Animali non-umani: censura, libertà, violenza e alcuni spunti ignorati (1)

Un mese fa ho inviato il testo che segue come contributo per un blog — lo riporto qui tale e quale.

La censura è sempre oscurantista?

Nella quiete fittizia delle vacanze, seguo poco i media: preferisco contemplare i larghi giri di un falco che ogni giorno si abbassa a volteggiare su di noi; o la dignitosa ostinazione delle api che insistono a voler impollinare i fiori della mia tovaglia di plastica — bella metafora sull’illusorietà dell’apparire, oh quanto avevi ragione Magritte con la tua pipa!

Tuttavia mi giungono echi e frammenti: così apprendo del successo che negli Stati Uniti riscuote una fiction intitolata Shameless, “senza vergogna”, incentrata sulla quotidianità di una famiglia disastrata come ce ne sono tante laggiù (e quaggiù), un rampollo della quale ha come hobby la tortura e l’uccisione di piccoli animali. La fiction è seguita da milioni di persone; fra questi milioni, mi chiedo su quanti farà presa lo spirito di emulazione: tempo fa ho chiesto a un’organizzazione che si occupa di tutela degli animali se non si potesse lanciare una campagna contro il crushing, perversione sessuale deprecabile quant’altre mai e contro i cui colpevoli io personalmente sarei favorevole al momentaneo ripristino della legge del taglione oppure, in alternativa, della tristissima “quaresima di Galeazzo” (non scherzo: sono buona ma non buonista, e negli ultimi tempi mi càpita sempre più spesso di pensare che in nome della libertà e del politically correct si siano commessi e ancora si commettano troppi crimini). Mi è stato (saggiamente) risposto che il silenzio su tale pratica rispondeva alla precisa politica di non favorire lo spirito di emulazione fra i soggetti più predisposti o disturbati: quindi sì alle denunce presso le autorità competenti e gli organi preposti, no alla propagazione della cosa a mezzo di fotografie o descrizioni in grado di sollecitare negativamente l’immaginazione.

La cosa mi ha fatto pensare parecchio. Come mi ha fatto pensare un passo del racconto di uno scrittore italiano pubblicato sul “Corriere della sera” — il ricordo di un’estate al mare, nel quadro delle solite letture “d’autore” che riempiono le pagine dei giornali in luglio e agosto. Sono un po’ indecisa se dire o tacere il nome di costui — additarlo al pubblico ludibrio o giustiziarlo con la damnatio memoriae che ne faccia dimenticare l’identità per i secoli a venire? Non so neanche se quello che scrive sia un vero ricordo di vita vissuta o un’invenzione, e a dirla tutta non m’interessa saperlo: perché arrivo al punto in cui il tizio ricorda le giornate al mare in compagnia del padre, quando dalla barca «spacchiamo le meduse coi remi», e smetto di leggere. “Spacchiamo le meduse coi remi”, capito? Come “tiriamo calci ad un barattolo”, “prendiamo a sassate una bottiglia”: assimilando degli esseri viventi, mirabilmente conclusi nella loro compiutezza biologica che li rende perfettamente adatti al loro ambiente in un modo che l’Homo sapiens non può neanche lontanamente immaginare, lui che ha bisogno della gelida tèchne per sopravvivere — assimilando degli esseri viventi, dicevo, a oggetti, a cose deperibili di cui poter disporre a proprio piacimento, e la cui esistenza dipende soltanto da un capriccio dell’odioso bipede implume alla cui specie, talvolta, trovo imbarazzante appartenere.

E non me ne frega niente se subito prima ha detto «diamo da mangiare ai gabbiani», anzi è peggio: perché questo assurdo atteggiamento mentale per cui un vertebrato conterebbe più di un celenterato mi ha sempre fatto orrore. Non che i vertebrati se la passino sempre bene, sia chiaro. Ma chissà perché uccidere per gioco (anzi per passatempo, ché il gioco è divino; per passatempo, cioè per niente insomma) una medusa è sempre apparso meno grave che uccidere un cane o un gatto.

Forse sono io che sono fatta male: da bambina, nei miei rari momenti sulla spiaggia (il “mio” mare consueto era di scogli e d’alti fondali) mi ostinavo a ributtare in acqua le meduse spiaggiate, poveri ammassi opachi ormai inerti; e piangevo perché gli altri bambini raccoglievano i granchi e li mettevano nei secchielli e io non riuscivo a salvarli — le mamme-megere non volevano che rovinassi il divertimento dei loro tesori.

