gen 25 2011

Il titolo? Era ok

Sono sempre stata piuttosto bravina con i titoli.
L’altro giorno, però, ero perplessa: a parte l’aver copiato l’ottimo Bertolucci, quel “ridicolo” mi sembrava un po’ impietoso nei confronti del Paese tutto. In fondo, mi dicevo, non è che posso gettare la croce addosso a decine di milioni di persone solo perché sui noti fatti ci si smascella beati invece di scendere in piazza.
Poi ho sentito che il Pdl ha avanzato (seriamente) la proposta di abbassare la soglia della maggiore età a 17 anni; e che il medesimo Pdl ha rilanciato (seriamente) il disegno di legge del 28 ottobre 2010, mirante alla regolamentazione delle intercettazioni telefoniche e ambientali, con validità retroattiva fino a cinque anni.
Allora ho capito che in questo Paese le leggi ad personam sono così ad personam che manca poco al varo di una legge che conceda l’impunità assoluta con validità retroattiva di 60 anni ai cittadini italiani di sesso maschile, di età superiore ai 70 anni e il cui cognome inizi per “Berlu” e termini per “sconi”. E l’aggettivo “ridicolo” è semplicemente perfetto.
Sono piuttosto bravina con i titoli.


gen 22 2011

La tragedia di un paese ridicolo

Ho pochi lettori, ma dio sa se sono esigenti.
È da dieci giorni che mi martellano per sapere che penso della vicenda osée che vede coinvolto il nostro presidente del Consiglio.
Se volessi fare l’antipatica, risponderei che siccome pensare è faticoso preferisco affaticarmi su ciò di cui valga la pena — per esempio l’ultimo sfavillante saggio di Pietro Citati dedicato a Leopardi, o il concettoso studio sulla civiltà dell’empatia di Rifkin, per non dire di altri studi più personali che mi assorbono ultimamente.
Ma comprendo di non potermi esimere dall’esprimere un parere sulla questione che ormai è contemporaneamente politica, sociologica, istituzionale, etica e financo antropologica. L’estetica stavolta la lascio fuori, perché accostarla a questo bordello (mai termine fu più appropriato) mi sembra oltraggioso.
Dunque, miei fidi rari nantes, abbiate pazienza se mi limito a qualche considerazione sparsa, e non vogliatemene se mi astraggo un po’ troppo.

Il privato è politico?
Partiamo dalla puntata di Anno Zero andata in onda l’altra sera. Si ha un bel parlare di estrapolazioni, manipolazioni, strumentalizzazioni eccetera: resta che ci sono alcuni fatti, spiacevoli e imbarazzanti quanto si vuole, ma fatti. E non mi riferisco alle tristissime trascrizioni delle telefonate o all’incredibile show della ex escort (ma se dico prostituta che succede?) intervistata da un costernato Sandro Ruotolo: parlo, invece, del fatto che è emersa — al di là di ogni ragionevole dubbio — la sconcertante facilità con cui una certa categoria di persone può accedere alle stanze del presidente del Consiglio. Che sono, piaccia o non piaccia, le stanze del potere. Del pari, è emersa l’altrettanto sconcertante leggerezza con cui il presidente del Consiglio ammette una certa categoria di persone nelle sue stanze. Che sono — repetita juvantle stanze del potere.
È questo, mi pare, e non altro, che dovrebbe inquietare: ovvero la pericolosa sovrapposizione fra pubblico e privato, due ambiti che Silvio Berlusconi apparentemente non riesce più a distinguere né a tenere separati.

Carità pelosa
Come che sia, a giudicare da quel che si è visto e sentito sull’argomento da qualche giorno a questa parte, sembra che funzioni così: una (io, per esempio) che si presentasse al rag. Spinelli dicendo “buongiorno, sono la dottoressa X.Y., laureata in filosofia, pubblicista, moglie e madre; potrei incontrare l’on. Berlusconi così, tanto per parlare del più e del meno?” non dico che Spinelli la farebbe mettere alla porta ma probabilmente le riderebbe in faccia. Invece una che si presentasse nello stesso posto dicendo “ciao, mi chiamo Pussy e la dò via facile, posso vedere Papi?” più probabilmente verrebbe fatta accomodare. Almeno questa è l’impressione che sembra di poter ricavare dalla faccenda, la quale tutto è fuorché edificante.
Spinelli difende se stesso e il suo datore di lavoro sostenendo che tutto quel giro di soldi fosse di pura beneficenza: «Noi diamo aiuti a persone che hanno dei problemi. … Non ha idea di quante persone abbiamo sempre aiutato».
Ora, tutto ciò è meritorio e lodevole. Tuttavia mi chiedo perché gli oggetti di tanta filantropia siano figliole men che trentenni, di bell’aspetto, idee chiare e confusa moralità. Finché non salteranno fuori consistenti aiuti elargiti a una casalinga sovrappeso con marito invalido e due figli a carico, o a un giovane disoccupato con insufficienza toracica ma di preclare doti intellettuali, io continuerò a mantenere le mie riserve sul fumoso concetto di beneficenza che traspare da questa storia.

