set 24 2012

“No, Charlie”. Da un’altra Francia, tutte le riserve sulle vignette di Charlie-Hebdo

L’ho sempre detto che il web è una grande risorsa. Anzi è “la” risorsa, o la Risorsa — come preferite.

Fatto sta che càpito sullo straordinario Journal de Personne, “diario di nessuno” — ma in francese personne è femminile, quindi il diario è di nessuna: ovvero dell’autrice/attrice (una consonante in più o in meno, come si vede, fa la differenza — o non ne fa alcuna)  Emeline Becuwe, che scrive e recita monologhi in video perlopiù incentrati sulle spinose questioni mediorientali, in cui esprime i diversi punti di vista sulla faccenda. Detto così sembra niente, ma basta dare un’occhiata qua e là nel sito per accorgersi di una sperimentazione artistica folgorante.

Però io non sono qui per parlare di Mme Becuwe, ma del suo video — che definirei ultimativo — sul caso delle famose vignette anti-islamiche del settimanale francese “Charlie-Hebdo”. (Mi sia consentito dichiarare la mia profondissima soddisfazione (sono troppo umana, com’è noto) nel constatare di non essere poi la sola ad aver fatto certi rilievi).

Qui sotto riporto la traduzione del testo No Charlie, che figura in originale sul Journal, e ricordo il vecchio detto: «le traduzioni sono come le donne: se sono belle non sono fedeli, e se sono fedeli non sono belle…». Così, poiché nessuna traduzione troppo aderente al testo può rendere le sfumature semantiche e le squisitezze stilistiche che ho riscontrato in questo piccolo capolavoro, ho cercato di rendere (in qualche modo) la ricchezza compendiosa dell’argomentare. Buona visione e buona lettura.

No, Charlie

No, Charlie.
Non sono d’accordo con voi e mi batterò per tutta la vita — se sarà necessario — affinché voi non possiate più, col pretesto della libertà, calpestare il senso di ogni trascendenza. Per voi è la libertà che trascende… per loro, è la trascendenza che rende liberi!

No, Charlie.
In nome della libertà d’espressione voi non mettete in gioco la vostra vita, ma la vita degli altri…
Ci avete pensato, almeno un momentino? Ai vostri compatrioti che stanno al Cairo, a Tunisi, o a Tripoli? E che presto potrebbero non aver più l’occasione di leggervi…

No, Charlie.
La vostra caricatura è un oltraggio per chiunque abbia due grammi di cervello e un minimo di conoscenza dello stato dei luoghi, delle forze in gioco e del desiderio di vendetta che avete appena scatenato.

No, Charlie.
Non si ha il diritto di arrogarsi tutti i diritti, né di offendere e di vituperare le genti in quel che hanno di più sacro: l’oggetto della loro Fede o del loro dubbio.

No, Charlie.
Non esiste soltanto la libertà… esiste anche il segreto, che s’accompagna al massimo rispetto dovuto a tutti coloro con i quali desideriamo vivere e morire in pace.

No, Charlie.
Io so che voi sapete quello che tutti sanno: che ogni cattiva causa comporta gli effetti peggiori… saranno degli innocenti a pagare la vostra piccola libertà di libero pensatore senz’ombra di responsabilità.

No, Charlie.
Non si ha il diritto di toccare un profeta quando ci si vuol prendere gioco di qualcuno. Se gli islamici non vi prendono sul serio, allora dovete andare a dirglielo in faccia: senza profanare con i vostri cupi disegni la loro religione e la loro impronta sul mondo.

No, Charlie.
Non parlate più di libertà d’espressione… ma di valori e di scala di valori.
Ed è, o almeno sembra, importante ricordarvi che su questa scala la libertà di coscienza viene per prima. Non si è certamente obbligati a onorarla, ma non si ha il diritto di disonorarla.

No, Charlie.
La vostra caricatura è un’impostura bella e buona.
Anzi, è marketing. Un marketing che costerà la vita a tutti quanti credono che si possa ridere di tutto e con tutti. È una dichiarazione di guerra… guerra di religione, di cui nessuna libera espressione al mondo può andar fiera.

