La strage di Brescia (2 – continua)

Giorgio GALLI su “Panorama”, 28 giugno 1977

Un missino dal carcere

Arturo Gussago, detenuto, rinviato a giudizio per la strage di Brescia, mi scrive in una lunga lettera:

«Mi rivolgo a lei in quanto penso che in quel bailamme che è il giornalismo italiano, trovare un professionista serio e non fazioso sia impresa ardua. Seguendo i suoi scritti mi è parso di individuare in lei una persona oltre che competente, obiettiva e disposta ad ascoltare chiunque. È sconfortante notare come la stampa, tranne rare eccezioni, dopo i peana per i primi arresti e mandati di cattura in merito alla strage di Brescia, taccia e non dia il dovuto risalto al fatto che la credibilità dell’istruttoria si sia progessivamente azzerata. Non è da molto che sono state effettuate le perizie tecniche sull’ipotesi accusatoria del congegno radiocomandato: i risultati hanno dimostrato quasi nulle le possibilità che tale ordigno potesse esplodere, ultima tegola sul capo degli inquirenti. Si badi, la succitata perizia non rappresentava soltanto una questione tecnica: si trattava di verificare una delle travi portanti dell’inchiesta, se non quella maestra. In base a essa si poteva smentire o dar credito alle versioni chiave di Bonati e A. Papa. A proposito della attendibilità di quest’ultimo si aggiunga che è stata depositata la perizia psichiatrica su di lui effettuata, la cui diagnosi è del seguente tenore: “soggetto gravemente immaturo e psichicamente vulnerabile con scarsa facoltà di intendimento”. Si può dunque affermare che gli esiti di questi importanti atti istruttori non siano molto confortanti per gli inquirenti. Eppure la nostra condizione di detenuti in attesa di giudizio, dopo due anni di carcerazione preventiva, di cui molti mesi trascorsi in duro regime di assoluto isolamento (personalmente 6 mesi) non muta; le varie istanze di scarcerazione e di proscioglimento sono sempre state sdegnosamente respinte; la verità istruttoria pare debba essere imposta sino alla futura celebrazione del processo. Non basta che due giornalisti di sicura fede democratica denuncino nel libro Strage a Brescia, potere a Roma tutte le nefandezze e le storture di cui è costellata l’inchiesta; non basta che un avvocato della parte civile, autorevole e onesto uomo della sinistra bresciana, affermi che il procedimento sia “inquinato come il Lambro e sbilenco come la Torre di Pisa”. Non basta, se gli organi di informazione e di opinione politica tacciono o anche più esplicitamente si defilano. Purtroppo in Italia i mass media e i fogli di opinione si muovono esclusivamente secondo i propri interessi politici e dare spazio, pubblicizzare la montatura di cui siamo vittime potrebbe risultare scomodo. Infatti la “tranquillizzante verità istruttoria”, per usare una definizione degli autori del citato libro, piace a molti: qualche ladruncolo, un gruppo di neofascisti, il figlio di un giudice che ha dato fastidio, agitare bene, il cocktail è pronto, senz’altro gradito ai centri di potere dell’antifascismo di Stato che hanno fatto un gigantesco specchio per le allodole. Avessimo almeno un Pannella disposto a digiunare a nostro favore… neppure quello».

I lettori possono trovare la storia dell’inchiesta nel libro citato, scritto da Achille Lega (“Il Giorno”) e Giorgio Santerini (“Corriere della Sera”). Bonati e Papa sono i due testimoni che hanno dato varie e contraddittorie versioni del supposto complotto organizzato da Ermanno Buzzi, un pregiudicato megalomane che nega tutto. Gussago e il figlio del giudice Arcai (giovani missini) vengono indicati come presenti a una riunione dei supposti terroristi in una delle versioni di Bonati (in un’altra versione erano stati invece indicati Bonocore e De Amici).
La lettera di Gussago è importante per capire le lontane radici del terrorismo di oggi. Non sono d’accordo con lui quando scrive che la stampa non informa correttamente per ragioni politiche. Nel 1970-1971 la stampa ha fornito corrette informazioni su piazza Fontana, sui rapporti tra la strage, i gruppi fascisti e i servizi segreti, quando la verità di Stato imputava gli anarchici. Ma è vero che dal 1972-73 giornalisti e commentatori ci siamo troppo facilmente convinti che tutto il terrorismo era «di chiara marca fascista». Così come oggi troppo facilmente si accetta che tutti i nostri guai derivino dalle P 38.
In realtà, ciò che ha scosso il senso di giustizia degli italiani, ciò che ha creato in centinaia di migliaia di giovani la certezza che in questo Paese volano gli stracci mentre i potenti non vengono mai infastiditi, è proprio quanto è accaduto per le stragi e per gli scandali.
L’Italia ha il primato in Occidente dei detenuti politici, di destra e di sinistra, quasi sempre giovani, sovente in carcere da anni senza aver avuto un processo. Molti di questi giovani sono certamente implicati in azioni terroristiche. Ma dei mandanti di piazza Fontana, di Brescia, dell’Italicus, dei mandanti dell’assassinio di Calabresi, di Coco, di Occorsio, non si sa e non si dice nulla.
Si sono praticamente distrutti i nostri servizi di sicurezza, pur di non chiarire i loro specifici comportamenti, pur di non punire i singoli responsabili di determinati illeciti. Il giovane missino Gussago è così in carcere senza processo, mentre il generale Miceli, già capo del Sid, è deputato al Parlamento per il Msi. A Catanzaro si accusano ministri e dirigenti dei servizi di sicurezza, ma senza arrivare a dire chi ha organizzato l’attentato, chi ha messo le bombe in piazza Fontana.
I presidenti del Consiglio, i ministri dell’Interno e della Difesa che hanno permesso tutte le deviazioni e tutti gli intrighi, hanno tuttora un ruolo di primo piano nel nostro sistema politico. Non possono essere credibili quando oggi si presentano come tutori della democrazia. Quando accusano giornalisti e commentatori di aver messo in pericolo quelle istituzioni democratiche che sono state invece screditate dalle menzogne di Stato.
La convinzione che non c’è giustizia in Italia ha creato altrettanti ribelli dell’emarginazione economica e sociale. Le carceri sono piene, ma i terroristi aumentano. La logica è ormai evidente: o si restaura la giustizia, individuando i veri autori delle stragi, o si intensifica la repressione contro chi si ribella all’ingiustizia.

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