Storia di Dora

Leggo, ancora una volta, del profondo amore che lega tanti cacciatori ai loro cani. E mi ricordo del setter Dora.

Non aveva nome, in realtà: la chiamammo così mio padre ed io, dopo averla trovata abbandonata, lei vecchia, cieca, sorda e sdentata, in un’estate di tanti anni fa.
I veterinari da cui la portammo la trovarono in condizioni penose: vecchia di almeno quindici anni e piena di tumori alle mammelle, alcuni dei quali calcificati, gli organi interni compromessi da tempo, le articolazioni sgangherate. Ci dissero che se fosse stata più giovane avrebbero tentato di operarla, ma in quelle condizioni ritenevano disumano infliggerle un’anestesia totale più una degenza lunghissima e dall’esito incerto: a loro avviso, la cosa più sensata e misericordiosa da fare sarebbe stato sopprimerla.
Ce la portammo a casa, la nostra Dora. E ce la tenemmo per una settimana, riempiendola di coccole, attenzioni e cose buone da mangiare. Poi, un sabato mattina, la portammo a morire. Lo fece tra le nostre braccia, quietamente, fiduciosa e forse finalmente serena.
Non mi vergogno di dire che mentre scrivo queste righe piango — come piansi allora, come pianse mio padre… e i veterinari avevano anche loro gli occhi umidi.
Ciao, Dora.

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