No, Charlie.
Se l’offesa è l’espressione della vostra libertà, ammettete dunque che la violenza sia l’espressione della loro libertà. Scambio di scortesie.
No, non dite “presumo…”! Dite “assumo…” — le mie responsabilità.


set 20 2012

Come uno sciita siriano ucciso dai ribelli diventa un martire cristiano tunisino | Kelebek Blog

Come uno sciita siriano ucciso dai ribelli diventa un martire cristiano tunisino | Kelebek Blog.


set 20 2012

Il “sistema Lazio” divorato dai camerati di merende- LASTAMPA.it

Il “sistema Lazio” divorato dai camerati di merende- LASTAMPA.it.


set 19 2012

L’Occidente? E’ stupido e merita di tramontare

Stamattina, mentre facevo colazione e guardavo i notiziari, non ci volevo credere: in Francia è stata vietata la manifestazione contro la proiezione del famoso film su Maometto, ma il settimanale satirico “Charlie Hebdo” può pubblicare vignette anti-islamiche. Nel contempo, la casa reale britannica può esigere il ritiro delle foto che ritraggono a seno nudo l’ex-borghese Middleton  e procedere a norma di legge contro giornali e giornalisti (ci sarebbe da dire qualcosa anche sul concetto di regalità, ma questa è un’altra storia). Il concetto di “etica” dev’essere stato ridefinito, ma io non ne sono stata messa al corrente — e con me, suppongo, anche alcuni miliardi di altre persone.

Il primo ministro francese, Jean-Marc Ayrault, ha ricordato che la Francia è «un Paese in cui la libertà di espressione è garantita, compresa quella di caricatura». Che bella cosa, nevvero? Perfettamente conforme all’articolo XI della Déclaration des droits de l’Homme et du Citoyen del 1789, che ancora figura nell’attuale Costituzione francese: «La libre communication des pensées et des opinions est un des droits les plus précieux de l’Homme: tout Citoyen peut donc parler, écrire, imprimer librement…» la libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi dell’Uomo: ogni Cittadino può dunque parlare, scrivere, stampare liberamente. Ma M. Ayrault dimentica in parte questo medesimo articolo, e in toto l’articolo X della medesima Déclaration; perché l’articolo IX prosegue e si conclude così: «sauf à répondre de l’abus de cette liberté, dans les cas déterminés par la Loi», salvo rispondere dell’abuso di questa libertà, nei casi determinati dalla Legge. E l’articolo X recita, integralmente: «Nul ne doit être inquiété pour ses opinions, même religieuses, pourvu que leur manifestation ne trouble pas l’ordre public établi par la Loi», nessuno deve essere molestato a causa delle proprie opinioni, anche religiose, purché la loro manifestazione non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge. (La Déclaration des droits de l’Homme et du Citoyen del 1793 è più dettagliata; l’articolo 7 sul diritto di espressione dichiara: «Le droit de manifester sa pensée et ses opinions, soit par la voie de la presse, soit de toute autre manière, le droit de s’assembler paisiblement, le libre exercice des cultes, ne peuvent être interdits. La nécessité d’énoncer ces droits suppose ou la présence ou le souvenir récent du despotisme.»il diritto di manifestare il proprio pensiero e le proprie opinioni, sia a mezzo stampa che in ogni altra maniera, il diritto di riunirsi pacificamente, il libero esercizio dei culti, non possono essere proibiti. La necessità di enunciare questi diritti presuppone o la presenza o il ricordo recente del dispotismo. E l’articolo 6 sulla libertà chiarisce: «La liberté est le pouvoir qui appartient à l’homme de faire tout ce qui ne nuit pas aux droits d’autrui ; elle a pour principe la nature ; pour règle la justice ; pour sauvegarde la loi ; sa limite morale est dans cette maxime : Ne fais pas à un autre ce que tu ne veux pas qu’il te soit fait.», ovvero la libertà è il potere che l’uomo ha di fare tutto ciò che non nuoce ai diritti altrui; essa ha per principio la natura; per regola, la giustizia; per salvaguardia, la legge; il suo limite morale sta in questa massima: “Non fare a un altro quel che non vuoi sia fatto a te stesso”.»).

