Ragazzine morte e vive, il potere che stordisce e un paese alla finestra

In questi ultimi giorni più d’una persona mi ha chiesto perché io non abbia scritto nulla sul caso di Sarah Scazzi e sull’affaire Ruby.
Si tratta, credo, di persone che non mi conoscono — non abbastanza, perlomeno. Ma rispondo ugualmente e volentieri.

Intanto, non posso fare a meno di notare che ci troviamo in presenza di due ragazzine mediaticamente sovraesposte: la differenza è che Sarah riempie le prime pagine perché è morta ammazzata (come?, da chi?, perché?); mentre Ruby è viva, vegeta, vispa e soprattutto ha capito perfettamente come funziona il meccanismo.

Più seriamente, che c’è da dire sull’assassinio di una ragazzina di 15 anni? Comunque siano andate le cose, credo avesse ragione Aristotele dicendo che la famiglia è il luogo del tragico (Poetica, I, 14). Lui si riferiva in particolare alla tragedia di Edipo, ma vale la folgorante intuizione di base — quella che fa dire a Gianni Vattimo: «[…] l’oikos, nella tradizione greca (domus in quella romana) non è, e io insisto su questo punto, il luogo della sicurezza. L’oikos è innanzitutto il luogo della tragedia. Ricordo che una delle condizioni del tragico elaborate da Aristotele è proprio quella domestica. I rapporti sono tragici perché appartengono alla famiglia; è nel seno della famiglia che hanno luogo l’incesto, il parricidio e il matricidio. Al di fuori di questo quadro eco-logico o eco-tragico, la tragedia non è possibile» (in Filosofìa ’89, a cura di G. Vattimo, Laterza 1990, p. 200). Che avrei, io, da aggiungere di più o di meglio?

Diverso, invece, è il caso Ruby. Non me ne occupo perché, non votando, nulla di ciò che agita il Palazzo mi interessa. Non appartenendo a, né facendo il tifo per, questo o quello schieramento; non rischiando di veder compromesse posizioni o prebende; non temendo ricatti o ritorsioni in caso di sconfitta/vittoria dell’uno o dell’altro — non soggiacendo dunque a nessuna di queste miserie contemporanee, mi permetto il lusso raffinatissimo di (ri)tenermene a distanza. Noto soltanto che un personaggio pubblico e di potere dovrebbe mostrarsi un po’ più accorto nella scelta delle sue compagnie, o quantomeno nella condotta da tenere — se arrestano me, per dire, in tasca non mi trovano di certo il numero privato del caposcorta di nessuno.

Ma il potere, se è vero che logora chi non ce l’ha, è vero pure che dà alla testa e crea dipendenza più di qualsiasi miscuglio chimico; e se non è sempre letale è quasi sempre dannoso: tutti possono superare le avversità, ma per vedere di che pasta è davvero fatto un uomo basta dargli un briciolo di potere e osservare come si comporta (o come va a finire). Mi chiedo solo per quanto tempo ancora si starà qui alla finestra.

4 Comments on Ragazzine morte e vive, il potere che stordisce e un paese alla finestra

  1. per NICOLA
    ——————————————————–
    Ciao a te, Nicola, e grazie per il tuo commento.

    A.

  2. Ciao Alessandra,
    ”Meriterà il nome di uomo, e potrà contare su tutto ciò che è stato preparato per lui, solo colui che avrà saputo acquisire i dati necessari per conservare indenni sia il lupo sia l’agnello che gli sono stati affidati.” È in questa frase di Gurdjieff che si nasconde il senso di Sarah, Ruby e di ciascuno di noi.
    Nicola Perchiazzi

  3. Caro Andrea,
    grazie della stima.
    A quanto pare tu e io abbiamo avuto la fortuna di frequentare una scuola che non esiste più: l’unica cosa che possiamo fare, forse, è cercare di trasmetterne qualche riflesso a chi è studente ora. Ma non c’è più una certa temperie, e il tipo antropologico è irrimediabilmente cambiato — non trovi?
    Ti ricambio l’abbraccio

    A.

  4. brava Alessandra, hai sempre delle intuizioni acutissime, rafforzate da quella cultura che si assorbiva nei licei dei miei tempi e che nei ragazzi di oggi sarebbe inutile cercare. nel tuo scritto sulla tragedia della ragazzina pugliese c’è il respiro di Sofocle dell’Edipo Re, così in contrasto con le pruriginosità di quasi tutto il resto della (se vogliamo chiamarla così) stampa. anche se non ci siamo mai incontrati, un abbraccio che viene dalla consapevolezza dell’idem sentire. Andrea La Placa

Rispondi a Nicola Perchiazzi Annulla risposta

Your email address will not be published.

*