Il nord, il sud, Emile Zola e auguri che non farò

Oh, dunque. Finalmente ho trovato il tempo per riuscire a vedere gli spezzoni di “Anno Zero” del 7 ottobre, quando si è svolta una delle tante sceneggiate cui ci ha abituato la sora Fintanché.
Più in dettaglio, il sottosegretario Daniela Garnero in Santanché e l’on. Angela Napoli si sono scontrate su una questioncella leggera leggera — la ‘ndrangheta e le sue collusioni con la politica. In particolare, «alla Santanchè non va giù la storia secondo la quale chi ha scritto di Scopelliti in odore di ‘ndrangheta sia stato (per coincidenza) oggetto di minacce» (per i distratti, il governatore regionale Giuseppe Scopelliti è il coordinatore del Pdl per la Calabria). Convinta (ma davvero?!?) che «Questo Governo resterà nella storia per la lotta alla mafia», la Santanché viene ridimensionata (oh yes, questo è un eufemismo) dall’on. Angela Napoli e dall’on Luigi De Magistris.
Al di là dei prevedibili commenti che si potrebbero fare sulla personaggia, c’è una cosa invece che m’intriga molto: e cioè che questo scontro fotografa alla perfezione la storia di quell’Italia unita di cui l’anno prossimo ricorre (e lo stiamo già festeggiando…) il centocinquantesimo anniversario.

Perché io vedo nella Santanché l’emblema di un certo profondo nord — Cuneo! Caro Totò… — alla conquista del sud. Vedo una piemontese predace come piemontesi erano quei funzionari savoiardi che, incaricati di amministrare l’ex Regno delle Due Sicilie, prima di partire alla volta del Sud si premuravano di fare testamento. E per giunta trapiantata a Milano, in quella Lombardia che insieme al Piemonte fu in prima fila nell’assalto a Roma — non sto parlando delle ultime tornate elettorali: sto parlando di centocinquant’anni fa, appunto. Lo racconta magistralmente un insospettabile Emile Zola: il quale così, nel 1896, compendiava le premesse e i risvolti pratici dell’unificazione d’Italia fortemente voluta dal Piemonte:

«[…] Il conte di Cavour, da fine politico, lavorava da tempo all’indipendenza e preparava il Piemonte al ruolo decisivo che esso avrebbe dovuto giocare. […] In quella ruvida e scaltra Casa Savoia, il sogno di realizzare l’unità d’Italia a vantaggio della monarchia piemontese veniva da lontano, maturando lentamente da anni. […] All’indomani della conquista di Roma, quando l’Italia intera delirava d’entusiasmo all’idea di possedere alfine la capitale tanto agognata, la città antica e gloriosa, la città eterna che recava in sé la promessa dell’imperio sul mondo, ci fu dapprima l’esplosione, più che legittima, della gioia e della speranza di un popolo giovane, fresco e impaziente di affermare la propria potenza. Si trattava di prendere possesso di Roma, di farne una capitale moderna, la sola degna di un grande regno […]. Era una questione d’orgoglio: bisognava mostrare al governo sconfitto del Vaticano ciò di cui l’Italia era capace, e quale splendore avrebbe irraggiato la nuova Roma, la terza Roma che avrebbe superato le prime due, l’imperiale e la papale […]. La popolazione era raddoppiata di colpo, salendo da duecentomila a quattrocentomila abitanti: tutto il sottobosco degli impiegati, dei funzionari venuti al seguito della pubblica amministrazione, tutta la baraonda che vive dello Stato o spera di viverne, senza contare i parassiti e i profittatori che ogni corte si porta dietro. […] L’orgoglio, l’ambizione di superare in splendore la Roma dei Cesari e quella dei papi, la volontà di assecondare il destino della Città Eterna facendone ancora una volta il centro e la regina della terra: furono essi a dare inizio all’opera di ricostruzione, ma fu la speculazione che la portò a termine. […] Una torma di speculatori provenienti dall’Italia settentrionale si abbatté su Roma, la più ambita e la più facile delle prede. Per quei poveri montanari morti di fame cominciava la caccia, in quel Mezzogiorno voluttuoso dalla vita così dolce che furono proprio le delizie del clima, di per sé corruttrici, a dare il via alla decomposizione morale […]» .

Non è terribilmente attuale? Non vi sembra di vederla, la torma di nani, ballerine, saltimbanchi e truffatori che cala su Roma in un delirio di saccheggio che al confronto i Lanzichenecchi del 1527 sembrano scolari in gita? Cambiano i nomi — sono sicura che ci arrivate da soli —, ma la sostanza resta: si va a Roma perché a Roma si mangia.

E poco importa che dall’altra parte ci siano le Angela Napoli e i Luigi De Magistris decisi a sostenere la buona causa della lotta alla criminalità, anche e soprattutto quando risulti organizzata — dallo Stato. Se questo è il Nord che la Lega vuole esaltare; se questo è il Sud che Roma vuole infeudare a mafia,’ndrangheta e camorra — rivoglio il Lombardo-Veneto e le Due Sicilie. E non ti augurerò buon compleanno, Italia.

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