Ora, io non so se e in quale misura i sacri princìpi della Déclaration vengano applicati e rispettati nella Francia di oggi: però, se invochi un articolo di quella dichiarazione, non è che puoi disattenderne un altro perché ti fa comodo. Così, vorrei sapere quale idea di libertà, e dunque di rispetto e infine di abuso della stessa, abbia M. Ayrault — e con lui ogni altro onesto paladino del 1789 e delle sue conquiste. E vorrei sapere anche — ma tu guarda che pretese che ho — che gli dice la testa a tutti questi spiriti liberi e illuminati i quali, seduti sulla polveriera che è diventato il pianeta, giocano allegramente col fuoco neanche fossero artisti di strada. Inconsapevoli? Stupidi? Criminali? Si accettano scommesse.

Su una cosa non ci sono dubbi: l’islam non piace, l’islam fa paura, l’islam è superstizione e terrore — dicono: e di contro agitano i simulacri sublimi della ragione e della libertà targati antica Grecia, culla della civiltà europea e occidentale. Ma si sono dimenticati di una cosuccia, un fondamentale della Grecia classica: il concetto di hybris. M’imbarazza parlarne, perché so di averlo fatto ripetutamente — ma non è colpa mia se gli altri se lo scordano. Dunque non ci si ricorda — non si ha più nel cuore — l’idea e il significato della hybris: traducibile col termine di oltracotanza, ovvero lo spingersi in pensieri parole ed opere oltre il limite lecito statuito dalle leggi umane e divine. E se l’incapacità di riconoscere l’esistenza di un limite è già un segno di immaturità, il rifiuto di farlo espresso dalla hybris è qualcosa di ancora peggiore: nulla, per gli antichi, era più esecrabile.

Ma noi non siamo più antichi, e neppure moderni. Siamo post-moderni. E per noi superare ogni limite è divenuto sinonimo di libertà — più eccitante di un tiro di coca o del sesso estremo. Senza sapere bene che cosa stavamo facendo abbiamo buttato, con l’acqua sporca del tradizionalismo e delle convenzioni passatiste, il bambino della responsabilità e del rispetto. Incapaci di riconoscere ancora la bellezza e la fecondità del molteplice, ci siamo appiattiti sull’uno-solo e — traducendolo in politica, in economia, in estetica e in etica — ci siamo prostrati all’unipolarismo fisico e metafisico che minaccia il pianeta da decenni.

Così, accettando anzi avallando l’idea dell’islam come nemico principale non si fanno certamente gli interessi dell’Europa: piuttosto, si fa il gioco delle potenze extraeuropee interessate a impiantarsi il più stabilmente possibile nel cuore dell’Asia. E proclamando a gran voce il diritto a oltraggiare una religione che non comprendiamo e che non ci appartiene (non ci può appartenere) non si tutela certamente la libertà di pensiero ed espressione conquistata col sangue fra Varennes e la Vandea: piuttosto, si fa (di nuovo) il gioco delle potenze extraeuropee che vogliono ultimare la colonizzazione di quest’arancia azzurra per finire di spremerla.

Non so se sia finito il tempo dell’Europa; certo mi pare che stia finendo quello dell’Occidente — votato al tramonto già dal suo stesso nome. Potevano andare diversamente, le cose? Ma esse vanno sempre come devono andare, perché «la forza del Fato non si vince»— come è costretto a riconoscere persino Prometeo. E allora che l’Occidente, questo Occidente, finisca come deve finire. Soltanto, non illudiamoci che la nostra leggerezza sia quella dello spirito che s’innalza libero sulla materia. È soltanto la leggerezza della vanità, l’ombra del nulla, la bruma del crepuscolo.


set 18 2012

Domani, continuerò ad essere…

Domani, continuerò ad essere…
Ma dovrai essere molto attento per vedermi.
Sarò un fiore o una foglia.
Sarò in quelle forme e ti manderò un saluto.
Se sarai abbastanza consapevole,
mi riconoscerai,
e potrai sorridermi.
Ne sarò molto felice.

