Vivisezione: le solite scuse…

Un commento al mio post su Federparchi e Telethon recita testualmente:

Cara Alessandra, ci terrei a precisare che “ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione” non sono sinonimi.

Sicuramente avrai un parente che è stato malato ed è guarito, oppure che continua a vivere grazie a farmaci che abitualmente prende o magari grazie ad una qualche operazione. Bene, secondo il tuo ragionamento tu preferiresti che non ci fosse stata nessuna sperimentazione, quindi nessuna cura e che ora i tuoi cari ora fossero morti. Ti invito a riflettere su questo.

Poi, se vogliamo discutere sul fatto che siamo in troppi su questo pianeta, che le case farmaceutiche preferiscano un semi-malato dipendente da farmaci per tutta la vita piuttosto che guarirlo definitivamente e che il Vaticano è una grossissima palla al piede ti do ragione in pieno, ma non mi puoi dire che non si debba fare ricerca!

Daniele

Poiché ha il pregio di riassumere in sé tutte (o quasi) le argomentazioni a favore della vivisezione, questo commento merita ampiamente una risposta a parte — non foss’altro perché, come dicevano gli antichi, repetita juvant, le cose ripetute non guastano mai.

Dunque Daniele dice che «”ricerca di base o sperimentazione in vivo o sperimentazione su modelli animali o sperimentazione animale o vivisezione” non sono sinonimi».
Definiamo i termini: precisamente, per ricerca di base s’intende ogni «attività sperimentale o teorica sviluppata per acquisire nuove conoscenze su fenomeni fondamentali, iniziata senza la previsione di una sua particolare applicazione», ex art. 3 comma 4 del Decreto legislativo n. 116/92. Questo significa che «tutto quanto può passare per la mente del ricercatore, in cerca di finanziamenti, titoli o pubblicazioni, può essere accettato». Ma siccome i finanziamenti ai laboratori di ricerca variano anche a seconda del numero di esperimenti effettuati e del numero (e tipo) di cavie utilizzate per la sperimentazione, il ricorso all’impiego di animali per la ricerca è diventato una prassi, al punto che oggi s’invocano progetti e normative per “una ricerca di base senza animali”, proprio come se ormai la ricerca di base fosse possibile soltanto coll’impiego di animali.
Per il resto, è chiaro a tutti che la parola “vivisezione” non piace ai ricercatori che la praticano: perché difficilmente una persona dotata di normale sensibilità resterebbe impassibile di fronte a certi esperimenti effettuati in nome della “scienza”, accettando serenamente il loro reiterarsi. Tant’è vero che viene riconosciuto e ufficialmente sancito il diritto all’obiezione di coscienza da parte di studenti e lavoratori impegnati in progetti di studio che contemplino anche il ricorso alla vivisezione (sì, io continuo a chiamarla così perché gli eufemismi, quando c’è di mezzo la carne e il sangue e il dolore senza perché del vivente torturato, mi fanno vomitare).
Ma la lingua italiana è precisa e non di parte. Così, secondo il dizionario De Mauro (ed. Paravia), la definizione di vivisezione è:  «Vivisezione: s.f. dissezione anatomica di animali vivi effettuata a scopo di studio e sperimentazione | estens., qualunque tipo di sperimentazione effettuata su animali di laboratorio che induca alterazioni a livello anatomico o funzionale, come l’esposizione a radiazioni, l’inoculazione di sostanze chimiche, di gas, ecc.». Del pari, nel Vocabolario della lingua italiana ( Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani s.p.a., Milano 1994), alla voce vivisezione, si legge: «Termine che, secondo un’accezione restrittiva, aderente all’etimo, designa ogni atto operatorio su animali vivi, svegli o in anestesia totale o parziale, privo di finalità terapeutiche ma tendente a promuovere, attraverso il metodo sperimentale, lo sviluppo delle scienze biologiche, o a integrare l’attività didattica o l’addestramento a particolari tecniche chirurgiche, o, più raramente, a fornire responsi diagnostici. Con significato più ampio, il termine viene riferito – almeno ai fini dell’interpretazione giuridica ed etica – a tutte quelle modalità di sperimentazione, non necessariamente cruente, che inducano lesioni o alterazioni anatomiche e funzionali (ed eventualmente la morte) negli animali di laboratorio (generalmente mammiferi), come ustioni, inoculazione di sostanze chimiche, esposizione a gas tossici o ad altre energie (radiante, elettrica, di altra natura), soffocamento, annegamento, traumi vari».
Quanto alla “sperimentazione in vivo“, essa è una delle due possibili strade tentate dalla ricerca biomedica: come spiega impeccabilmente Patrizia Restani (Dipartimento di Scienze Farmacologiche, Università di Milano), «Da sempre la ricerca biomedica si è avvalsa di approcci metodologici che comprendono studi in vivo e in vitro. Condurre studi in vitro significa utilizzare cellule in coltura o parti di organismi viventi (tessuti o organi isolati). Condurre studi in vivo significa utilizzare organismi viventi in toto. I due approcci sono entrambi validi e in grado di dare informazioni utili, anche se presentano in parallelo aspetti negativi.  Gli studi in vitro sono più semplici, più economici e non comportano l’uso di animali, fatto che determina implicazioni di tipo etico e affettivi. D’altra parte, l’uso di un animale in toto consente di verificare il destino di una molecola in un organismo complesso, in cui organi e sistemi funzionano insieme e non in modo separato come negli organi isolati. Negli studi in vivo i risultati saranno pertanto molto più rispondenti a quello che si verifica in un organismo umano. […] La valutazione dell’efficacia e degli effetti tossici di un farmaco che deve entrare sul mercato richiede necessariamente uno studio su organismi animali prima di passare alla fase clinica. In mancanza di questi studi, la sperimentazione in vivo si dovrebbe fare direttamente sull’uomo (tra cui non dimentichiamo ci sono soggetti particolarmente sensibili come i bambini, gli anziani, i soggetti con patologie), con un grado di rischio che oggi non è accettabile». Per i non addetti ai lavori, rilevo che l’espressione “animale in toto” indica la cavia da laboratorio.

