Caro diario, faccio outing

Caro diario,
è uno di quei giorni che rivedi tutta la tua vita, e capisci che è giunto il momento di fare outing — vulgo, dirla tutta fuori dai denti.
Ho appena saputo che, per l’ennesima volta, a una valida associazione animalista è stato impedito di partecipare a una manifestazione contro le pellicce perché rea di intrattenere rapporti con “organizzazioni di estrema destra”. Roba forte.

Ora, caro diario, tu sai benissimo come la penso io sulle pellicce. E sai anche come la penso sulle categorie di “destra” e “sinistra”: e sfido chiunque, ma proprio chiunque, a trovare nei miei scritti (parliamo di più di trent’anni di inchiostro) una sola riga “fascista” — uso il termine nell’accezione peggiorativa che da tempo gli compete, il Fascismo storico avendo perso. A suo tempo ho fatto parte (non vedo perché dovrei negare o quel che è peggio rinnegare la cosa) della cosiddetta “destra radicale” — la quale, ripetiamolo a costo di spiacere a chi ne fece comodi teoremi, non ha nulla a che fare con l’estrema destra, la destra extraparlamentare, la destra istituzionale, lo spontaneismo armato o il terrorismo. Ma questo non mi ha mai impedito di ragionare con la mia testa e di rendermi invisa, tu guarda che brava che sono, non soltanto agli “antifascisti” in servizio permanente effettivo ma perfino ai “fascisti” pure loro in s.p.e.

Adesso come adesso, caro diario, l’unico sentimento che riesco a provare per gli uni e per gli altri è il disgusto.

Quel particolare tipo di disgusto che nasce dalla stanchezza della reiterazione — «l’inferno è ripetizione», dice Sthephen King. Sono stanca, disgustata, nauseata dal dover ripetere sempre le stesse cose, che poi si riassumono in un concetto semplice semplice: contestualizzazione. Altrimenti non si finisce più: mi vengono le vertigini pensando a come sarebbe la vita se, parlando con qualcuno di non importa cosa, ci si dovesse prima premurare di chiedergli “ma nel 1917 da che parte saresti stato? nel 1905 ti sarebbe piaciuto di più il pope Gapon o la Guardia Imperiale? e nel 1793? a Varennes o in Vandea? e come la mettiamo col 1683? Vienna o Impero ottomano? e nel 1571 a Lepanto? e nel 1478? Medici o Pazzi? e nel 1324? con Michele da Cesena o con Giovanni XXII? e vogliamo parlare del 1244? dentro o fuori Montségur? e nel 1167? col Barbarossa o con Alberto da Giussano? nel 1080 con Enrico IV o con Gregorio VII?” eccetera. Roba da ricovero.

Vedi, caro diario, se tu ora potessi parlare probabilmente diresti che sono esagerata: ma non è vero, sai? Perché a ben vedere anche quello che si è concluso nel 1945 non fa parte del mio vissuto più di quanto non ne facciano parte quegli eventi lontani che ho elencato. Naturalmente hanno inciso tutti, e spesso a sangue, sulla mia formazione — accostarcisi con l’acribia dello storico non significa escludere o precludersi la possibilità di coltivare delle opinioni in merito, e di azzardare dei giudizi.

Ma occorre sceverare la passione dalla ragione, e accettare che il tempo passi. Pertanto, caro diario, in questo mondo alla deriva che non ha più né bussola né sestante e il cielo è coperto e c’è rimasta solo una coffa sgangherata su cui sono in pochi a sapersi arrampicare, si naviga a vista — e io vedo che questa trita e trista storia della dicotomia destra/sinistra non è più soltanto, come disse inutilmente Ortega y Gasset, uno dei molti modi che l’uomo ha per definirsi imbecille: ma è diventata un residuo paretiano, un marchingegno obsoleto, una scoria tossica non riprocessabile e che anzi occorre smaltire in modo definitivo per evitare che avveleni ancora le generazioni a venire.

Così, caro diario, vorrei dire a tutti coloro che, da una parte e dall’altra, preferiscono far abortire una qualsiasi iniziativa meritevole o restare al palo della Storia pur di non mischiarsi con i (presunti) nemici ideologici, di levarmisi dai piedi: ché le loro onanistiche bave lubriche mi fanno sdrucciolo il cammino e il loro fiato stantìo mi appesta l’aria.
Non ho nessuna intenzione di farmi venire il torcicollo cercando in ciò che è morto una ragione per vivere. Io voglio andare avanti, e voglio farlo senza tenere la testa girata all’indietro. Voglio farlo sapendo di poter contare su chi sta al mio fianco, per ragionare insieme su ciò che è stato e insieme progettare ciò che sarà. Il tempo dei nostalgismi e dei reduci non mi appartiene.

Ecco, caro diario, l’ho detto. E il guaio, probabilmente, è fatto. Ma è peggio tenersi tutto dentro — e finalmente è uscito il sole.

4 Comments on Caro diario, faccio outing

  1. davide d'amario | 22 novembre 2010 at 14:12 | Rispondi

    carissima Alessandra …
    cosa simile è capitata anche alla piccola e sgarrupata associazione culturale Nuove Sintesi. Avevamo chiesto alla LAV Teramo (tramite una ragazza animalista) di venir a tenere una relazione sulla vivisezione, per poter diffondere info ad un pubblico più vasto … dopo i primi contatti, nulla!
    Nuove Sintesi troppo … “fascista”, “antisemita”, non si legittima il “nemico” … mi ritrovo perfettamente nelle parole lasciate la tuo “diario” …

  2. Ragazzi, sempre pochi ma sempre buoni, non è vero? ;-)
    Oggi qui da me piove ancora, ma sto bene come non stavo da tempo.
    Buona giornata anche a voi.

    A.

  3. Cara Alessandra, una volta tanto il primo
    Ovviamente, per quanto mi tocca, sfondi un potone spalancato, ma questo già lo sai. Voglio invece parlare non di poltica/ideologia ma di vita real.
    Questa estate siamo stati a l’Aquila, città cui sono interiormente legato, per “vedere con i nostri occhi, dove confesso di essermi sentto in imbarazzo, quasi fosse stato, il nostro un gesto da “turisti della villetta d Cogne”.
    Ho visto una città di macerie (confesso anche di essermi commosso…) dove però sono tangibili il malessere, la rabbia e la voglia di ribellione di un popolo fiero di se stesso, determinato ad esigere il proprio futuro nel voler difendere la sua identità e le sue radici. Gli aquilani sono persone reali che hanno perso quasi tutto in termini materiali e di memoria.
    Non si pongono il problema di essere di dx o di sin Esigono semplicemente la propria vita reale.
    Ecco. Da questo bisogna ripartire Dalla realtà.
    E, non so perchè, ma ho sentito subito che la reazione di quel popolo ha segnato uno spartiiacque. Dalle macerie reali de l’Aquila ha forse avuto inizio lo sgombero futuro delle macerie morali e politiche di questa nazione.
    La canzone dedicata da un folto gruppo di artisti alla ricostruzione del conservatorio della città parla di “domani”. “Ma domani, domani si passa il confine….Domani è già qui”
    Solo retorica?

  4. Lo sai, vero, che io sono sempre qui con te?
    Tu scrivi… e io condivido… pavloviano sono!

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