O forse è il caso di interrogarsi, finalmente e una volta per tutte, su una cultura che ammette l’uccisione di esseri viventi non-umani e l’accetta come un aspetto normale (?!?) del vivere umano, al punto di farne oggetto di narrazione letteraria o filmica senza aver nulla da ridire. E, ancora, forse non sono lontana dal vero supponendo che la cosa sia un male dei nostri tempi ultimi (Kali-yuga? Età del Lupo? Götterdämmerung?): credo che inizi con l’Ottocento la moda discutibilissima di inserire nelle narrazioni letterarie la descrizione di sevizie inflitte agli animali, e non sempre con intento — diciamo così — “pedagogico” (e se qualcuno invece di provarne orrore volesse replicare l’esercizio per vedere dal vivo e nemmeno tanto di nascosto l’effetto che fa?…); e sappiamo che il cinema vi si è adeguato rapidamente prima utilizzando animali in carne ed ossa, e poi con la sconcertante verosimiglianza propria del mezzo.

Ma il punto è se tutta questa violenza mostrata nel dettaglio con parole e immagini abbia un senso: e credo di poter rispondere serenamente che no, non ce l’ha. E se mi soffermo a pensare che la missione originaria del raccontare era per l’appunto l’educazione — tanto che a quel brav’uomo di Giuseppe Giusti non pareva superfluo ricordare, ancora nell’Ottocento, che «il fare un libro è meno che niente / se il libro fatto non rifà la gente» — deduco mestamente che, oggi, a tutti questi che fanno letteratura (o credono, o s’illudono di farla) di educare non gl’importa proprio nulla. Magari perché non sono stati “educati” nemmeno loro.

E allora mi chiedo se sarebbe poi tanto male uno Stato che, avendo a cuore l’educazione e la civiltà ovvero il futuro dei suoi cittadini, si premurasse anche di vigilare sui suoi svaghi e le sue letture; e impedisse a un bernardobertolucci di bollire viva una tartaruga per rendere più verosimile la scena nell’UItimo imperatore, o a un giuseppetornatore di sgozzare un bovino per restituire il senso dell’atmosfera del quartiere palermitano in Ba’aria; e pur ringraziando Guy de Maupassant e (volando più basso) Stephen King della loro premura nel descrivere violenze contro gli animali come stigma dell’odiosità del personaggio che le commette, li invitasse con cortese fermezza a cambiare registro pena la mancata pubblicazione del testo. Perché certo non è esibendo le brutture e compiacendosene che si può evitare il loro ripetersi: l’illustre vegetariano che era Pitagora diceva, non a caso, «educa il bambino e non dovrai punire l’adulto».

Naturalmente vagheggio. Perché uno Stato siffatto, al presente, non esiste — non può esistere. Né può esistere una diversa concezione della cultura, dell’arte e dell’estetica, almeno finché non riusciremo a ripensare quella che Scheler chiamava “la posizione dell’uomo nel cosmo”, e a immaginare un altro mondo — possibilissimo — in cui la consapevolezza di esser parte della medesima biosfera ci faccia guardare con altri occhi il non-umano. Non è una sfida: è un ritorno alle origini.

Non è stato pubblicato.  Peccato, perché mi sembrava che dal mio testo trasparissero alcuni spunti di discussione meritevoli di interesse. Per esempio, l’idea di uno Stato etico; la considerazione che nella presente società non può darsi uno Stato etico; la necessità anzi l’urgenza di costruire uno Stato etico ripensando la concezione stessa di etica alla luce dell’antispecismo.

E ancora il concetto di violenza: che non è prerogativa del Potere ma è essa stessa la prima e più immediata manifestazione di potere; accade così che, tollerando la violenza, la legittimiamo. Perché la violenza non è (mai!) soltanto fisica: quando si tollera, dall’alto della “superiorità” morale propria di alcune categorie (sinceri democratici, libertari, pacifisti, nonviolenti etc.), la violenza verbale o iconografica in nome di un non meglio specificato altrui diritto d’espressione, si è già sulla buona strada per piegarsi alla violenza fisica che ne deriverà. Facciamo finta di non sapere che la violenza è parte integrante della Natura: la quale non è proprio per nulla idilliaca come a volte vorremmo, ma in qualche modo a noi ignoto o da noi dimenticato  riesce a gestire la violenza e l’esercizio della forza che le è connesso nella composizione di un equilibrio mirabile.  E facciamo anche finta di non sapere che la violenza è parte integrante anche del nostro superbamente civile vivere quotidiano: perché se per “violenza” intendiamo la capacità di indurre/obbligare un individuo ad assumere un comportamento non spontaneo ma conforme alle nostre aspettative/esigenze, allora l’istituzione in quanto tale è violenza — famiglia-scuola-fabbrica-esercito-ospedale. Ho detto una banalità: ma una banalità spesso negletta. Rimando gli approfondimenti a una seconda parte.