Uno scritto di Roberto Giammanco: “PADRONI BIANCHI CON MASCHERE NERE – Il Blackface Show con Appendice”

È bello avere amici veri. È ancora più bello quando sono amici come Roberto Giammanco — persona squisita e studioso di altissimo livello, che se non fossimo in Italia adesso avrebbe più cariche e riconoscimenti che capelli in testa. Ora, Roberto G. mi fa dono di questo scritto profondo, duro e commovente: lo condivido con i viandanti. Buona lettura.


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Padroni bianchi con maschere nere
Il Blackface Show con Appendice


Ritrovo in un pacco di vecchie schede l’articolo apparso nel 1867 sulla rivista «Atlantic Monthly» e dedicato alla nascita del Blackface Show avvenuta nel 1830, vale a dire trentasette anni prima, a Pittsburgh in Pennsylvania ad opera di Theodor D. Rice, attore di una compagnia di varietà del genere burlesque, sempre a corto di sketch originali.  “All’albergo Griffith in Bond Street c’era un inserviente negro di nome Cuff che si guadagnava la vita stando a bocca aperta davanti all’entrata e facendo da bersaglio ai ragazzi che gli tiravano in bocca le monetine da un centesimo. Si era talmente abituato che riusciva a non ingoiarle mai. Cuff aiutava anche i passeggeri a portare i bagagli dai vaporetti all’albergo.”

Rice lo notò per la sua agilità e bruttezza, e lo trascinò fino al camerino del teatro dove stava per iniziare un suo spettacolo di arte varia. Lo fece spogliare e ne indossò i miseri indumenti; e così abbigliato si presentò sul palcoscenico dopo essersi tinto il viso di nero.

Dietro le quinte, mezzo nudo, Cuff si preoccupava di non arrivare in tempo per la sosta del vaporetto. La cosa avrebbero fatto il gioco dei suoi concorrenti, mentre lui avrebbe deluso i signori che abitualmente gli affidavano i bagagli.  “Che fare, Massa Rice? – sussurrò da dietro le quinte. – Ho bisogno dei miei vestiti! Massa Griffith (il padrone dell’albergo) ha bisogno di me. Il vaporetto sta arrivando. Steamboat is coming!”.

Massa Rice non sentì, o fece finta di non sentire. Dopo due o tre tentativi Cuff irruppe sul palcoscenico in mutande, gridando come impazzito: “Massa Rice, Massa Rice! Gi’m nigga’s hat, nigga’s coat, nigga’s shoes! Gi’m nigga’s things! STEAMBOAT’S COMING!!!” (Padrone Rice, padrone Rice! Dammi il mio cappello da negro, la mia giacca da negro, le mie scarpe da negro. Ridammi tutte le mie cose! IL VAPORETTO STA ARRIVANDO!!!)

Lo spettacolo fu un successo, e Rice tenne Cuff sul palcoscenico per tutto il tempo; poi lo compensò con una banconota da cinque dollari, somma astronomica per il neo-nato Jim Crow.

Vero o parzialmente vero, questo significativo racconto rievocava l’ingresso sui palcoscenici del Blackface Show ad opera dell’attore T.D.Rice che, con la faccia tinta di nerofumo, si presentava al pubblico nei panni di Cuff, con i nomi di Sambo o di Jim Crow.  Sembra che quest’ultimo nome derivi da una danza africana molto popolare tra gli schiavi, ripresa dai menestrelli negri e in seguito fatta propria e modificata dai musicisti bianchi. Il Blackface Show è una modifica ad uso dei bianchi dei ritmi e delle parole dei work songs, i canti che gli schiavi usavano per coordinare i loro ritmi di lavoro nelle piantagioni, nelle segherie e nella pulitura del cotone.

“Una delle ragioni principali per cui siamo chiamati ‘negri’ è che, in questo modo, non possiamo sapere chi siamo – insegnava Malcolm X nel 1965, un mese prima di essere assassinato. – Non sapete chi siete, non sapete di dove venite né che cosa vi appartiene. Finché vi chiamate ‘negri’, niente vi appartiene… La parola ‘negro’ non vi dà una lingua perché

non esiste una lingua negra; non vi dà una cultura, perché una cultura negra non esiste. La terra non c’è, la cultura e la lingua non esistono, e neanche l’uomo esiste. Chiamandovi ‘negri’ vi tolgono anche l’esistenza.”

Via via che imparavano la lingua dei padroni, gli schiavi raccontavano le loro storie con il canto e, dopo che venne estesa loro la conversione al cristianesimo, presero gli episodi della Bibbia dai loro predicatori itineranti creando gli spirituals.  I testi del Blackface Show sono una rielaborazione dei canti dei negri, schiavi ed emancipati.

I Blackface Show cominciavano quasi sempre con questa canzonetta che, come tutte le seguenti, riporto con l’ortografia dello slang. Gli slang infatti possiedono una ortografia tutta particolare e spesso variabile, che corrisponde alla pronuncia negra.

