Catturata dal Cigno nero

Compro libri da una vita (e li leggo anche, naturalmente). Il loro numero è inversamente proporzionale a quello dei miei amici, e pur essendo tanto numerosi ognuno di loro mi ha lasciato qualcosa — foss’anche una sola frase, una sola idea, un solo spunto di riflessione. Li compro abitualmente, non solo per le feste comandate o per farmi un regalo.

Ma la cosa più eccitante è quando sono loro a comprare me.

Accade raramente, certo, e loro non usano soldi, è chiaro. Forse sarebbe più corretto dire che mi conquistano, mi catturano, mi prendono — non c’è nessuna firma vergata col sangue, ma il concetto è quello.
In genere succede per puro caso, e in tempi e modi unici. E l’altro giorno è successo di nuovo: in notevole anticipo su un appuntamento (evento per me, più che raro, unico), per ingannare il tempo mi sono messa a fare quattro passi e ho scovato una libreria della quale ignoravo l’esistenza. Mi sono presa tutto il tempo del mondo per scrutare le vetrine (quelle delle librerie e quelle dei negozi di scarpe sono le uniche nelle quali mi perdo, e se non mi ci appiccico è solo per dignità residuale), dalle quali occhieggiavano un paio di testi accattivanti.
Sono entrata a comprarli, ma dopo averlo fatto chissà perché non mi decidevo a uscire, e mi sono fatta un altro giro finché zac! — presa. Lui era lì che mi guardava da uno scaffale neanche tanto in vista, ma la sua presenza era così insistente da imbarazzarmi: e così, senza neanche stare a spulciare l’indice e la bibliografia (lo faccio sempre quando compro un saggio) l’ho acchiappato alla svelta, ho pagato e sono uscita. E sono arrivata in ritardo all’appuntamento, ça va sans dire. Ma ne è valsa ampiamente la pena.

Perché il libro è Il Cigno nero, di Nassim Nicholas Taleb (libro, come si vede, non nuovissimo, ma che mi era finora sfuggito). Più che l’origami in copertina, però, e in aggiunta al fatto che la figura del cigno mi rimanda a un periodo cruciale della mia vita, sono stati il sottotitolo — Come l’improbabile governa la nostra vita — e la dedica — a Benoît Mandelbrot, un greco tra i romani — a stroncare ogni mia eventuale resistenza all’acquisto; visto e piaciuto, insomma.
Mi ci sono tuffata, e ci sono ancora immersa — sguazzo felice tra caso e necessità, antilogica e frattali, asimmetrie e divina ignorantia; e l’aver gettato uno sguardo sia pure fugace alla seconda parte (non ci sono ancora arrivata: le sto centellinando, queste pagine benedette) intitolata “Non possiamo proprio prevedere” mi ha confortato nelle mie convinzioni su quello che io chiamo l’inganno previsionale, e che ho espresso a modo mio proprio qui.

Torno al Cigno nero, mio ultimo livre de chevet (in ordine di tempo, soltanto…). Per adesso sono arrivata all’unico punto fermo (forse) che è il manifesto programmatico di tutti quelli che, come me, sanno soltanto di non sapere — “nessuno sa come stanno le cose”; il mio amico Hamza direbbe invece Allāhu aʿlam — “Dio ne sa di più”. Ma credo che intendiamo la stessa cosa.

2 Comments on Catturata dal Cigno nero

  1. per ANDREA
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    Ma come fai?!?
    Voglio dire, come fai a restare insensibile al grido di dolore che si leva da tanti scaffali di libreria e a lasciare orfani o in balìa di chissà chi tanti poveri e onesti volumi?
    Mi hanno parlato molto bene del Buscaroli, magari prima o poi lo prendo, grazie della dritta ;-)

  2. Vite parallele le nostre…
    I libri venivano a me…
    Ora ho quasi chiuso completamente: non compro praticamente più nulla e osservo angosciato la schiera enorme di compagni di solitudine che ho arruolato nel corso quarant’anni invecchiare con me sugli scaffali di casa.
    Ti consiglio comunque l’ultimo Buscaroli: Dalla parte dei vinti (Mondadori).

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