Complotti e corazzate

Scrivo di getto fra un rimbalzo e l’altro della noia lavorativa.

È un brutto momento — non è un’ovvietà: è una constatazione. E il fatto che sembri andare tutto storto non è d’aiuto per mantenere quel po’ di lucidità necessaria al vivere quotidiano.

Così, stamattina mi vedo arrivare nella posta il link alla riflessione di un tale che ci invita a interrogarci su un fil rouge che partirebbe dall’assassinio di John F. Kennedy a Dallas (1962) passando per il sequestro Moro (1978) e la strage di Capaci (1992) fino ad arrivare all’attentato di Brindisi dello scorso 19 maggio.

Ora, con tutto il rispetto dovuto alle altrui elaborazioni mentali, per questioni generazionali non mi viene in mente altra considerazione che quella — immortale e liberatoria — di Fantozzi davanti all’ennesima proiezione de La corazzata Potëmkin (film che io invece apprezzo moltissimo, ma mi metto nei panni dell’infelice).

Comprendo perfettamente lo sconforto abissale che pervade, et pour cause, ogni singola canna pensante al cospetto della propria fragile provvisorietà su questa terra e dell’unica evidenza incontrovertibile — non abbiamo evidenza di nulla. Il fedele si aggrappa a Dio; il realista si aggrappa, se può, alla ringhiera vicino al torrente; ma non saprei come chiamare chi si aggrappa ai complotti.

Certo è infinitamente più confortante sapere (o immaginare: ma a un certo punto le due cose si confondono) che la crisi economica, la disperazione individuale, le guerre, gli attentati,  le malattie e la devastazione del pianeta dipendono non dal mutevole Caso dai mille colori bensì da un’entità in qualche modo identificabile — un solo Dio dagli imperscrutabili disegni o molti soggetti dalle più varie strategie per la conquista del mondo (gli Illuminati di Baviera, gli Ebrei, i Rettiliani, il Prof col Mignolo eccetera). Si ha l’illusione di potersela prendere con qualcuno, a torto o a ragione, e questo proiettare la propria angoscia su un oggetto esterno permette di frapporre una distanza di sicurezza — di più, un air-bag metafisico — tra la povera foglia frale che siamo e il cupo là-fuori.

Ma l’ossessione razionalizzatrice, col suo voler eliminare ogni fattore che non sia pienamente controllabile, rischia di fare più danno che bene. Io, nel mio piccolo, devota del Caos come sono, preferisco Tyche e Ananke.

P.S.: Consigli di lettura: Il pendolo di Foucault e Il cimitero di Praga, entrambi di Umberto Eco e insuperabili, secondo me, nel delineare la genesi delle teorie complottistiche.

3 Comments on Complotti e corazzate

  1. “Il fedele si aggrappa a Dio; il realista si aggrappa, se può, alla ringhiera vicino al torrente; ma non saprei come chiamare chi si aggrappa ai complotti.”

    Bellissimo!

  2. Mi trovi perfettamente d’accordo.

    Purtroppo c’è gente che è convinta di rintracciare una causa (al di fuori dei mutamenti geologici intendo) anche nei terremoti.

    Bella citazione quella de Il Pendolo di Foucault, Il cimitero di Praga invece non l’ho ancora letto.

    Un saluto. :-)

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