Jump, Jim Crow!  Jump, Jim Crow!
Come an listen all you galls an boys,
I’m going to sing a little song.

My name is Jim Crow,
Weel about an turn an do Jiso.
Eb’ry time I wheel about I jump Jim Crow

Salta, Jim Crow, salta Jim Crow!  //  Venite ad ascoltare tutti voi,  ragazzi e ragazze,  //  canterò una canzonetta, una piccola canzone.  //   Mi chiamo Jim Crow,   //  faccio la giravolta, mi giro su e giù, e  poi faccio un salto.   //   Tutte le volte che faccio la giravolta e salto sono io, Jim Crow!

*  *  *

Intorno agli anni Cinquanta, durante un mio viaggio nel Sud degli Stati Uniti, ebbi la fortuna di conoscere un anziano impresario di New Orleans che stava organizzando il Blackface Show in una cittadina delle zone rurali che aveva una popolazione mista e assai povera. Mi presentò ai suoi collaboratori, bianchi e neri, tutti anziani come lui e mi raccontò come, fino a poco tempo prima, avevano organizzato spettacoli di successo nelle grandi città del Nord, in particolare nel Midwest.  “Dopo tutto, – diceva con una punta d’orgoglio – T.D.Rice non aveva forse avuto un grande successo a New York nel 1832, appena due anni dopo la prima di Pittsburgh?”

Decisi di aspettare lo spettacolo per sfruttare questa grande occasione, visto che i Blackface Show stavano diventando sempre più rari anche se, negli anni Cinquanta, erano ancora in pieno vigore i Black Codes – detti appunto Jim Crow Laws – le leggi che dal 1877 al 1963  garantirono la “superiorità bianca”, la “inferiorità negra”, e i loro ambigui e mostruosi rapporti. I Jim Crow Show erano per l’immaginario collettivo, specialmente quello delle classi medio-inferiori, quello che le Jim Crow Laws erano per la realtà sociale.

Il teatro era forse un vecchio saloon della frontiera riadattato chissà quanti anni prima. Il sipario era mezzo sbrindellato, le sedie ammaccate e zoppicanti; sul pavimento c’era un vero e proprio tappeto di gusci di noccioline, cicche di sigaro e granelli di pop corn. Sulle quinte campeggiavano rozze pitture di mandrie e praterie. Lo spettacolo era introdotto da un complesso di giovanissimi negri composto da due banjo (suonati con incredibile destrezza da due ragazzi con le cravatte a farfalla), da un tamburello e da un violino dal suono ora stridulo e indiavolato, ora  roco e malinconico.

Gli spettatori rimanevano immediatamente coinvolti.  Il Blackface, con il volto lucidato di nero, le mani con il dorso nero e il palmo chiaro, fece il suo ingresso saltando e roteando. Come sempre, gli abiti erano quelli smessi dal padrone: cilindro nero mezzo sfondato, brache da lavoro rappezzate con pezzi di stoffe padronali, scarpe mezze rotte e camicie di canapa.

Jim Crow ballava al suono di ritmi indiavolati o cadenzati,  eco delle gangs degli schiavi che trasportavano tronchi o pulivano il cotone. Nel Blackface Show si raccontava anche come il Jim Crow di turno era riuscito ad abbattere, a mani nude, enormi uccelli rapaci; o si favoleggiava di capre che mettevano in fuga ghepardi, e magari anche di muli che non riuscivano a tirare il carro impantanato senza l’intervento di un negro gigantesco che lavorava giorno e notte e non era mai stanco. Ma, sul palcoscenico, lo schiavo superdotato veniva rappresentato da un Jim Crow magro e allampanato che roteava come una libellula. Quanto al mulo, era un attore travestito come una specie di ronzino cui si dava da mangiare ogni due o tre giorni. Tanto, prima o poi, sarebbe stramazzato morto.

Le strofe che seguono sono fantasie di rivincita, di rivalsa, addirittura di superiorità sui bianchi:

I’m so glad that i’m a niggar
An don’t you wish you was too
For den you gain popularity
By jumping Jim Crow

Poi, dopo tutta una serie di sberleffi e di sculettamenti, Jim Crow esplodeva:

Now my brudder niggars
I do not think it right
That you should laugh at them
Who happen to be white
Kase it dar misfortune
An dey’d spend every dollar
If they only could be
Gentlemen of colour

Sono così contento di essere un nigger //  e proprio non voglio che lo sia anche tu  //  perché guadagneresti una grande popolarità //  saltando e rigirandoti come Jim Crow.

Ora, miei fratelli nigger //  non credo sia giusto  //  che voi ridiate alle spalle  //  di chi gli capita di essere bianco.

Considerate la loro sfortuna,  //  spenderebbero fino all’ultimo dollaro  //  se soltanto potessero arrivare ad essere  //  gentiluomini di colore.