Tich Nhat Hanh

L'essere non muore mai

Né inizio né fine, soltanto passaggio


set 14 2012

Il vento e la tempesta

Sto seguendo con attenzione i fatti di Bengasi e sono profondamente, visceralmente disgustata.

Non dalla macelleria ai danni dell’ambasciatore Usa Chris Stevens e degli altri dipendenti dell’ambasciata americana, no. Ma dall’indignazione farisaica di tutti quelli che inveiscono contro il terrorismo islamico e l’oscurantismo musulmano in nome della libertà d’espressione e della democrazia.

La cosa che trovo più inquietante, al momento, è la perdita dell’autonomia di giudizio e di ogni capacità critica che sembra essere divenuta la costante dei nostri tempi e delle nostre sorti di colonia.

Mi chiedo infatti in che cosa consista la differenza tra quello che è stato fatto dai libici l’altro giorno a Chris Stevens e quello che è stato fatto dagli americani ai detenuti iracheni di Abu Ghraib nel 2004; o dagli israeliani ai civili palestinesi dai tempi di Qibya (1953) fino a oggi; o dall’oligarchia filoamericana di Roberto D’Aubuisson alla popolazione del Salvador negli anni Ottanta. Cos’è, stavolta, che fa davvero orrore? La mera violenza in quanto tale? O il fatto che si sia osato alzare le mani su un rappresentante della prima potenza mondiale? Vorrei saperlo. Perché le ossa si spaccano ovunque con lo stesso rumore, il tessuto vitale lacerato lascia zampillare il sangue allo stesso modo, il terrore riempie le pupille che si vanno offuscando nell’agonia con la stessa intensità. Dunque? Seviziare e ammazzare l’ambasciatore americano aggiunge forse, al raccapriccio che si deve a ogni linciaggio, l’abominio per la colpa di lesa maestà che pende cupa sugli autori di quell’impresa? Certo, da che mondo è mondo i diplomatici godono dell’immunità; ma da quando esistono, gli Stati Uniti e i loro cittadini godono dell’impunità — che è tutt’altra cosa, e che dovrebbe indurre a riflettere.

Come dovrebbe indurre a riflettere la massiccia capillare presenza di cittadini statunitensi in posti chiave del pianeta; e il fatto che il nome “esportazione di democrazia” sia assai meno innocente di quanto si creda, e rechi in sé il germe di una cosa che troppo facilmente può sfuggire al controllo — anzi, l’ha già fatto. E il bello è che nessuno sembra averlo capito.

Già, la democrazia. E con essa la libertà. Sì, quella di cui già Mme Roland, prima di affidare la bella testa alla lama impietosa della ghigliottina, aveva detto “O liberté, que des crimes on commet en ton nom!”, libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome… La libertà, ampia coperta da stiracchiare a piacimento; la libertà, che troppe volte è libertà di e non libertà per; la libertà, che è divenuta licenza e non possibilità. La libertà di insultare (peggio, criminalizzare) un’idea politica o una religione che non è la propria, di giudicare senza sapere, di giustificare non importa quale sopruso e quale angheria contro popoli rei di non essere illuminati come l’Occidente — bell’affare, questo Occidente rischiarato ormai soltanto dall’elettricità e non più dalla coscienza.

Del resto sono così violenti, i musulmani… Sono così primitivi che pretendono addirittura che venga rispettata la loro religione, che selvaggi. Noi civilissimi, invece, queste cose ce le siamo lasciate alle spalle da un pezzo; e ci burliamo di tutto, e a nulla riconosciamo una qualche intangibilità — non foss’altro che per questioni di misura e di pudore. Abbiamo abbattuto ogni tabù e possiamo permetterci il lusso di parlare disinvoltamente di tutto, senza pregiudizi, perché abbiamo spazzato via ogni assoluto, altro che quei fanfaroni degli anarchici… Siamo libertari, liberali e liberisti; abbiamo mixato etica politica ed economia e shakerato per bene con uno spruzzo di ignoranza e una goccia di viltà. Così succede che sbeffeggiamo chi crede in un unico dio ma non osiamo levare la voce contro chi si conforma ad un unico pensiero; difendiamo chi va a occupare una terra che non gli appartiene ma condanniamo chi si batte per proteggere la sua patria e la sua gente; prestiamo armi e uomini a chi esporta la guerra in tutto il mondo ma non siamo in grado di garantire la pace ai nostri figli.