La “sperimentazione su modelli animali” è un sinonimo del tipo precedente di sperimentazione, poiché «Un modello animale è un organismo vivente, non umano, che può essere utilizzato nella ricerca scientifica per indagare vari aspetti biologici. Può essere utilizzato per mimare un processo biologico naturale o patologico, per un’indagine dell’impatto di una sostanza o di un inquinante».

“Sperimentazione animale” è un’espressione così chiara che mi limito a fare riferimento alla definizione che ne dà Wikipedia: «La sperimentazione sugli animali (o sperimentazione animale) è la sperimentazione a scopo di studio e ricerca su animali da laboratorio, per esempio in ambito farmacologico, fisiologico, fisiopatologico, biomedico e biologico».

Chiariti dunque i termini, senza di che — insegna Aristotele — tanto varrebbe parlare a un tronco secco, andiamo avanti: e precisamente là dove Daniele dice: «Sicuramente avrai un parente che è stato malato ed è guarito, oppure che continua a vivere grazie a farmaci che abitualmente prende o magari grazie ad una qualche operazione. Bene, secondo il tuo ragionamento tu preferiresti che non ci fosse stata nessuna sperimentazione, quindi nessuna cura e che ora i tuoi cari ora fossero morti. Ti invito a riflettere su questo». Ci avrei giurato. Ringrazio Daniele per avermi risparmiato l’altra versione che figura solitamente nel kit del perfetto vivisezionista — “per salvare tuo figlio non preferiresti sacrificare anche un milione di animali?”.

Ho avuto qualche parente e diversi amici cardiopatici o malati di cancro, effettivamente. Sono stati curati, sono stati operati — e sono morti. Ma a parte questo, è chiaro che Daniele parte da una premessa sbagliata: cioè la convinzione che sia possibile trasferire all’essere umano i risultati di una ricerca condotta su organismi non umani. È questo il peccato originale della scienza vivisezionista, e non c’è battesimo o redentore che possa cancellarlo. Gli eccellenti risultati ottenuti grazie alla ricerca effettuata senza il ricorso alla vivisezione stanno a dimostrare non soltanto che una ricerca senza animali è possibile, ma anzi che essa è doverosa. Proprio come è doveroso porre fine all’orrore del massacro quotidiano, inutile e dannoso, di milioni di animali in tutto il mondo cosiddetto civile, perpetrato perlopiù a meri fini di lucro.

Lottare contro la vivisezione non significa affatto lottare contro la ricerca: al contrario, significa proprio battersi per una ricerca scientifica degna di questo nome, scevra di pregiudizi e seriamente interessata al bene comune anziché al portafoglio di pochi; significa riconoscere i limiti che ci impone la natura e rispettare la vita e il suo mistero; significa imparare a considerare ogni entità vivente come un unicum compiuto e irripetibile, in una visione olistica che spazzi via una volta per tutte la frammentazione dell’essere imposta dalla falsa scienza.

Non è mica facile. Ma ci sono ancora persone che amano le sfide.

3 Comments on Vivisezione: le solite scuse…

  1. Insomma, quando servono per la sperimentazione, allora gli animali vengono riconosciuti SIMILI agli umani, quando si sceglie di mangiarli poi invece non sono piu simili,e si diventa SPECISTI, atrimenti, poi, come la mettiamo con la nostra coscienza? Ma vi rendete conto del’assurdità?

  2. Come ha gia detto una certa Alessandra:
    Un animale è una creatura senziente non umana…
    Che a soffrire sia un proprio figlio, un proprio cane, un figlio o un cane d’ altri, è sempre di sofferenza che parliamo.
    Pensiamoci.

    • Alessandra | 1 giugno 2011 at 13:44 |

      Bravissimo :-)
      È proprio questo il punto, ma naturalmente è più facile e più comodo far finta di niente…
      Grazie, Seba ;-)

Leave a comment

Your email address will not be published.

*