Il pubblico rumoreggiava con fischi di approvazione, Bronx cheers (termine inventato dagli italo-americani, traducibile con ‘pernacchie’), e grida di “Bravo Sambo! Fuck you nigga coon!” (Bravo, Sambo! Vaffan’culo, procione nero!). Erano tutti bianchi: operai, e molti minatori disoccupati dopo la chiusura di una cava nelle vicinanze. E reagivano allo spettacolo con eccitazione quasi si trovassero in un’aula di tribunale, in uno stadio o in un bordello.

Io mi sentivo oppresso da quella atmosfera di ambiguità e di canagliesche presenze. Era solo divertimento o autoflagellazione? Era solo il comic show della superiorità bianca o piuttosto il timore nascosto per la virilità nera, per un tipo di sessualità e di linguaggio del corpo che evocavano fantasie inconfessabili?  Tutto nel Blackface Show era allusivo, ambiguo, dalla più rozza volgarità a momenti nostalgici per le fantasie che evocavano connubi immaginati: padrone-schiava, schiavo-schiava, padrone-schiavo. Fino alla più terribile delle fantasie razziste: donna bianca-negro.

There was a nigger wench and I thought I’d die,
For when she looked at me she give such a sigh,
I made an impression on the wenches feeling,
That I sat the coloured  lady in a big fit a reeling
She dropt right down on the floor,
In a state of agony you know,
I kissed her gently on the chin,
Says she pray do dat agin.

C’era una nigger wench che mi faceva morire,  //  quando mi guardava sospirava in un certo modo,  //  io suscitavo nella wench certe sensazioni  //  al punto che eccitai quella donna di colore  //  tanto che si sdraiò sul pavimento,  //  come potete immaginare, tutta eccitata,  //  io la baciai gentilmente sul mento  //  e lei mi pregò di farlo ancora.

Canzoni come questa erano accompagnate da gesti inconfondibili sia da parte di Jim Crow  che del suo partner-wench, che poi era un ragazzo vestito da donna. Jim Crow esibiva vistosamente il gonfiore pubico sotto la cintura mentre la musica evocava l’orgasmo con i sospiri e i miagolii del violino. Insomma, un groviglio di fantasie erotico-repressive: il bianco Blackface che descrive l’orgasmo con la black wench. Si suppone che lo spettatore non sappia – o non dovrebbe sapere – chi è il maschio e chi è la femmina: l’equivoco garantisce il successo dello spettacolo.

La negra era rappresentata come una donna grassa con i fianchi larghi, il seno eretto e solido, il culo a sella e, quasi sempre, con i soliti piedoni e labbroni. Non era una woman, ma una wench, definita soltanto in base ai suoi organi genitali: la parte per il tutto. Il potere sessuale del maschio negro e quello della wench venivano esaltati proprio grazie al ridicolo.

I stopped her an I had some talk,
Had some talk,
Had some talk,
But her foot covered up de whole sidewalk
An left no room for me.
Her lips are like de oyster plant,
De oyster plant,
De oyster plant,
I try to kiss dem but I can’t
Dey am so berry large.

L’ho avvicinata per fare quattro chiacchiere,  //  quattro chiacchiere,  //  quattro chiacchiere,  //  ma i suoi piedi  coprivano tutto il marciapiede  //  e non mi lasciavano neanche un po’ di spazio.

Le sue labbra sono come ostriche,  //  come ostriche,   //  come ostriche,  //  cerco di baciarle, ma non mi riesce  //  perché sono troppo grosse.

I piedoni e i labbroni della wench ostacolano l’incontro amoroso. In fondo, la donna negra è un animale: si può fare di lei quello che si vuole. Il maschio negro può descriverne i difetti che provocano le sue frustrazioni, lasciandola così in balia del maschio bianco che può averla quando vuole e, nello stesso tempo, la ridicolizza. Il maschio bianco veniva così rassicurato riguardo al suo dominio sessuale; quanto al dominio sul lavoro dei negri, ci pensavano le istituzioni e i linciaggi. Tutto lo spettacolo era allusivo ed esprimeva l’incombere della minaccia all’identità dei bianchi, oltre alla forzata ma ormai strutturata complicità dei negri con il Jim Crow Show.

Nel canzoniere edito nel 1827, agli albori del Blackface Show, troviamo il famoso Long Tail Blue, la “spacconata del Nigger Dandy”: e cioè il negro che si presuppone sia libero, abbia abbastanza denaro per comprarsi un frack blu con le code e, massima di tutte le trasgressioni, corteggi una ragazza bianca che – si sottintende –  è stata proprio lei a prendere l’iniziativa.

Some Niggers they have but one coat,
But you see I’ve got two;
I wears a jacket all the week,
And Sunday my long tail blue.
Jim Crow is courting a white gall
And yaller folks call her Sue;
I guess she back’d a nigger out,
And swung my long tail blue.

Alcuni negri hanno un solo vestito,  //  ma come vedete io ne ho due;  //  per tutta la settimana porto una casacca,  //  ma la domenica mi metto il mio abito con le code blu.

Jim Crow fa la corte a una ragazza bianca,  //  gli altri la chiamano Sue;  //  suppongo che corra dietro ai negri,  //  a me ha rovesciato le mie code blu.

