Noterelle sul 15 ottobre

… e insomma non si può mai stare tranquilli.

Speravo di superare la manifestazione del 15 ottobre senza intoppi — non ho neanche acceso il pc, sabato e domenica — e invece macché: sollecitata a dire la mia dai soliti amici, dò qui una risposta cumulativa attraverso un paio di considerazioni.

Che i black bloc (d’ora in poi: bb) siano manovrati, non mi sembra né una rivelazione spettacolare né una novità inaudita. Una volta non si chiamavano bb — agents provocateurs, magari, o infiltrati, o qualcosa del genere. Con tutta probabilità, forse, non si tratta neanche di elementi tanto consapevoli: più semplicemente, credo che si butti lì un’ideuzza e si lasci poi che le cose seguano il loro corso. La prassi è piuttosto vecchiotta, e non vedo dove stia lo scandalo. Sull’argomento, del resto, avevo già chiacchierato diffusamente qui, qualche mese fa. Non cambio neanche una virgola. Lo scopo — cioè puntare l’attenzione sul dito delle violenze, dei criminali, delle pene esemplari eccetera eccetera invece che sulla luna delle motivazioni profonde sottese alla protesta — è stato raggiunto.
Quanto alla presenza di anarchici all’interno dei bb, che dire? L’anarchia storica si è sempre fatta un vanto e un punto d’onore di rivendicare le proprie azioni, tant’è vero che l’attentato al Diana aprì un severo dibattito all’interno del movimento anarchico. Sono e resto dubbiosa.

Che i manifestanti pacifici — quelli che il centrodestra e la borghesia benpensante (che strano, bb anche qui…) ama chiamare, con un ammuffito calembour, i “pacifinti” — fossero davvero pacifici, mi sembra altrettanto palmare: per la stragrande maggioranza, è gente che davvero non ne può più. Siamo noi — commentatori, osservatori, analisti — che commettiamo l’errore fondamentale di credere che la gente comune che vota ci capisca veramente di politica, cioè conosca veramente i meccanismi che stanno dietro la politica parlamentare e gli accordi ai piani alti di questa infelice repubblichetta. A stento passa l’idea che oggi la politica sia dominata dall’economia: in realtà, invece, il popolo votante non ci capisce un accidente e n linea di massima è davvero convinta che votando questo o quello si possano operare dei cambiamenti. Poi, però, quando comincia a capire — come adesso — che in realtà non è così; che esiste una casta o oligarchia o chiamatela come volete che agisce per il proprio esclusivo tornaconto; che la politica oggi si risolve in una lotta all’ultimo sangue per il mantenimento di un potere personale in termini di ricchezza insultante; che all’interno del sistema parlamentare esiste una turpe compravendita alle spalle e sulla pelle dei cittadini; che tutt’a un tratto non ce la si fa davvero più ad arrivare a fine mese; che quando andrà in pensione ci sarà da tirare la cinghia; e che nonostante il condizionamento subliminale e la privacy e la tolleranza a un certo punto non se ne può veramente più di bunga-bunga e di escort e di mercato delle vacche (chiedo scusa alle signore bovine, è un modo di dire) — ecco, quando comincia a capire questo fatalmente s’incazza. E scende in strada, perché vuole farsi sentire; ed è inutile che gli vai a dire con l’aria del saputello “hai votato tizio? hai votato caio? adesso tienteli”. Perché la gente queste cose non le sa, non le capisce, non ci arriva. Dovrebbe essere questo il compito dei commentatori, degli osservatori, degli analisti: aiutare la gente a capire come stanno le cose. Una volta, era quello che facevano i giornalisti — quelli seri, quelli che hanno marchiato a fuoco il mio immaginario e presumo anche quello di alcuni altri come me. Invece adesso il giornalista, in linea di massima, fa da megafono del potere o dell’opposizione: e quello di somministrare veline al popolo anziché fornire informazioni ai cittadini è, ahinoi, più un fatto che un’ipotesi.

Aggiungo una doverosa nota a margine, che mi farà sicuramente male come quando ci si strappa via una crosta non ancora giunta a maturazione — infatti è di uno strappo in piena regola che si tratta.
Dunque ieri sera Gianfranco Fini, in riferimento al discutibile operato dei bb, ha parlato di “squadristi del XXI secolo”: e a me è scappato subito da dire che un’uscita del genere se la poteva anche risparmiare — lui, dico. Detta da un altro, magari ci stava pure. Anche perché, ripensandoci a freddo, non posso fare a meno di chiedermi come avrei reagito io, se nel ’20 o nel ’21 avessi avuto il mezzo secolo suonato che ho oggi: conoscendomi, non lo so se mi sarebbero piaciute davvero le camionette piene di gente pronta a menar le mani. E, per esempio, una cosa che non mi è mai andata giù è l’incendio dell’ “Avanti!” nel 1919 — non toccatemi la carta stampata. Ma è anche vero che è necessario contestualizzare. Quindi, ammettendo che il termine “squadrismo” è entrato nell’uso comune a indicare ogni atteggiamento incline alla violenza intesa come mezzo risolutivo delle controversie, parlare di “squadrismo del XXI secolo” non è poi fuor di luogo. Poi se vogliamo fare, dipietristicamente, distingui e distinguini ideologico-filologici, mettiamoci comodi. Di sicuro, la violenza del 15 ottobre avrebbe dovuto essere agita da altri e rivolta contro altro, ma pazienza.

Altro da dire? No. Occhi aperti, come sempre, e guardia alta. E, soprattutto, mai voltare le spalle.


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