«Come ammazzare e cavarsela, ai tempi del sindaco Gianni Alemanno»

Lucide ed eccellenti riflessioni (come sempre, del resto) da Kelebek:

Come si fa ad ammazzare in acque internazionali, in gran parte con colpi alla nuca, nove persone che portano aiuti umanitari, e cavarsela?

In genere il trucco consiste nell’invocare l’antisemitismo.[1]

A diversi giorni di distanza dalla strage, l’esercito israeliano fa avere ai media una registrazione fatta di spezzoni che si interrompono bruscamente. Accanto a una frase perfettamente ragionevole detta da una voce femminile, una voce maschile dice “Go to Auschwitz” e un’altra dice qualcosa come, “Noi aiutiamo gli arabi a combattere contro gli americani. Non dimenticate l’11 settembre” – così leggo nella traduzione Ansa, ascoltando l’originale ho solo colto un marcato accento statunitense.

Si tratta della risposta – nel momento decisivo di tutta l’operazione – del portavoce di una flotta di 700 persone, sostenuta dal governo della diplomaticissima Turchia? Oppure si tratta di qualche israeliano che si è divertito con un registratore?

A voi scegliere. Tenendo presente il rasoio di Occam: a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire.

L’altro giorno, un corteo a sostegno dei nativi palestinesi passa nei pressi del ghetto romano.

Alcuni giovani del ghetto – che, ricordiamo, è l’unico quartiere ebraico d’Europa in cui sia rimasta una vivace e per molti versi simpatica componente popolare – escono fuori con bandiere dello stato sionista, gridando, “Israele! Israele!”

I manifestanti rispondono per le rime, come è d’uso in questi casi.

Un episodio banale, che viene immediatamente trasfigurato: sopprimendo il piccolo dettaglio dei tifosi sionisti (di cui hanno parlato sul momento tutte le agenzie stampa), i manifestanti vengono accusati di aver gridato “assassini!” all’indirizzo del quartiere ebraico.

Ecco che Andrea Ronchi, detto affettuosamente Gollum dai suoi amici, ministro per le Politiche comunitarie, corre al ghetto per esprimere «solidarietà alla comunità ebraica di Roma e allo Stato di Israele in un giorno come questo” e promette di partecipare a una manifestazione, indetta per il 24 giugno dall’Unione ebraica d’Italia, per la liberazione di Gilad Shalit, soldato italiano detenuto a Gaza.

Il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che inizia a somigliare a Napolitano quando sentenzia, dichiara che «è inaccettabile strumentalizzare drammi internazionali per una nuova cultura dell’odio. Ed è difficile non cogliere in questo una radice antisemita, che Roma respinge fortemente». [continua qui]

3 Comments on «Come ammazzare e cavarsela, ai tempi del sindaco Gianni Alemanno»

  1. C’è una “prima assoluta” per gli organi di informazione italiani: ieri, sulla “Stampa”, Barbara Spinelli traccia un realistico quadro dell’impasse in cui si è cacciato Israele, definito come uno stato che da 43 anni “occupa in maniera permanente spazi non suoi, abitati da un popolo che aspira a emanciparsi dal colonizzatore e a farsi Stato. In questi 43 anni Israele ha goduto di uno speciale privilegio, e ad esso si è abituato: era l’unico Paese nucleare della zona, anche se lo negava, e l’atomica costruita nel ’55-58 con l’aiuto francese ha funzionato da deterrente. […] In Israele si parla poco della bomba e della centrale di Dimona. Mordechai Vanunu, il tecnico che lavorava a Dimona e ne rivelò l’esistenza, parlò di 200 testate in un’intervista al Sundey Times del 1986, e venne incarcerato per 18 anni, accusato di alto tradimento. Israele resta una democrazia, ma sull’atomica mantiene un segreto di natura autoritaria. […] Il segreto militare è un paravento forse necessario in passato, ma che ora copre debolezze e gesti di follia politica”.
    Israele è “sempre più ingabbiato dalle inferriate che si è fabbricato. […] Equiparare all’Olocausto l’atomica iraniana e la rottura del monopolio sul nucleare , significa impedire a se stessi correzioni di rotta e sforzi di rilegittimazione”.

    http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/hrubrica.asp?ID_blog=40

  2. Franco Fortini (alias Franco Lattes) si riconosceva completamente nelle posizioni che Isaac Deutscher espresse in una straordinaria intervista rilasciata a ridosso della “guerra dei sei giorni” (il 23 giugno 1967) alla “New Left Review”. Varrebbe la pena che tu la proponessi nel sunto che la vedova, Tamara Deutscher, ne fece per il volume della Oxford University Press con i suoi scritti sull’identità ebraica e la questione israelo-palestinese. In italiano, Mondadori rese disponibile la piccola antologia nel 1969: “L’Ebreo non Ebreo e altri saggi”. Deutscher aveva capito una cosa che ancora oggi pochi comprendono e pochissimi osano dire apertamente: Israele non vorrà mai la pace e, al pari di Blondet, riteneva che l’oscuro malessere per le terre rubate e le violenze esercitate contro gli arabi determinassero “un represso senso di colpa”.