*   *   *

La canzone del  Blue Tail Fly (1844) è un irresistibile esempio della mostruosa ambiguità dei rapporti tra schiavo e padrone. Sottomissione, odio e ribellione tradotti in termini di ironico compiacimento/rimpianto si intrecciano in questa ballata della morte, causata dalle mosche cavalline. Le stesse che, a nugoli, aggredivano per tutto il giorno gli schiavi durante il lavoro nei campi.

When I was young, I used to wait
On Massa’s table an hand de plate;
I’de pass de bottle when he dry,
An brush away de blue tail fly,
An scratch  ’im wid a brier too.
Den arter dinner Massa sleep
He bid me vigilance to keep;
An when he gwine to shut he eye
He tell me watch de blue tail fly,
An scratch  ’im wid a brier too.
When he ride in de arternoon,
I foller wid a hickory broom;
De poney being berry shy,
When bitten by the blue tail fly,
An scratch ‘im wid a brier too.
One day he rode aroun de farm,
De flies so numerous did swarm.
[…]
De poney run, he jump, an pitch
An tumble Massa in de ditch.
He died, an de Jury wonder why,
De verdict was de «blue tail fly».
An scratch ‘im wid a brier too.

Roteando e saltando su e giù per il palcoscenico, Jim Crow cantava in falsetto l’epigrafe per il suo vecchio padrone:

Ole Massa’s gone, now let him rest,
Dey say all tings am for de best;
I neber shall forget till de day I die
Ole Massa an de blue tail fly,
An scratch ‘im wid a brier too.

Quando ero giovane servivo a tavola  //  il padrone, gli portavo le pietanze;  //   gli passavo la bottiglia quando aveva sete,  //  e con un ramo frondoso    cacciavo via le mosche cavalline  //  e lo massaggiavo con l’acqua di rose.

Poi, dopo pranzo il padrone faceva la siesta  // mi ordinava di vigilare;  //  e quando chiudeva gli occhi   //  mi diceva che stessi attento alle mosche con la coda blu  //   e a massaggiarlo con l’acqua di rose.

E quando nel pomeriggio usciva a cavallo  //  io lo seguivo con un ramo frondoso;  //  il poney si imbizzarriva spesso  //  quando veniva punto dalle  mosche con la code blu,  //  e io lo massaggiavo con l’acqua di rose.

Un giorno, mentre il padrone cavalcava nella fattoria //  arrivò una nuvola   enorme di mosche dalla coda blu.  […]

Il poney cominciò a correre e saltare //  e finì per far cadere nel fossato il padrone.  //  Lui morì e il giudice trovò la cosa strana,  //  il verdetto fu:  «Morte causata dalle mosche dalla coda blu».  //  E lo massaggiavo con l’acqua di rose.

Il vecchio padrone è morto, che riposi in pace,  //  dicono che tutto avviene per il meglio;  //  ma io non dimenticherò mai  fino alla fine  //  il mio vecchio padrone e le mosche dalla coda blu  //  e come lo massaggiavo con l’acqua di rose.

Nei Blackface Show, oltre a Jim Crow, il capro espiatorio prendeva anche altri nomi:  Sambo, Jim Dandy, Zip Coon (coon è il procione, meglio noto come “orsetto lavatore”, un piccolo mammifero dal pelo grigio  con una mascherina nera attorno agli occhi).  Tutti questi termini  presentavano il negro come un “pazzariello” stupido, ma in fondo felice della sua condizione. Qualche sussulto di ribellione, che avrebbe fatto sentire i bianchi in una situazione di inferiorità e di pericolo continuo, veniva esorcizzato con il ridicolo. Intere canzoni erano dedicate ai “piedi del negro”, troppo grossi per mettersi le scarpe del padrone, ai capelli lanosi, ai “culi a sella”; oltre, naturalmente, all’inferiorità intellettuale e morale. Questi spettacoli miravano alla disumanizzazione del negro e alla sua infantilizzazione animalesca.

In uno dei canzonieri che mi aveva procurato il mio amico impresario c’era la ristampa (1941) di un articolo del «Journal of Music» del 7 ottobre 1856, in cui si affermava che gli autori delle canzoni, i menestrelli negri, “erano rimasti dei bambini che non sapevano quello che facevano e andavano ad orecchio, per tentativi”.  La condizione di schiavi favoriva la loro innocenza:  “cantavano come uccelli”. Ecco un esempio.

Den Lubly Fan will you cum out tonight,
Will you cum out tonight
Will you cum out tonight
Den lubly Fan will you cum out tonight
An dance by de lite ob de moon.

Quella Lubly Fan uscirai di notte,  //  uscirai di notte,  //  uscirai di notte.  // Quella Lubly Fan uscirai di notte  //  e ballerai alla luce della luna.

