che gli dedicai qualche anno fa, e al quale non ho nulla da aggiungere.


Che silenzio in quel cuore…

Mi sono sempre chiesta cosa stesse a significare quella “A.” fra nome e cognomi: Oscar A. Romero Galdamez. Ora so che sta per Arnulfo ossia Arnolfo — come Arnolfo di Cambio o Arnolfo di Carinzia, mi viene da pensare. Il primo seppe coniugare il nuovo e l’antico in una sua visione geniale, e il secondo fu re d’Italia e poi, brevemente, imperatore unendo i molti nell’uno. Bel nome, bella scelta in quel 15 agosto del 1917.
Eppure, guardandolo entrare in seminario nel 1930, forse i genitori avranno pensato che l’abito talare fosse un buon modo per non restare vaso di coccio tra vasi di ferro: e infatti Oscar Arnulfo fa carriera nelle gerarchie ecclesiastiche, tanto da essere nominato arcivescovo di San Salvador, il 3 febbraio 1977. Un arcivescovo che piace molto alle istituzioni, bisogna dire: mons. Romero è uomo d’ordine, contemplativo, tranquillo ai limiti della pusillanimità — insomma il classico tipo che non dà fastidio a nessuno. E così il suo nome si aggiunge presto alla lista degli “amici” del colonnello Arturo Armando Molina di professione dittatore e poi presidente: tutti esponenti dell’oligarchia salvadoregna, poche decine di famiglie che si dividono le terre dello Stato e fanno il bello e il cattivo tempo.
Come ricorda il gesuita padre Carranza in un’intervista del 1994: «quando in America Latina eleggono un arcivescovo, eleggono quello che rappresenta: magistratura, oligarchia, istituzioni, militari… Oscar Romero era un conservatore. La Chiesa era contenta, le istituzioni erano contente». E incalza Francisco Estrada, rettore dell’UCA – Università del Centro America: «Oscar Romero era un anticomunista, un conservatore: ci attaccò duramente, stava dalla parte dei ricchi, condannava il marxismo e ci accusò pubblicamente sul giornale, cosa molto pericolosa per quei tempi. Attaccava la teologia della liberazione…». Non c’è da dubitarne: mons. Romero, che ha sempre giudicato con arcigna severità la battaglia sociale intrapresa dai gesuiti in favore dei sindacati, è profondamente convinto che l’università non sia altro che «un centro di attività comuniste».
Ma a lui, in fondo, poco importa: a Roma, studente presso la Pontificia Accademia di Teologia, prediligeva san Giovanni della Croce — uno fra i massimi maestri e testimoni della mistica cristiana. Servire Dio e pregare, insomma: questo è ciò che gli ha permesso di divenire arcivescovo, e tanto gli basta — o almeno così crede.

Un posto chiamato Aguilares

Poi succede qualcosa. Oscar Romero è arcivescovo da poco più di un mese quando, alle 20 in punto di sabato 12 marzo 1977, il presidente Molina gli telefona per dargli “un’orribile notizia”: in un posto chiamato Aguilares, a nord della capitale, un prete anzi il parroco è stato ucciso da “estremisti di sinistra”; insieme a lui, due persone che lo stavano accompagnando. Ma le pallottole rinvenute nelle carni delle vittime sono state sparate dalle armi utilizzate dai “corpi di sicurezza” — accattivante eufemismo per indicare i famigerati “squadroni della morte”. E il parroco assassinato non è un poveraccio qualsiasi — è il gesuita padre Rutilio Grande, già docente presso il seminario di San José de la Montaña, dove mons. Romero, all’epoca segretario della Conferenza episcopale del Salvador, l’aveva conosciuto nel 1967. L’amico di allora, l’amico di quei dieci anni, è la vittima di adesso.