“La vagina ha la donna”
L’altra sera ho ascoltato con interesse Concita De Gregorio, della quale potrei sottoscrivere ogni parola e il cui pacatamente reiterato “non strilli” rivolto a Madamin Sans-Gêne mi resterà inciso godibilmente nella memoria. In particolare, a un certo punto De Gregorio definisce le allegre comari di Arcore “povere, poverissime ragazze”: ecco, al momento qui non mi sono sentita per niente d’accordo con lei, parendomi che una figliola di coscia lesta inorridita al pensiero di dover campare con “un lavoro da mille euro” abbisognerebbe più di una rieducazione polpottiana che di una busta piena di soldi. Ragionandoci bene, però, mi sono resa conto che queste ragazzotte sono autenticamente figlie del loro tempo. Sono nate e cresciute nella seconda metà degli anni Ottanta, all’indomani dell’ingresso sulla scena di un certo tipo di tv commerciale che ha largamente contribuito alla (de)formazione dell’immaginario nostrano — e mi fermo qui, ché hanno già spiegato la cosa Eco (nel 2003 e nel 2007) e Zanardo, con grande chiarezza.

Complotti in saldo
Gira da qualche giorno in rete l’ipotesi che Ruby Rubacuori potrebbe essere un’agente del Mossad nota come Karima, e che tutta la faccenda sarebbe una montatura di Israele per togliere di mezzo Berlusconi, considerato non più affidabile eccetera. A volerci credere, o la signorina Ruby è assai più che diciottenne, o è Nikita.
Ora, io non sono un’esperta di certe cose: ma sono fermamente convinta che il Mossad possa essere accusato di tutto tranne che di scarsa professionalità. Pertanto, che in rete possano girare liberamente documenti riservati dello stesso, perdipiù contenenti dati relativi ad agenti segreti — Le donne del Mossad —, mi sembra piuttosto improbabile. Tanto più che il sito di provenienza del gustoso materiale è americano, di orientamento cristiano-fondamentalista e marcatamente antisemita. Mi permetto quindi di dubitare della sua attendibilità.
Aggiungo che notare e far notare la somiglianza (ma davvero? Io non l’ho mica trovata) fra la “nostra” Ruby e la “loro” Karima sulla base di un paio di primi piani mi pare veramente assai azzardato: un po’ perché i programmi di morphing fanno miracoli, e un po’ perché magari bisognerebbe prendere in considerazioni parametri antropometrici non del tutto secondari come la statura, la conformazione scheletrico-muscolare eccetera. Però, se c’è ancora gente che si diverte con i complotti in stile Ottocento francese, chi sono io per guastargli il divertimento?

Quando arriva l’età ultima?
Non so come vadano le cose a sinistra, però so che a destra c’è un sacco di gente che si affanna a trovare a Berlusconi ogni e qualsiasi giustificazione — forse c’entra il riflesso di un anticomunismo d’antan, forse un malinteso e un po’ tafazziano residuo di “lotta al Sistema”, forse l’illusione di un entrismo capace perfino di far strame di antichi ideali. Fatto sta che sono in molti, a destra, a battersi strenuamente a difesa del Cavaliere. Come diceva Catullo, de meo ligurrire libidost.
Per quanto mi riguarda, se è vero che in larghissima parte gli oppositori di Berlusconi sono peggio di lui, è ancora più vero che non vedo nulla che meriti di essere salvato in questo sciagurato Paese suddito. Di conseguenza, la prospettiva che esso vada a puttane a immagine e somiglianza del suo premier mi lascia indifferente in modo particolare. Si scrive apolitìa, si pronuncia Kali-Yuga.


gen 18 2011

Oliviero Toscani, l'origine del mondo e la solita ipocrisia

E anche stavolta Oliviero Toscani riesce a fare scandalo, col suo calendario che immortala dodici versioni del pube femminile.
Potrei dire un sacco di cose sul fatto che il calendario è stato commissionato dal Consorzio Vera Pelle Italiana — ciò che mi rimanda ad antiche reminiscenze di sapore militar-goliardico che forse una signora dovrebbe ignorare, ma a vent’anni è tutto chi lo sa…

In realtà, la cosa per me realmente scandalosa è che parecchi commentatori della cosa hanno parlato di “vagine” (fatevi un giro in rete, se non mi credete sulla parola). Ora, io non mi applicherei ad alcun tipo di pratica erotica con nessuno di questi incolti nemmeno se stessi per morire e quello fosse l’ultimo sulla faccia della Terra, e inviterei le mie consimili a fare altrettanto: perché uno che confonde ciò che sta dentro con ciò che sta fuori non mi ispira alcuna fiducia.

