Don Mazzi, i cani e una Chiesa che mi ha rotto

“Tanto ci sarà sempre, lo sapete, […] un prete /
a sparare cazzate”

(F. Guccini, “Avvelenata”)

Non so bene cosa insegnino nei seminari cattolici e alla facoltà di Teologia della Pontificia Università, e soprattutto non so come insegnino la filosofia: già in Cattolica, ai miei tempi (che non sono poi quelli dei roghi in piazza) l’esame di Storia della filosofia moderna era bizzarramente selettivo — Telesio e Cusano si saltavano a piè pari; Bruno e Campanella non li si nominava neppure, brutti ereticacci; se proprio volevi, potevi portare in lettura i testi di Eugenio Garin su Umanesimo e Rinascimento ma nulla garantiva che ti ci avrebbero fatto almeno una domandina piccola piccola. In Storia della filosofia contemporanea, invece, la triade sulfurea Marx-Nietzsche-Freud veniva sbrigata rapidamente, recuperandone soltanto qualche lacerto da strumentalizzare ad maiorem Dei gloriam.

Però Wittgenstein lo studiavamo, eccome. E studiavamo la famosa Proposizione 7 dell’Introduzione al Tractatus logico-philosophicus: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere» — norma aurea così spesso disattesa e comunque largamente ignorata.

Nella categoria dei largamente ignoranti (la Proposizione 7, dico) sono lieta di far rientrare a buon diritto don Antonio Mazzi, che forse a Ferrara negli anni Cinquanta non ha studiato Wittgenstein, o forse non se lo ricorda. Perché don Mazzi, nella sua rubrica “Secondo coscienza” (su un numero di “Gente” degli inizi di ottobre, chiedo scusa per l’inconsueta imprecisione) si occupa dei “cattivi esempi” che “distruggono la normalità”. E sia. Non si capisce, però, perché verso la fine del suo scritto don Mazzi debba concludere: «Le battaglie vere, oggi, pare siano altre: i diritti dei cani, le barche dell’America’s Cup, i capricci dei nostri onorevoli».

Ma di che parla, don Mazzi? Ma che ne sa, lui, dello scempio quotidiano di milioni di senzienti non umani? Lui che ha come referente ultraterreno un dio che dice a Mosè: «Quando nascerà un vitello o un agnello o un capretto, starà sette giorni sotto la madre; dall’ottavo giorno in poi, sarà gradito come vittima da consumare con il fuoco per il Signore» (Levitico 22,27); e come referenti terreni personaggi siffatti — un papa che così si rivolge ai macellai del mattatoio di Roma: «per divina disposizione i minerali serviranno le piante, le piante serviranno gli animali, gli animali l’uomo: affinchè attraverso l’uomo tutti servano Dio. Ma l’uomo, per servirsi degli animali, deve spesso — purtroppo — farli soffrire, deve spesso ucciderli; nulla è dunque per sè di riprovevole in questo. Certamente dovranno essere ridotte al minimo le sofferenze, interdette le inutili crudeltà (abbiamo letto, per es., che nel mattatoio si ha particolare cura che il bestiame vivo non si incontri con coloro che trasportano le carni), ma non vi è nemmeno posto per ingiustificati rammarichi. I gemiti delle bestie abbattute e uccise per giusto motivo non dovrebbero destare una tristezza maggiore del ragionevole, mentre non ne procurano i colpi del maglio sui metalli roventi, il marcire dei semi sotterra, il gemere dei rami al taglio della potatura, il cedere delle spighe all’azione dei mietitori, il frumento che viene stritolato nella macina da mulino»; e un cardinale che si compiace dell’angoscia e della morte di una bestia:

Non spreco tante altre parole, e mi limito a dirgli, a don Mazzi, quello che ho già detto al suo correligionario don Salvatore Cerruto: «Limitatevi a parlare di quel che sapete, se lo sapete, e non curatevi di ciò che per voi non è — a prescindere — degno di considerazione; lasciate che siamo noi poveri peccatori incalliti e soddisfatti del nostro peccare a preoccuparci delle sorti dei viventi non umani. Voi continuate pure ad occuparvi di anime e lasciate che ai corpora vilia pensiamo noi: ci interessa l’aldiqua, l’aldilà è tutto vostro».

4 Comments on Don Mazzi, i cani e una Chiesa che mi ha rotto

  1. Articolo ovviamente di parte. Premetto che condivido in pieno con lei la ferma condanna contro ogni violenza sugli animali ma voglio ricordarle che non sono solo i soliti bruti “cattolici” a sgozzare agnelli. Lo fanno anche i cari e “illuminati” musulmani, senza contare della vastissima e antica tradizione ebraica di sacrificare innocenti animali al Dio di Abramo in sconto dei peccati del popolo. Eh ma si sa, è sempre facile sparare contro la Chiesa Cattolica; quelli non le metteranno una bomba sotto la scrivania…e viene da sorridere quando nel suo articolo elenca argomenti “saltati a piè pari” di filosofia alla Cattolica. Grande coerenza!

    • Alessandra | 30 agosto 2016 at 13:25 |

      Non posso pretendere che Lei conosca tutto ciò che vado scrivendo da più di trent’anni, e quindi mi limito a risponderle che sulle altre religioni del libro mi sono già espressa ripetutamente.
      Nel merito, poiché siamo in Italia, la cui religione di Stato era, fino a non molto tempo fa, quella cattolica; poiché l’Italia ospita il Vaticano da duemila anni; poiché uno dei patroni d’Italia è Francesco d’Assisi protettore degli animali — in dipendenza da tutto questo, insomma, mi esprimo al riguardo.

  2. Applausi. La foto del prelato che scalcia la povera bestiola è agghiacciante. Io, nel mio blog, molto meno diplomaticamente l’ho mandato a fanculo. Comincia ad essere fastidioso con quel suo ditino puntato nei salotti di Vespa o di Mara Venier.

  3. Uno dei tuoi articoli migliori…
    Non saprei cos’altro aggiungere

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