Alessandria d'Egitto, la strage e un paio di banalità

I fatti di sangue che hanno stravolto Alessandria d’Egitto nelle primissime ore del 2011 meritano tutta l’attenzione della comunità internazionale, e non aggiungerò neanche una parola alle ovvie considerazioni che da giorni riempiono i notiziari.
Tuttavia non posso fare a meno di rilevare un paio di cose, forse banali — così banali da risultare invisibili.

La prima: è bello che il Vaticano inviti a vegliare sulla sicurezza dei cristiani copti. I quali peraltro, non essendo cattolici, non sembra abbiano mai posseduto (o forse in minima parte) la libido convertendi che caratterizza da sempre la Chiesa di Roma. Troverei bellissimo anche un maggior impegno del medesimo Vaticano nei confronti della sicurezza di altre comunità confessionali — e non sto pensando, che so, ai musulmani palestinesi: ma ai cristiani cattolici di certe infelici plaghe centroamericane, per dire. Così, mi suona bizzarro che l’Osservatore Romano concluda un articolo sul “sangue dei fedeli” scrivendo «versare il sangue dei fedeli, di ogni credente e di ogni creatura umana, offende Dio». Sono certa che il Santo Padre e i suoi arcivescovi (mons. Fisichella, per esempio) non ignorano che, perlomeno dai tempi di Pietro l’Eremita, il Dio cattolico ogni po’ vult qualche massacro o guerra o sterminio. (Tant’è che il 6 giugno 1249 il re di Francia Luigi IX, artefice della Settima crociata, non ti va proprio in Egitto a conquistare Damietta? Conquista effimera, è vero: ma durata quanto bastò per trasformare la moschea di Abu el-Maati in cattedrale, e chiudere gli occhi su qualche eccesso dei cristiani copti, alcuni dei quali pensarono che fosse cosa buona e giusta incendiare qualche altra moschea e qualche casa musulmana). Dunque Sua Santità e i suoi collaboratori, dicevo, certo non ignorano queste storie: magari possono essersele dimenticate, con tutto quello a cui hanno da pensare; ma apposta per questo sono qui a ricordarglielo.

La seconda: sembra che il mondo scopra adesso l’inaudita realtà di una comunità cristiana in partibus infidelium. In verità, la convivenza fra comunità musulmana e comunità cristiana copta in terra d’Egitto è di lunga data, e pur annoverando una fisiologica alternanza di periodi più e meno pacifici è indubbio che siano gli ultimi anni a registrare un incremento di violenze ai danni dei soli copti. Al contrario, centocinquant’anni fa lo studioso Odoardo Cusieri, nella sua Storia fisica e politica dell’Egitto dalle prime memorie de’ suoi abitanti al 1842 (Firenze 1859-1861, vol. III, parte II, libro IV, pag. 212) notava con rispettosa ammirazione: «È rimarchevole in fatto di tolleranza, che sotto il dominio musulmano i cristiani Copti tengono aperte in Egitto non meno di cenventisette chiese, oltre a diciotto conventi. (Mengin ne ha pubblicato l’elenco nel T. II, p. 284-89, della sua storia dell’ Egitto, ec.).». Qualcosa, quindi, è mutato da allora negli equilibri di quelle regioni. E piuttosto di recente, direi.

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