Aggiungo che non capisco perché ce la si debba prendere tanto col povero (e bravo) Toscani quando, nel 1866, il pittore francese Gustave Courbet azzardò ben di più dipingendo un quadro di titolo e impatto dirompenti: “L’origine del mondo”."L'origine del mondo"

Cambiano i tempi, l’ipocrisia rimane.


gen 6 2011

Italia: un sogno chiamato sovranità

La faccenda dell’estradizione negata di Cesare Battisti riscalda il clima gelido di questo inizio d’anno. E pone alcuni interrogativi — perlomeno a me, che sono o troppo curiosa o un po’ dura di comprendonio.

Tanto per cominciare, ragioniamo un po’ sui termini. Sui media il nome “Cesare Battisti” risulta sempre accompagnato dall’apposizione “terrorista”, in relazione all’operato del Nostro nei cosiddetti anni di piombo.
Ora, siccome io sono la romanticona che sapete e poiché il terrorismo spesso è l’arma di chi non ha eserciti, certi — e sottolineo certi — fatti di sangue che punteggiarono la mia adolescenza e la mia giovinezza restano avvolti da un’aura formidabilmente dignitosa. Ma nelle imprese di Battisti non riesco a scorgere alcuna grandiosità tragica, bensì soltanto una brutalità odiosamente vigliacca che nessun velame ideologico può in qualche modo abbellire. Le ricordo brevemente.

A Udine, il 6 giugno 1978, il capo degli agenti di custodia del locale carcere, maresciallo Antonio Santoro, viene colpito alle spalle mentre esce di casa: l’omicidio viene rivendicato dai PAC, Proletari Armati per il Comunismo, secondo i quali Santoro si sarebbe reso responsabile di violenze e soprusi ai danni di alcuni detenuti.
L’anno seguente, il 16 febbraio 1979, nel mirino dei PAC ci sono altri obiettivi — ma “civili”, stavolta: il gioielliere Pierluigi Torregiani, a Milano, e il macellaio Lino Sabbadin, a Mestre. I due, che non si conoscono e ignorano la reciproca esistenza, sono accomunati da un precedente che per i PAC costituisce un motivo sufficiente per morire: entrambi vittime di una rapina, hanno osato reagire; ed entrambi cadono sotto il fuoco del commando “terrorista”. L’azione viene rivendicata come gesto di solidarietà alla piccola malavita che «con le rapine porta avanti il bisogno di giusta riappropriazione del reddito e di rifiuto del lavoro». Come in un libro scritto male, direbbe Guccini, nel conflitto a fuoco col gioielliere Torregiani quest’ultimo, colpito a morte, lascia partire un ultimo proiettile che centra in pieno il figlio Alberto, riducendolo su di una sedia a rotelle. Come in un libro scritto ancora peggio, dico io, affiora il particolare che parecchi anni prima Torregiani, scopertosi malato di tumore, in ospedale aveva conosciuto una donna colpita dallo stesso male: il marito era morto, e quando morì anche lei il gioielliere ne aveva adottato i tre figli — Alberto, appunto, Marisa e Anna. Era questo l’uomo del quale i PAC scrissero, nel volantino di rivendicazione fatto ritrovare il 3 marzo: «Abbiamo finito Torregiani con un colpo alla testa e uno al cuore. Non abbiamo nessun rimorso per lui, perché ci riteniamo esseri umani e per noi il comunismo è il più alto livello di umanità». Sospetto fortemente che costoro il comunismo non sapessero neppure dove sta di casa.
L’ultima vittima dei Pac cade due mesi dopo, a Milano: il 19 aprile 1979, mentre lascia l’abitazione della sua ragazza, l’autista della Digos Andrea Campagna viene crivellato al volto — «Lo hanno notato in tv, mentre fa entrare in macchina una delle persone catturate. Muore solo per questo».

Cesare Battisti, dunque, non è un terrorista. È un volgare assassino. E poiché l’assassinio è una pratica universalmente esecrata e passibile di sanzioni, non si capisce in base a quale deroga il Brasile possa permettersi il lusso di sottrarre un omicida alla giustizia.