Gettare il cuore oltre l’ostacolo

Quel mistico, san Giovanni della Croce, paragonava la luce di Dio a quella del sole — che se lo si guarda senza schermo sembra una gran macchia nera, e il cui fulgore acceca invece di rischiarare.
Si è detto che i fatti di Aguilares furono, per Oscar A. Romero, la luce che all’improvviso squarcia il buio, la “conversione” — Romero non amava molto questa parola, e parlando di Aguilares preferiva dire di aver sempre voluto seguire il Vangelo, anche senza sapere dove il Vangelo lo avrebbe condotto. Vangelo, fato, illuminazione, coscienza — chiamatelo un po’ come volete quel brusco soprassalto dell’anima che mise in moto anche il cuore del prelato fattosi finalmente uomo.
Un uomo, si badi, impaurito: Oscar A. Romero non nascose mai a sé e tantomeno agli altri la profonda paura che era divenuta sua compagna quotidiana dal momento in cui aveva deciso di assumersi la cura dei suoi fedeli anche a costo della vita. Ma la consapevolezza che la porpora non avrebbe potuto nulla contro le pallottole che il “fascista” (!) Roberto d’Aubuisson teneva in serbo per lui, e che il suo sacrificio non avrebbe cambiato di molto la lunga storia dell’oppressione capitalista statunitense in America Latina, non gli fecero cambiare idea. Animato da un coraggio pari soltanto all’amore per la sua gente, Oscar A. Romero si preparò alla battaglia come un uomo in armi, sfidando in perfetta serenità l’oligarchia salvadoregna, il governo degli Stati Uniti e l’indifferenza di quella Chiesa cui pure si era votato (all’epoca fu il cardinale Ratzinger, oggi pontefice, a pronunciare una dura condanna contro la “teologia della liberazione”, alla quale Romero fu accusato di appartenere).

Punto di non ritorno

Il 13 marzo 1977, a poche ore dalla morte di padre Grande, mons. Romero annuncia ufficialmente che non parteciperà ai colloqui privati fra vescovi e presidente finché non sarà fatta luce sull’omicidio, finché i preti espulsi non rientreranno in patria, e finché la repressione non avrà fine.
Il presidente Molina, l’oligarchia e le istituzioni non credono alle loro orecchie: chi è questo temerario che osa sfidarli, e che fine ha fatto il fido arcivescovo amico dei potenti? È chiaro che ormai Oscar Romero ha scelto, e ha firmato la sua condanna a morte. Lo sa, e se l’aspetta. Ma non esita a continuare per la sua strada, perché adesso (e lo scrive nel suo diario) vede «con chiarezza che l’anticomunismo, fra di noi, molte volte è l’arma che usano i poteri economici e politici per continuare le loro ingiustizie sociali e politiche».
Non dura molto, la lotta dell’arcivescovo — tre anni dopo i fatti di Aguilares, mentre dice messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza a San Salvador, mons. Romero viene assassinato. Sono le 18,26 del 24 marzo 1980: è il momento dell’elevazione dell’ostia, e una pallottola centra il celebrante giusto al cuore. La simbologia è appropriata, ma è impossibile dire se sia un caso oppure un segno.
Il resto è cronaca frettolosa, sepolta negli archivi della Cia, e persino alla NSA — l’agenzia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti — non ne sanno nulla. Come da copione…

[La versione originale di questo scritto si trova in “Orion” n. 258, marzo 2006, nella rubrica “Spazio Dumas” – “A colpi di cuore”]

2 Comments on 24 marzo 2010: trent’anni fa, l’assassinio di mons. Romero

  1. per MICHELE
    ————————————–
    Grazie a Lei per l’apprezzamento.
    Mi ha sempre colpito la figura di Oscar A. Romero: un uomo che ha avuto il coraggio di affrontare la paura per testimoniare non solo e non tanto la sua fede, ma la sua sete di giustizia.
    Buona giornata

    a.c.

  2. bell’articolo. un grande uomo. grazie

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  1. In ricordo di mons. Oscar A. Romero | Caos scritto

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