Maestri in quest’arte sono gli italiani: credendo di esser saliti sul carro del vincitore, non si sono accorti di esservi aggiogati. Più realiste del re, se il segretario di Stato americano Hillary Clinton definisce “disgustoso e riprovevole” il film su Maometto ritenuto all’origine del dramma di Bengasi, le nostrane mosche cocchiere parlano di “religione assassina” e “terroristi travestiti da ribelli”, mentre preparano liste di proscrizione continuando bellamente a ignorare che le parole sono — a tutti gli effetti — armi non convenzionali.

Ma vorrei chiedere ai diretti interessati e ai loro tirapiedi: che cosa si aspettavano, gli americani, dopo l’11 settembre 2001? Che dopo aver seminato conflitti e distruzione in tutto il mondo, dopo aver fomentato un’islamofobia tanto incosciente quanto incontrollabile, dopo aver scatenato odio e terrore — che dopo tutto questo dunque li si potesse ancora e sempre contemplare come gli eterni “liberatori”? Dall’alto (o dal basso) del loro fondamentalismo ottuso e criminale, hanno massacrato, distrutto e avvelenato tutto ciò su cui hanno allungato le loro ben curate mani bianche evangeliche e occidentali.

La storia si ripete; e a loro si confanno le parole che Tacito mette in bocca a Calgaco, capo dei Caledoni, alla vigilia della battaglia contro i Romani — «Predatori del mondo intero, dopo aver devastato tutto, non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi di dominio se è povero, tali da non essere saziati né dall’Oriente né dall’Occidente, gli unici che bramano con pari veemenza ricchezza e miseria. Distruggere, trucidare, rubare, questo, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, lo hanno chiamato pace».


set 12 2012

Petición | STOP Toro de la Vega 2012 | Change.org

Una firma per dire “basta!” a questa violenza assurda e vergognosa.

Petición | STOP Toro de la Vega 2012 | Change.org.


set 11 2012

Animali non-umani: censura, libertà, violenza e alcuni spunti ignorati (1)

Un mese fa ho inviato il testo che segue come contributo per un blog — lo riporto qui tale e quale.

La censura è sempre oscurantista?

Nella quiete fittizia delle vacanze, seguo poco i media: preferisco contemplare i larghi giri di un falco che ogni giorno si abbassa a volteggiare su di noi; o la dignitosa ostinazione delle api che insistono a voler impollinare i fiori della mia tovaglia di plastica — bella metafora sull’illusorietà dell’apparire, oh quanto avevi ragione Duchamp con la tua pipa!

Tuttavia mi giungono echi e frammenti: così apprendo del successo che negli Stati Uniti riscuote una fiction intitolata Shameless, “senza vergogna”, incentrata sulla quotidianità di una famiglia disastrata come ce ne sono tante laggiù (e quaggiù), un rampollo della quale ha come hobby la tortura e l’uccisione di piccoli animali. La fiction è seguita da milioni di persone; fra questi milioni, mi chiedo su quanti farà presa lo spirito di emulazione: tempo fa ho chiesto a un’organizzazione che si occupa di tutela degli animali se non si potesse lanciare una campagna contro il crushing, perversione sessuale deprecabile quant’altre mai e contro i cui colpevoli io personalmente sarei favorevole al momentaneo ripristino della legge del taglione oppure, in alternativa, della tristissima “quaresima di Galeazzo” (non scherzo: sono buona ma non buonista, e negli ultimi tempi mi càpita sempre più spesso di pensare che in nome della libertà e del politically correct si siano commessi e ancora si commettano troppi crimini). Mi è stato (saggiamente) risposto che il silenzio su tale pratica rispondeva alla precisa politica di non favorire lo spirito di emulazione fra i soggetti più predisposti o disturbati: quindi sì alle denunce presso le autorità competenti e gli organi preposti, no alla propagazione della cosa a mezzo di fotografie o descrizioni in grado di sollecitare negativamente l’immaginazione.