*   *   *

Harriet Beecher Stowe pubblicò  La capanna dello zio Tom nel 1852. A cominciare dall’anno seguente, questo capolavoro dell’ipocrisia cristiano-romantica divenne uno dei temi preferiti dai menestrelli del Blackface Show. Lo zio Tom è il modello del masochista e dell’umile ed eroica vittima del sistema schiavitù e dell’identificazione cristiana con il Crocefisso. Lo zio Tom non scappa, e rimprovera chi spera di farlo; obbedisce agli ordini più perversi, crede nella “torta in cielo” e tutela gli interessi del padrone meglio di quanto sappia fare lui stesso.

Let her [Eliza] go – it’s her right! If I must be sold, le’b me [be] sold!
Massa’s allers found me on the spot. I nebber found me on the spot.
I nebber hab broke my trust and nebber will!

Lasciate pure che lei [Elisa] se ne vada, è nel suo diritto. Se debbo essere venduto, ebbene, che io sia venduto!
Il padrone mi ha colto di sorpresa, ma io non mi sono mai fatto cogliere di sorpresa per queste cose (la compravendita). Io non ho mai tradito le promesse,  né mai lo farò.

Durante la schiavitù il matrimonio tra schiavi non fu mai legalmente riconosciuto. Il motivo era semplicissimo: consentire la compravendita dei figli e delle madri. Nelle innumerevoli versioni Blackface lo zio Tom, che nel romanzo è uno schiavo giovane e robusto, viene presentato come sempre più vecchio, patetico e umile. Un vero missionario dell’infame insegnamento che gli hanno impartito i suoi padroni cristiani a copertura degli stenti, delle frustate e della compravendita dei suoi cari: “Porgi l’altra guancia!”

Nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, ai negri battezzati si lasciava intendere che la loro condizione dipendeva dalla volontà divina. Il testo fondamentale di riferimento era la lettera di Paolo agli Efesini (6:5-8): “Schiavi, obbedite ai vostri padroni terreni secondo la carne, con timore e tremore, come a Cristo… prestando servizio volentieri come chi serve il Signore e non gli uomini”.

Il  Blackface Show trasformava in piacere le ansietà del pubblico bianco e, attraverso il ridicolo, esaltava il desiderio di trasgressione e di violenza e ribadiva il disprezzo per Jim Crow.

I don’t like a nigger,
I’ll be dogged if I do,
Kase him feet am so big
Dat he can’t war a shoe
Oh, I does hate a nigger
Tho’ its colour ob my skin,
But de blood ob this nigger
Am all white to de chin.
I war coloured by de smoke
In de boat war I was borned,
And de galls say my gizzard
Am as  white as de corn.

Non mi piace il nigger,  //  guai a me se mi piacesse.  //  Ha i piedi così grandi  //  che non si può mettere le scarpe del padrone.

Oh, odio il nigger,  //  questo è il colore della mia pelle,  //  ma il sangue di questo nigger //  è tutto bianco fino al mento.

Mi sono colorato con il fumo  //  sono nato in una barca,  //  e le ragazze dicono che  il mio cazzo  //  è bianco come il granturco.

*   *   *

Il Blackface Show era l’apoteosi del travestimento: il bianco pitturato da negro, il negro vestito da donna, la donna negra “fallica” rappresentavano nello spettacolo Jim Crow le invarianti del rapporto fra le due “razze”, tra padroni e schiavi.

Secondo le convenzionali interpretazioni psicoanalitiche, erano in gioco la rimozione della paura di castrazione prodotta dalla femminilizzazione della sessualità; mentre l’immagine della donna “fallica” nutriva le fantasie infantili di identificazione con la madre. Negli anni ’60 negli studi della cultura popolare prevalse l’orientamento di definire i Minstrel Show Blackface “l’investimento” che i bianchi facevano sul pene dei negri, investimento che comprendeva l’attrazione omossessuale, l’identificazione con il maschio “primitivo”, la rivalità maschile e il terrore del meticciato (misgenetion).

A questo proposito occorre ricordare quello che Thomas Jefferson, padrone di centottantacinque schiavi, scriveva nelle Notes on Virginia (1793-97), vere e proprie confessioni patologiche del modo in cui veniva percepita la minaccia negra. “I negri hanno bisogno di meno sonno di noi, e ciò è provato dal fatto che, dopo una giornata di duro lavoro, sono sempre pronti a star svegli fino a mezzanotte pur di divertirsi in qualche modo… Amano le femmine con più ardore di noi, ma sembra che per essi l’amore sia solo desiderio fisico e non quel tenero miscuglio di sentimenti e sensazioni che è invece per noi bianchi… I negri sono meno pelosi dei bianchi, eppure hanno più ardore sessuale… I maschi negri sono attratti dai capelli fluenti, dall’eleganza del corpo delle donne bianche allo stesso modo in cui gli orangutan  preferiscono le donne negre alle femmine della loro specie… I negri hanno organi genitali più grossi e di fattura diversa dai nostri”.  Eppure fu proprio Jefferson a infrangere il massimo tabù della cultura bianca, cristiana, razzista e patriarcale della Repubblica: si rese colpevole di misgenetion, di accoppiamento sessuale con una donna negra con conseguente procreazione di mulatti. Dal 1795 al 1808 la domestica negra Sally Hammings gli partorì cinque figli che poi, divenuti adulti, furono emancipati.