In secondo luogo, il 17 ottobre 1989 l’Italia e il Brasile hanno sottoscritto un trattato bilaterale di estradizione (ricordo che l’estradizione costituisce uno strumento di collaborazione giudiziale fra gli Stati), entrato in vigore nel 1991 e regolato sia dalle norme di diritto internazionale generale sia, particolarmente, da quelle contenute nella Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati (23 maggio 1969). Ancora più in dettaglio, l’art. 26 di questa Convenzione riguarda l’obbligatorietà del rispetto dei patti, e recita testualmente: «Art. 6 – Pacta sunt servanda. Ogni trattato in vigore vincola le parti e deve essere da esse eseguito in buona fede». (Che volete, a me quel “pacta sunt servanda” che fu di Ulpiano fa venire i brividi — sono una sentimentale).
Quindi in virtù di cosa il Brasile ritiene di poter infrangere un patto sancito secondo le norme del diritto internazionale? E, soprattutto, in virtù di cosa ritiene di poterlo fare impunemente?

Da quest’ultimo interrogativo procede il terzo: il Brasile si sarebbe condotto allo stesso modo se, invece dell’Italia, a chiedergli l’estradizione fosse stata la Germania, per esempio? O gli Stati Uniti? O magari Israele?

A questo punto, se vi siete dati la stessa risposta che mi sono data io, non potrete fare a meno di porvi l’ultima domanda: perché? Perché l’Italia è — è diventata — una nazione nei confronti della quale appare lecito mancare di parola? E, ancora, come si è arrivati a questo?
Non invocherò, retoricamente, i fasti passati di una nazione che, nata ufficialmente nel 1861, divenne di fatto tale soltanto a partire dal 1922 e lo fu — tra alterne vicende — per poco più di vent’anni. Mi chiedo soltanto com’è che l’Italia, da quando è una repubblica democratica, sembra aver perso ogni parvenza di sovranità. E forse, purtroppo, stavolta la risposta la so già.


gen 4 2011

Alessandria d'Egitto, la strage e un paio di banalità

I fatti di sangue che hanno stravolto Alessandria d’Egitto nelle primissime ore del 2011 meritano tutta l’attenzione della comunità internazionale, e non aggiungerò neanche una parola alle ovvie considerazioni che da giorni riempiono i notiziari.
Tuttavia non posso fare a meno di rilevare un paio di cose, forse banali — così banali da risultare invisibili.

La prima: è bello che il Vaticano inviti a vegliare sulla sicurezza dei cristiani copti. I quali peraltro, non essendo cattolici, non sembra abbiano mai posseduto (o forse in minima parte) la libido convertendi che caratterizza da sempre la Chiesa di Roma. Troverei bellissimo anche un maggior impegno del medesimo Vaticano nei confronti della sicurezza di altre comunità confessionali — e non sto pensando, che so, ai musulmani palestinesi: ma ai cristiani cattolici di certe infelici plaghe centroamericane, per dire. Così, mi suona bizzarro che l’Osservatore Romano concluda un articolo sul “sangue dei fedeli” scrivendo «versare il sangue dei fedeli, di ogni credente e di ogni creatura umana, offende Dio». Sono certa che il Santo Padre e i suoi arcivescovi (mons. Fisichella, per esempio) non ignorano che, perlomeno dai tempi di Pietro l’Eremita, il Dio cattolico ogni po’ vult qualche massacro o guerra o sterminio. (Tant’è che il 6 giugno 1249 il re di Francia Luigi IX, artefice della Settima crociata, non ti va proprio in Egitto a conquistare Damietta? Conquista effimera, è vero: ma durata quanto bastò per trasformare la moschea di Abu el-Maati in cattedrale, e chiudere gli occhi su qualche eccesso dei cristiani copti, alcuni dei quali pensarono che fosse cosa buona e giusta incendiare qualche altra moschea e qualche casa musulmana). Dunque Sua Santità e i suoi collaboratori, dicevo, certo non ignorano queste storie: magari possono essersele dimenticate, con tutto quello a cui hanno da pensare; ma apposta per questo sono qui a ricordarglielo.

La seconda: sembra che il mondo scopra adesso l’inaudita realtà di una comunità cristiana in partibus infidelium. In verità, la convivenza fra comunità musulmana e comunità cristiana copta in terra d’Egitto è di lunga data, e pur annoverando una fisiologica alternanza di periodi più e meno pacifici è indubbio che siano gli ultimi anni a registrare un incremento di violenze ai danni dei soli copti. Al contrario, centocinquant’anni fa lo studioso Odoardo Cusieri, nella sua Storia fisica e politica dell’Egitto dalle prime memorie de’ suoi abitanti al 1842 (Firenze 1859-1861, vol. III, parte II, libro IV, pag. 212) notava con rispettosa ammirazione: «È rimarchevole in fatto di tolleranza, che sotto il dominio musulmano i cristiani Copti tengono aperte in Egitto non meno di cenventisette chiese, oltre a diciotto conventi. (Mengin ne ha pubblicato l’elenco nel T. II, p. 284-89, della sua storia dell’ Egitto, ec.).». Qualcosa, quindi, è mutato da allora negli equilibri di quelle regioni. E piuttosto di recente, direi.