    “Storditi quasi dal timore d’una vendetta araba, gli israeliani, nella stragrande maggioranza, hanno accettato la dottrina ispiratrice del governo, secondo cui la sicurezza dello stato ebraico va garantita mediante periodici conflitti, allo scopo di ridurre, ogni qualche anno, gli arabi all’impotenza”.

    Dice anche una cosa tuttora attualissima rispetto al flusso di denaro che dagli Stati Uniti si dirige in Israele: “Siccome l’amministrazione degli Stati Uniti rende esenti da tasse tutti quei guadagni e quei profitti contrassegnati come donazioni a Israele, il Tesoro, a Washington, controlla in pratica le borse dalla cui generosità dipende l’economia israeliana. In qualsiasi momento, Washington potrebbe colpire Israele togliendo quell’esenzione dalle tasse”. Ma il gigante è diretto da un piccolo, implacabile padrone che fino ad oggi gli ha impedito anche solo un larvato pensiero in tal senso. L’AIPAC vigila, promuove, distrugge, premia o colpisce chiunque si avvicini al punto nevralgico: la difesa ad oltranza di Israele.

    “Un rapporto razionale tra israeliani e arabi sarebbe stato possibile, se solo Israele avesse cercato di instaurarlo […] ma ciò non accadde. Israele rifiutò persino di ammettere che gli arabi potessero nutrire del malcontento. Sin dal’inizio il sionismo si mise all’opera per creare uno stato puramente ebraico, e fu lieto che il paese si sbarazzasse dei suoi residenti arabi. Nessun governo israeliano ha mai seriamente cercato l’opportunità di rimuovere o comunque lenire il malcontento arabo. Ci si rifiutò persino di considerare il destino delle grandi masse di profughi se prima gli arabi non avessero riconosciuto Israele: se, cioè gli arabi non si fossero arresi politicamente prima ancora di avviare negoziati”.

    “La confusione in seno alla sinistra internazionale è tanto diffusa quanto innegabile. Non starò a parlare, in questa sede, di “amici di Israele” quali Mollet e soci (socialisti francesi – ndr) che, analogamente a Lord Avon e a Selwyn Lloyd, hanno inteso questa guerra come un prosieguo di Suez, e quindi come l’atto di vendetta per la sconfitta riportata nel 1956. Né starò a sciupar parole sugli intrighi della destra sionista nell’ambito del partito laburista. Ma anche sull’estrema sinistra del laburismo, uomini quali Sidney Silverman si sono comportati in modo da avallare il detto:”Guarda sotto la pelle di un ebreo di sinistra, e ci troverai nient’altro che un sionista”.

    “La sicurezza di Israele, ripeto, non è stata rafforzata dalle guerre del 1956 e del 1967, ma anzi è stata minata e compromessa. In realtà, gli “amici di Israele” non hanno fatto che istigare lo stato ebraico a intraprendere un cammino rovinoso”.

  3. Un mese fa sono stato a Roma per Caravaggio e ho chiesto al tassinaro: “Mi scusi, che è il Popolo di Roma?”
    “E’ per i mondiali di tennis”.

    Ora scopro che hanno un sito (ben fatto) e un Pantheon:
    da Dante a Bettino, da Valerio Massimo Manfredi (furbo, antipatico e di sinistra) a Eluana Englaro (morta come è morta o viva come è vissuta?), da D’Annunzio a Giovanni Paolo II, da Maurizio Sacconi a Leonida (poveretto! Che compagnia… Alessandra, ricordi “Sparta e i Sudisti” (“Fascismo ’70”, in italiano) di Bardèche? Quando, impareggiabilmente, scrive: “Non vi sono ricchi a Sparta. Infatti, il soldato è l’opposto del ricco: il soldato, secondo Sparta, è un monaco militare. Divenuto barone dell’impero, cessa di essere soldato: ha qualcosa da serbare, dunque tradisce. Il vero soldato è povero, si batte per una idea. Se Leonida avesse avuto un maggiorasco, avrebbe mandato un parlamentare”).

    Er popolo de Roma bisognerebbe lasciarlo al Belli e al papà, defunto, di Giuliano Ferrara (“Er compromesso rivoluzionario”, “Er comunismo cò la libbertà”).

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