Un aprile che non finisce, e un passato che non passa

In questi giorni d’aprile, come ti muovi sbagli.
Qualunque cosa si dica o si faccia, salta sempre su qualcuno a farti un processo alle intenzioni — e meno male che ci si limita a quello. Non che la cosa non succeda tutto l’anno, sia chiaro: ma in questo periodo è più frequente e anche più scontato, va’. Se non temessi di apparire troppo dissacrante, citerei volentieri Pietre di Antoine.
Fatto sta che il clima non è dei migliori — e non parlo di quello atmosferico, che pure dà da pensare. Così, so già che se parlassi di Sergio Ramelli o di Alberto Brasili scontenterei comunque qualcuno: e allora lascio stare.
Invece preferisco riflettere sul fatto che a 65 (ses-san-ta-cin-que) anni di distanza dalla conclusione della seconda guerra mondiale ci sia ancora gente disposta a scannarsi (metaforicamente, ma sospetto che lo farebbe volentieri in real life) su dicotomie vetuste come fascismo/antifascismo e comunismo/anticomunismo— come se non fossero categorie ormai consegnate alla storia, come se non fossero fenomeni ormai conclusi, come se il muro di Berlino non fosse caduto e la guerra fredda non fosse finita e le Twin Towers non fossero crollate.
In tutta onestà, oggi come oggi (e per la verità da un quarto di secolo almeno) non riesco a vedere un pericolo nel fascismo o nel comunismo o nei loro contrari o corollari eccetera eccetera. I pericoli sono altrove: e il bello è che sono così macroscopici che la gente neanche se ne accorge — un po’ come la luce del sole, che se la guardi troppo a lungo invece di rischiarare acceca.
Anzi, quando sento le qualifiche di “fascista” e “comunista” affibbiate a persone di cui non farò i nomi perché ne rigurgitano già i media d’Italia — quando sento questo, non riesco neanche più a innervosirmi. Mi viene da ridere — dio mi perdoni, con tutto il rispetto per il sangue copiosamente e generosamente versato dall’una e dall’altra parte, e che sembra essere scorso via come acqua sulle piume di un’anitra.
Tutto questo avvitarsi su di un odio non più generazionale ma generato da un’ignoranza cupa e dall’ottuso incancrenirsi su schemi ridotti a gusci vuoti mi fa un’immensa tristezza — pari soltanto all’immensa rabbia che mi monta dentro quando leggo e sento di maestrini che non sono né buoni né cattivi, ma soltanto stupidamente funzionali al mantenimento dell’Italia nel suo status non già di nazione sovrana (come dovrebbe essere e come non è più da un pezzo) bensì di colonia americana. E se penso che le cose avrebbero potuto andare diversamente (e quanto!), mi viene quasi voglia di mollare tutto — e Valle Giulia sembra ormai così lontana.

1 Comment on Un aprile che non finisce, e un passato che non passa

  1. Quanta ragione hai Alessandra, ma sai che alla maggior parte degli uomini fa paura non avere piu’ certezze…
    Come scrive Jan Cau ne “Il popolo, la decadenza, gli Dei”

    “Voi esitate a seguire chi dice che le sue idee sono avventure di cui non ha pensato -e’ la sua ultima preoccupazione- le interruzioni, le pause, e gli accampamenti. Voi preferite restare seduti in poltrona. Avete ragione. Per credere la posizione seduta e’ buona. Ma c’e’ n’e’ una ancora migliore: in ginocchio”

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