"Emergency", i suoi detrattori e una strana idea di Stato

Bloccati anche loro dalla nube prodotta dall’eruzione del vulcano Eyjafjjoell, gli operatori di “Emergency” continuano ad essere al centro di polemiche per la verità piuttosto sterili, dal momento che si continua a parlare senza sapere bene come stiano le cose.
Infatti si è aperto un fuoco di fila contro i tre a causa della loro presunta dichiarazione (prima non verificata e poi puntualmente smentita) di non voler usufruire dell’aereo messo a disposizione dall’Italia per il rientro. Apriti cielo. «Lo Stato li ha salvati, e loro si permettono di rifiutare l’aereo di Stato» — ecco il commento indignatissimo che ho sentito in molteplici versioni, e che mi viene da commentare a mia volta come segue.

Per la verità, l’aereo messo a disposizione è un aereo di quello Stato che, prima ancora di sapere cosa fosse realmente accaduto, per bocca del ministro Frattini ha preso recisamente le distanze dall’organizzazione e anzi, per bocca del sempre loquace senatore Gasparri, ha dichiarato “Emergency” «una vergogna per l’Italia». Ora, alla luce di come si sono svolti gli avvenimenti, mi piacerebbe sapere dove sono le scuse del ministro e del senatore. Io non le ho lette da nessuna parte, e se le hanno fatte a voce e in privato io non ne ho notizia.

I detrattori di “Emergency” (che ci sono sempre ma che in questa occasione si sono fatti un preciso dovere di sparare a zero su realtà che non conoscono) dimenticano che tutelare i propri cittadini non è una graziosa e sporadica concessione da parte di uno Stato capriccioso e talvolta magnanimo: è esattamente ciò a cui hanno diritto i cittadini in virtù del contratto sociale — io pago le tasse allo Stato, ne riconosco la legittimità e ne accetto le leggi; e lo Stato mi garantisce sussistenza e sicurezza.
Se lo Stato di cui sono cittadina mi tratta da delinquente a prescindere e soltanto in un secondo momento, dopo avermi cagionato disagi di cui avrei fatto volentieri a meno, mi tira fuori dei guai adempiendo con colpevole ritardo a un suo preciso dovere, mi riservo la facoltà di tenergli il broncio e di non voler giocare con lui almeno per un po’.

Ma i detrattori rincarano: «Lo dicano chiaramente che si occupano di politica: faranno anche buone cose all’estero, ma in Italia fanno schifo».
Eh no, signori. Lo Stato non è il governo. Non è che io posso smettere di pagare le tasse se va al potere un’amministrazione che non mi aggrada. Allora lo Stato — e non il governo — fa il piacere di tutelare i suoi cittadini anche se gli stanno antipatici. Altrimenti finisce che non si gioca più davvero. E magari, come suggeriva un vecchio saggio cinese, “chi ti dice che sarebbe un male?”

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