feb
18
2012
È l’8 febbraio 1600 quando il frate domenicano Giordano Bruno da Nola esce, per la prima volta in sette anni, dal palazzo romano del Sant’Uffizio (ultimato trent’anni prima per divenire la sede centrale dell’Inquisizione romana — tribunale e carcere insieme).
Vi è entrato il 27 febbraio 1593, in seguito all’accusa di eresia sollevata contro di lui da Giulio Mocenigo, l’abietto patrizio veneziano che prima l’aveva invitato nella Serenissima per farsi insegnare la nobile arte della mnemotecnica e poi l’aveva venduto all’Inquisizione — sembra per non dovergli pagare il compenso pattuito… Contro il domenicano pesa anche la testimonianza di un ambiguo frate cappuccino, tale Celestino da Verona, a sua volta imprigionato per eresia e collaboratore di giustizia ante litteram, per salvarsi la pelle (la delazione però gli servirà a poco: finirà anch’egli sul rogo, e per giunta cinque mesi prima della sua illustre vittima, il 16 settembre 1599). [continua qui]
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feb
17
2012
Il 17 febbraio 1600 moriva sul rogo, in Campo de’ Fiori a Roma, Giordano Bruno da Nola. La sentenza di morte era stata pronunciata pochi giorni prima, l’8 febbraio. Riconosciuto colpevole di eresia, nel tragitto dal carcere al patibolo gli fu imposta la mordacchia perché non potesse parlare, e l’ultima parola fosse riservata ai suoi carnefici.
Fra le tredici proposizioni “eretiche od erronee” che valsero al libero pensatore la condanna al rogo figura questa: «Cain fu uomo da bene, e meritamente uccise Abel, suo fratello, perché era un tristo e carnefice d’animali». Mi piace ricordarla oggi, Giornata del Gatto.
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feb
7
2012
Ho appreso ieri che papa Ratzinger, all’apertura del Simposio internazionale “Verso la guarigione e il rinnovamento” dedicato alla piaga della pedofilia nel clero, ha individuato nella “cura delle vittime” la “preoccupazione prioritaria per la comunità cristiana”.
Sua Santità mi sorprende: ero convinta che “loro” ponessero e si ponessero come priorità il non nocere, il non commettere il male — non il rimediare ai danni.
Anche perché nei Vangeli sta scritto con bella chiarezza:
«Disse ancora ai suoi discepoli: “È inevitabile che ci siano occasioni di peccato; ma guai a colui per colpa del quale esse avvengono. Meglio sarebbe per lui buttarsi nel mare con una macina da mulino appesa al collo, piuttosto che essere occasione di peccato a uno di questi piccoli”» (Luca 17,1-2).
Eppure la sensazione diffusa è che di questo passo non si sia tenuto gran conto nel corso dei secoli, preferendo il più ambiguo “lasciate che i bimbi vengano a me” (Marco 10,14), aperto ad ogni e possibile contorsione del caso; o forse quell’ondivago di Agostino d’Ippona ha fatto più guasti di quanto si pensi.
Quell’onest’uomo di fra Cristoforo direbbe forse che omnia munda mundis, tutto è puro per chi è puro; ma io, che sono donna e quindi impura, come amava ripetere san Girolamo, inclino a pensare che la Chiesa abbia preferito glissare su di un argomento tanto scivoloso — lubrìco, per dirla alla latina — per risolvere a modo suo quella perversione legittimata che è l’obbligo del celibato (ci sarebbe da dire parecchio anche sul nubilato, ma per adesso mi fermo qui).
È già buono che in Vaticano ci si cominci a preoccupare delle vittime; ma un giro di vite sui carnefici non sarebbe affatto male.
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feb
6
2012
Sangue di sognatori e di poeti…

Parigi, 6 febbraio 1934: manifestanti in Place de la Concorde.
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