*   *   *

Un anno dopo la nascita del Blackface Show, nel 1831, nella contea di Southampton in Virginia scoppiò la rivolta di Nat Turner, la più sanguinosa fra tutte le occasionali ribellioni degli schiavi.

Nat Turner, uno schiavo più volte comprato e venduto, tra un trasferimento e l’altro aveva trovato padroni – o meglio, padroncine, che spesso erano più generose dei mariti – che gli avevano insegnato a leggere la Bibbia. Per questo fu autorizzato a partecipare al culto che Battisti e Metodisti permettevano a chiunque purché dimostrasse fede sicura nei fondamentali principi cristiani. Nei momenti liberi dal lavoro, Nat Turner predicava da una piantagione all’altra. I suoi temi preferiti erano Daniele salvato dalla fossa dei leoni e Davide che uccide Golia.

Nella confessione che fece in carcere al medico Thomas Gray prima di essere frustato e impiccato, l’11  novembre 1831, dichiarò:  “Un giorno, mentre spingevo l’aratro pregando, lo Spirito mi parlò… Era lo stesso Spirito che parlava agli antichi profeti… Mi disse che anche noi, come il Salvatore, dovevamo essere battezzati… I bianchi ce lo proibivano sotto pena della frusta, ma noi andammo lo stesso giù al fiume e sotto i loro occhi fummo battezzati dallo Spirito…  Il  12 maggio udii un  grande  tuono: lo  Spirito  mi  apparve e questa  volta mi disse che il Serpente era in  libertà e  che Cristo aveva deposto il  giogo che portava a causa dei peccati degli uomini. Mi annunciò che dovevo prepararmi a combattere contro il Serpente perché stava per arrivare il tempo in cui i primi saranno gli ultimi, e gli ultimi saranno i primi…  Quando il segno mi apparve l’eclisse solare del febbraio scorso (1831), seppi che mi dovevo preparare ad uccidere tutti i nemici con le loro stesse armi.”

La rivolta si concluse con l’uccisione di una cinquantina di bianchi, tra cui donne e bambini, e con l’impiccagione di Nat Turner. Gli altri ribelli, non più di un centinaio, furono catturati dalla milizia e bruciati vivi. La rappresaglia fu terribile, gestita da squadre di vigilantes (posse) costituite da piccoli coltivatori, artigiani, operai. Quante furono le vittime della corda, della frusta, del ferro rovente, dei roghi, dello smembramento? Non si saprà mai.

Alcuni padroni delle piantagioni cercarono di opporsi al prelievo indiscriminato dei loro schiavi non certo per senso umano, ma per la perdita delle loro proprietà; ma la furia delle posse non ne tenne alcun conto.

Subito dopo quel bagno di sangue gli Stati del Sud passarono drastiche leggi che vietavano a chiunque di insegnare a leggere e scrivere agli schiavi.  “Fatta eccezione per le illustrazioni – recita la legge del 1832 del North Carolina – è proibito dare in uso a vendere a schiavi, singoli o gruppi, libri o opuscoli. I trasgressori bianchi saranno multati da $ 100 a 200… le persone di colore libere saranno multate, imprigionate o condannate a ricevere non più di trentanove frustate, e non meno di venti… Se poi è uno schiavo a insegnare a leggere e scrivere ad altri schiavi, sempre facendo eccezione per le illustrazioni… sarà condannato a ricevere trentanove frustate sulla schiena nuda.”

Quanto alle illustrazioni permesse, riproducevano storie edificanti di miracolosa produttività (nel 1860 il cotone rappresentava il 57% dell’export degli Stati Uniti), di umiltà dei negri e di signorilità bianca, di animali antropomorfizzati “per caratteristiche razziali” e contrapposti agli occhi azzurri e ai capelli biondi delle immagini del Cristo. Dalle illustrazioni della Bibbia erano esclusi gli episodi di rivolta e di liberazione, cominciando dall’Esodo e dalle onde del mar Rosso. Gli schiavi dovevano interiorizzare, assieme alla loro inferiorità, il posto marginale che veniva loro concesso nel disegno cristiano: la salvezza eterna, quella che Malcolm X chiamava “pie in the sky”, la torta in cielo.

*   *   *

Negli Stati del Sud il Blackface Show era un aspetto dell’immaginario razzista che assicurava l’unità di classe dei bianchi, ricchi e poveri, colti e analfabeti, piccoli allevatori, coltivatori e commercianti. Nelle aeree urbane del Nord serviva a confermare l’inferiorità sociale dei negri rispetto a tutte le altre minoranze, esclusi forse i nativi superstiti. I white trash (termine dispregiativo per definire i bianchi poveri del Sud) trovavano nel Blackface Show un legame con i grandi padroni degli schiavi, sulla base di condivise fantasie erotico-sessuali.