La cosa mi ha fatto pensare parecchio. Come mi ha fatto pensare un passo del racconto di uno scrittore italiano pubblicato sul “Corriere della sera” — il ricordo di un’estate al mare, nel quadro delle solite letture “d’autore” che riempiono le pagine dei giornali in luglio e agosto. Sono un po’ indecisa se dire o tacere il nome di costui — additarlo al pubblico ludibrio o giustiziarlo con la damnatio memoriae che ne faccia dimenticare l’identità per i secoli a venire? Non so neanche se quello che scrive sia un vero ricordo di vita vissuta o un’invenzione, e a dirla tutta non m’interessa saperlo: perché arrivo al punto in cui il tizio ricorda le giornate al mare in compagnia del padre, quando dalla barca «spacchiamo le meduse coi remi», e smetto di leggere. “Spacchiamo le meduse coi remi”, capito? Come “tiriamo calci ad un barattolo”, “prendiamo a sassate una bottiglia”: assimilando degli esseri viventi, mirabilmente conclusi nella loro compiutezza biologica che li rende perfettamente adatti al loro ambiente in un modo che l’Homo sapiens non può neanche lontanamente immaginare, lui che ha bisogno della gelida tèchne per sopravvivere — assimilando degli esseri viventi, dicevo, a oggetti, a cose deperibili di cui poter disporre a proprio piacimento, e la cui esistenza dipende soltanto da un capriccio dell’odioso bipede implume alla cui specie, talvolta, trovo imbarazzante appartenere.

E non me ne frega niente se subito prima ha detto «diamo da mangiare ai gabbiani», anzi è peggio: perché questo assurdo atteggiamento mentale per cui un vertebrato conterebbe più di un celenterato mi ha sempre fatto orrore. Non che i vertebrati se la passino sempre bene, sia chiaro. Ma chissà perché uccidere per gioco (anzi per passatempo, ché il gioco è divino; per passatempo, cioè per niente insomma) una medusa è sempre apparso meno grave che uccidere un cane o un gatto.

Forse sono io che sono fatta male: da bambina, nei miei rari momenti sulla spiaggia (il “mio” mare consueto era di scogli e d’alti fondali) mi ostinavo a ributtare in acqua le meduse spiaggiate, poveri ammassi opachi ormai inerti; e piangevo perché gli altri bambini raccoglievano i granchi e li mettevano nei secchielli e io non riuscivo a salvarli — le mamme-megere non volevano che rovinassi il divertimento dei loro tesori.

O forse è il caso di interrogarsi, finalmente e una volta per tutte, su una cultura che ammette l’uccisione di esseri viventi non-umani e l’accetta come un aspetto normale (?!?) del vivere umano, al punto di farne oggetto di narrazione letteraria o filmica senza aver nulla da ridire. E, ancora, forse non sono lontana dal vero supponendo che la cosa sia un male dei nostri tempi ultimi (Kali-yuga? Età del Lupo? Götterdämmerung?): credo che inizi con l’Ottocento la moda discutibilissima di inserire nelle narrazioni letterarie la descrizione di sevizie inflitte agli animali, e non sempre con intento — diciamo così — “pedagogico” (e se qualcuno invece di provarne orrore volesse replicare l’esercizio per vedere dal vivo e nemmeno tanto di nascosto l’effetto che fa?…); e sappiamo che il cinema vi si è adeguato rapidamente prima utilizzando animali in carne ed ossa, e poi con la sconcertante verosimiglianza propria del mezzo.

Ma il punto è se tutta questa violenza mostrata nel dettaglio con parole e immagini abbia un senso: e credo di poter rispondere serenamente che no, non ce l’ha. E se mi soffermo a pensare che la missione originaria del raccontare era per l’appunto l’educazione — tanto che a quel brav’uomo di Giuseppe Giusti non pareva superfluo ricordare, ancora nell’Ottocento, che «il fare un libro è meno che niente / se il libro fatto non rifà la gente» — deduco mestamente che, oggi, a tutti questi che fanno letteratura (o credono, o s’illudono di farla) di educare non gl’importa proprio nulla. Magari perché non sono stati “educati” nemmeno loro.

E allora mi chiedo se sarebbe poi tanto male uno Stato che, avendo a cuore l’educazione e la civiltà ovvero il futuro dei suoi cittadini, si premurasse anche di vigilare sui suoi svaghi e le sue letture; e impedisse a un bernardobertolucci di bollire viva una tartaruga per rendere più verosimile la scena nell’UItimo imperatore, o a un giuseppetornatore di sgozzare un bovino per restituire il senso dell’atmosfera del quartiere palermitano in Ba’aria; e pur ringraziando Guy de Maupassant e (volando più basso) Stephen King della loro premura nel descrivere violenze contro gli animali come stigma dell’odiosità del personaggio che le commette, li invitasse con cortese fermezza a cambiare registro pena la mancata pubblicazione del testo. Perché certo non è esibendo le brutture e compiacendosene che si può evitare il loro ripetersi: l’illustre vegetariano che era Pitagora diceva, non a caso, «educa il bambino e non dovrai punire l’adulto».

Naturalmente vagheggio. Perché uno Stato siffatto, al presente, non esiste — non può esistere. Né può esistere una diversa concezione della cultura, dell’arte e dell’estetica, almeno finché non riusciremo a ripensare quella che Scheler chiamava “la posizione dell’uomo nel cosmo”, e a immaginare un altro mondo — possibilissimo — in cui la consapevolezza di esser parte della medesima biosfera ci faccia guardare con altri occhi il non-umano. Non è una sfida: è un ritorno alle origini.

Non è stato pubblicato.  Peccato, perché mi sembrava che dal mio testo trasparissero alcuni spunti di discussione meritevoli di interesse. Per esempio, l’idea di uno Stato etico; la considerazione che nella presente società non può darsi uno Stato etico; la necessità anzi l’urgenza di costruire uno Stato etico ripensando la concezione stessa di etica alla luce dell’antispecismo.

E ancora il concetto di violenza: che non è prerogativa del Potere ma è essa stessa la prima e più immediata manifestazione di potere; accade così che, tollerando la violenza, la legittimiamo. Perché la violenza non è (mai!) soltanto fisica: quando si tollera, dall’alto della “superiorità” morale propria di alcune categorie (sinceri democratici, libertari, pacifisti, nonviolenti etc.), la violenza verbale o iconografica in nome di un non meglio specificato altrui diritto d’espressione, si è già sulla buona strada per piegarsi alla violenza fisica che ne deriverà. Facciamo finta di non sapere che la violenza è parte integrante della Natura: la quale non è proprio per nulla idilliaca come a volte vorremmo, ma in qualche modo a noi ignoto o da noi dimenticato  riesce a gestire la violenza e l’esercizio della forza che le è connesso nella composizione di un equilibrio mirabile.  E facciamo anche finta di non sapere che la violenza è parte integrante anche del nostro superbamente civile vivere quotidiano: perché se per “violenza” intendiamo la capacità di indurre/obbligare un individuo ad assumere un comportamento non spontaneo ma conforme alle nostre aspettative/esigenze, allora l’istituzione in quanto tale è violenza — famiglia-scuola-fabbrica-esercito-ospedale. Ho detto una banalità: ma una banalità spesso negletta. Rimando gli approfondimenti a una seconda parte.


set 10 2012

TRAILER – Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in tv – YouTube

TRAILER – Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in tv – YouTube.


set 5 2012

Di Paola, il mastino della NATO « Bye Bye Uncle Sam

La guerra è pace, e italiani brava gente…

Di Paola, il mastino della NATO « Bye Bye Uncle Sam.