Per i negri, sia durante che dopo la schiavitù, era già una conquista potersi rendere visibili. Anche nel ridicolo e nell’abiezione diventavano, nonostante tutto, esseri vitali: esistevano per il mondo. Questo poteva essere e in parte sarà, per vie diverse, un punto di partenza.

Ma perché, mi domandavo, quel pubblico così incolto e socialmente stigmatizzato si entusiasmava tanto al Blackface Show? Dopo lo spettacolo chiesi all’amico impresario di farmi parlare con qualcuno del pubblico che in massima parte era confluito nel bar adiacente. Non dimenticherò mai quello che mi disse, con la sua roca, whiskey voice, uno di quei minatori disoccupati. “Non vorrei vivere fino a quando i negri riusciranno a diventare come noi. Dovremmo sterilizzarli tutti ora. Poi, dovremmo rinchiuderli nelle riserve, come abbiamo fatto con gli indiani che, grazie a Dio, non si vedono più.”

Eppure quei difensori viscerali delle fantasie e degli interessi cristiano-capitalistici erano le prime vittime del sistema di potere.  Eppure – trasandati, mezzi ubriachi, quasi tutti senza denti –  si univano in coro per recitare, storpiandole, le strofe dello spettacolo Jim Crow.

“Ce lo dicono i coons stessi quello che sono” mi urlò uno di loro. E proseguì, cantando:

I don’t like a nigger,
I’ll be dogged if I do…

Non mi piace il nigger,  //  guai a me se mi piacesse…

APPENDICE

UNA  TAPPA  SUI  SENTIERI  DEL  DISUMANO


Per lo storico la sfida fondamentale è individuare il punto, o meglio i punti, da cui ha inizio la storia del presente. Si giudica il passato in quanto discrimina al suo interno i punti di inizio del presente: occorre ritrovarli per capire come hanno influenzato i processi successivi. Quelle fantasie razziste venivano da lontano e in modo totalizzante, strutturato proprio negli Stati Uniti.

A monte c’erano il genocidio delle grandi nazioni indiane, e poi quello strisciante e secolare delle tribù, grazie allo sterminio di milioni di bisonti e all’internamento nelle riserve. C’erano le stragi della guerra contro il Messico (1848-49), spogliato di più di metà del suo territorio, e le rappresaglie sistematiche nelle Filippine e nelle Hawaii (1899), le decine di interventi militari in ogni angolo della America latina. In parallelo, la nascita delle teorie razziste e dell’Eugenetica, termine coniato nel 1883 da Francis Galton che la definì “l’applicazione pratica della scienza genetica che ha per scopo la salute genetica delle future generazioni”.

Nel 1907 lo stato dell’Indiana approvò la legge per la sterilizzazione obbligatoria di tutti i moroms, imbeciles e degli appartenenti ad etnie e razze diverse dalla bianca che manifestassero “evidenti segni di propensione alla violenza, o sintomi di malattie da definire”. Nel 1924 passò l’American Restriction Act che prescriveva per gli “indesiderabili per malattie e razza” la deportazione e la sterilizzazione, che peraltro era già in vigore in trenta stati. Grazie a questa legge furono deportati migliaia di slavi, italiani, ebrei e furono sterilizzate centinaia di donne già immigrate. A questi si aggiunsero vari anarchici, e immigrati che presentassero segni evidenti di marcata denutrizione.

Prima nel 1916 e poi, in forma più categorica nel 1927, la Corte Suprema degli Stati Uniti legittimò all’unanimità la sterilizzazione obbligatoria. “È meglio per tutto il mondo – recitava la sentenza – che invece di dover giustiziare i figli criminali o vederli morire di fame a causa della loro imbecillità, la società si difenda agendo su chi è manifestamente inadatto a generare”.

Il relatore era Oliver Wendell Holmes ritenuto il giudice più liberale della Magistratura Federale, che così commentò la sentenza: “Signori, non vogliamo mica per caso altre quattro o cinque generazioni di deficienti, di indesiderabili e di criminali, o magari di sovversivi?”.

Le leggi madre del razzismo furono lodate in Germania. Le troviamo citate nel Mein Kampf di Hitler (1924) e negli scritti del famoso antropologo Karl Günther, che apprezzava il riconoscimento giuridico della degenerazione delle razze inferiori e della necessità di combatterla. Del resto, come ormai ben noto – anche se oculatamente minimizzato – i nazisti consideravano a buon diritto gli Stati Uniti come il modello della loro politica razziale. Anche se la messa in atto di questa politica presenta nel Terzo Reich modalità particolari, tristemente note.

Lo scambio di scienziati e di ricerche durava dall’inizio del secolo e continuò fino al 1940 attraverso i congressi di Eugenetica e le numerosissime pubblicazioni comuni. Otto Wagener, capo del settore economico del partito nazista e confidente di Hitler dal 1931 al 1933, scrisse che il Führer gli aveva detto testualmente: “Ora che conosciamo bene le leggi dell’ereditarietà diventa possibile prevenire la nascita di esseri malati e severamente handicappati. Ho studiato con grande interesse le leggi di diversi stati americani che prescrivono come prevenire la riproduzione di persone la cui progenie danneggerebbe con ogni probabilità il ceppo razziale della popolazione. Sono sicuro che si possano fare anche degli errori, ma questa possibilità di errore non dimostra che queste leggi sono sbagliate”. (1)

Nel 1936 l’autorevolissima Grosse deutscher Pressendienst scriveva: “È molto importante per noi tedeschi sapere che una delle maggiori potenze mondiali di origine nordica ha avuto ed ha una legislazione sulla razza paragonabile a quella del Terzo Reich”.

Insuperabile lo studio di Theodore Russell, presentato nel 1932 al terzo congresso di Eugenetica come corollario della legislazione americana. Riguardava i casi di due famiglie di immigrati “indesiderabili”, gli  Jukes e i Kallkak. “Tutti conosciamo le storie di crimini, omicidi, pauperismo, prostituzione, nascite illegittime e incesti che la demenza ha prodotto in queste due famiglie. Se li avessimo sterilizzati tutti ci sarebbe costato centocinquanta dollari. E invece, il costo sociale di una soltanto di queste due famiglie è stato di due milioni di dollari. E pensare che nello stesso quartiere c’erano altri duemila indesiderabili!”

Nel 1946, al processo ai medici del Terzo Reich, alcuni dei pochi accusati di aver partecipato all’eliminazione degli “indesiderabili” tedeschi (più di quattrocentomila fino al 1938) si difesero citando la sentenza eugenetica emanata nel 1927 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.

Nello stato della North Carolina dal 1929 fino alla metà degli anni ’70 furono sterilizzate migliaia di persone.  Tra  il  1950 e  il 1960 le vittime ufficiali, negri e ispano-americani, furono settemilacinquecento, di cui tremila erano ancora vivi nel 2011, quando il Presidente Barack Obama chiese loro “scusa”. Fu ipotizzato un compenso di sessantamila dollari che poi, visto l’alto numero delle persone da indennizzare, venne ridotto a ventimila.  Alla fine del 2011, si aspetta ancora che vengano effettuati i versamenti.

La legge della sterilizzazione delle donne “prevedibilmente a basso reddito o di limitate capacità lavorative” fu abolita solo nel 1977, ma rimase nello Statuto fino al 2003. Comunque l’abrogazione di quelle leggi non riguardava gli indiani delle riserve. L’Indian Health Service, la struttura federale che pianifica l’assistenza dei nativi, sterilizza con varie motivazioni circa tremila donne indiane ogni anno (dati del 1999-2000). Nel periodo 1969-1974 il bilancio per questo genere di controllo è passato da cinquantuno milioni a duecentocinquanta milioni di dollari. Nelle riserve, alla fine del ventesimo secolo, sono rimaste solo ottomila persone.

Nel 1997 apparve su tutta la stampa europea la notizia che in Francia, nei soli anni ’60, erano state sterilizzate ben quindicimila donne in maggioranza immigrate dal Maghreb. Le ragazze madri che presentavano carattere aggressivo o imprecisate turbe mentali venivano sterilizzate a loro insaputa. L’inchiesta rivelò che quei provvedimenti miravano soprattutto a risparmiare al sistema sanitario statale l’assistenza a troppi bambini. Si trattava, dunque, di prevenire qualsiasi forma di deficienza che potesse provocare l’inutilità sociale di migliaia di persone. L’indagine fu chiusa senza alcun esito.

Alla domanda di un lettore su quello che sarebbe successo se l’America fosse rimasta in mano agli indiani pellerossa, Indro Montanelli così rispondeva: “Le due forme di società – quella dei pionieri, basata sul dissodamento delle terre, a sua volta basato sulla proprietà privata, e quello dei pellirosse, che rifiutava il concetto stesso di proprietà privata e quindi di agricoltura – erano incompatibili: o se ne andavano i pionieri, o si sottomettevano i pellirosse. Lei ed io sappiamo che cosa avremmo fatto se fossimo stati pellirosse: avremmo scotennato, in nome della Ragione e del Diritto, i pionieri. Ma se fossimo stati pionieri? Io avrei dato mano, con le buone o con le cattive, alla sottomissione dei pellirosse. Pensi per un momento come sarebbe cambiata la storia del mondo se la Ragione e il Diritto avessero trionfato e lasciato che l’America restasse in mano ai pellirosse. Forse lei ed io saremmo finiti attendenti di un colonnello tedesco, o lavoratori forzati in qualche miniera della Siberia”. (2)

Infinita è la turba di chi “dà mano, con le buone o con le cattive” al servizio del disumano.

NOTE

(1) Otto Wagener, Hitler aus nächter Nähe: AUFZEICHUNGEN EINES VERTRAUTEN (1929-1933), Frankfurt a. Mein, 1978

(2)  «Corriere della sera», 2 ottobre 1997, p. 41

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