Il vento e la tempesta

Sto seguendo con attenzione i fatti di Bengasi e sono profondamente, visceralmente disgustata.

Non dalla macelleria ai danni dell’ambasciatore Usa Chris Stevens e degli altri dipendenti dell’ambasciata americana, no. Ma dall’indignazione farisaica di tutti quelli che inveiscono contro il terrorismo islamico e l’oscurantismo musulmano in nome della libertà d’espressione e della democrazia.

La cosa che trovo più inquietante, al momento, è la perdita dell’autonomia di giudizio e di ogni capacità critica che sembra essere divenuta la costante dei nostri tempi e delle nostre sorti di colonia.

Mi chiedo infatti in che cosa consista la differenza tra quello che è stato fatto dai libici l’altro giorno a Chris Stevens e quello che è stato fatto dagli americani ai detenuti iracheni di Abu Ghraib nel 2004; o dagli israeliani ai civili palestinesi dai tempi di Qibya (1953) fino a oggi; o dall’oligarchia filoamericana di Roberto D’Aubuisson alla popolazione del Salvador negli anni Ottanta. Cos’è, stavolta, che fa davvero orrore? La mera violenza in quanto tale? O il fatto che si sia osato alzare le mani su un rappresentante della prima potenza mondiale? Vorrei saperlo. Perché le ossa si spaccano ovunque con lo stesso rumore, il tessuto vitale lacerato lascia zampillare il sangue allo stesso modo, il terrore riempie le pupille che si vanno offuscando nell’agonia con la stessa intensità. Dunque? Seviziare e ammazzare l’ambasciatore americano aggiunge forse, al raccapriccio che si deve a ogni linciaggio, l’abominio per la colpa di lesa maestà che pende cupa sugli autori di quell’impresa? Certo, da che mondo è mondo i diplomatici godono dell’immunità; ma da quando esistono, gli Stati Uniti e i loro cittadini godono dell’impunità — che è tutt’altra cosa, e che dovrebbe indurre a riflettere.

Come dovrebbe indurre a riflettere la massiccia capillare presenza di cittadini statunitensi in posti chiave del pianeta; e il fatto che il nome “esportazione di democrazia” sia assai meno innocente di quanto si creda, e rechi in sé il germe di una cosa che troppo facilmente può sfuggire al controllo — anzi, l’ha già fatto. E il bello è che nessuno sembra averlo capito.

Già, la democrazia. E con essa la libertà. Sì, quella di cui già Mme Roland, prima di affidare la bella testa alla lama impietosa della ghigliottina, aveva detto “O liberté, que des crimes on commet en ton nom!”, libertà, quanti delitti si commettono in tuo nome… La libertà, ampia coperta da stiracchiare a piacimento; la libertà, che troppe volte è libertà di e non libertà per; la libertà, che è divenuta licenza e non possibilità. La libertà di insultare (peggio, criminalizzare) un’idea politica o una religione che non è la propria, di giudicare senza sapere, di giustificare non importa quale sopruso e quale angheria contro popoli rei di non essere illuminati come l’Occidente — bell’affare, questo Occidente rischiarato ormai soltanto dall’elettricità e non più dalla coscienza.

Del resto sono così violenti, i musulmani… Sono così primitivi che pretendono addirittura che venga rispettata la loro religione, che selvaggi. Noi civilissimi, invece, queste cose ce le siamo lasciate alle spalle da un pezzo; e ci burliamo di tutto, e a nulla riconosciamo una qualche intangibilità — non foss’altro che per questioni di misura e di pudore. Abbiamo abbattuto ogni tabù e possiamo permetterci il lusso di parlare disinvoltamente di tutto, senza pregiudizi, perché abbiamo spazzato via ogni assoluto, altro che quei fanfaroni degli anarchici… Siamo libertari, liberali e liberisti; abbiamo mixato etica politica ed economia e shakerato per bene con uno spruzzo di ignoranza e una goccia di viltà. Così succede che sbeffeggiamo chi crede in un unico dio ma non osiamo levare la voce contro chi si conforma ad un unico pensiero; difendiamo chi va a occupare una terra che non gli appartiene ma condanniamo chi si batte per proteggere la sua patria e la sua gente; prestiamo armi e uomini a chi esporta la guerra in tutto il mondo ma non siamo in grado di garantire la pace ai nostri figli.

Maestri in quest’arte sono gli italiani: credendo di esser saliti sul carro del vincitore, non si sono accorti di esservi aggiogati. Più realiste del re, se il segretario di Stato americano Hillary Clinton definisce “disgustoso e riprovevole” il film su Maometto ritenuto all’origine del dramma di Bengasi, le nostrane mosche cocchiere parlano di “religione assassina” e “terroristi travestiti da ribelli”, mentre preparano liste di proscrizione continuando bellamente a ignorare che le parole sono — a tutti gli effetti — armi non convenzionali.

Ma vorrei chiedere ai diretti interessati e ai loro tirapiedi: che cosa si aspettavano, gli americani, dopo l’11 settembre 2001? Che dopo aver seminato conflitti e distruzione in tutto il mondo, dopo aver fomentato un’islamofobia tanto incosciente quanto incontrollabile, dopo aver scatenato odio e terrore — che dopo tutto questo dunque li si potesse ancora e sempre contemplare come gli eterni “liberatori”? Dall’alto (o dal basso) del loro fondamentalismo ottuso e criminale, hanno massacrato, distrutto e avvelenato tutto ciò su cui hanno allungato le loro ben curate mani bianche evangeliche e occidentali.

La storia si ripete; e a loro si confanno le parole che Tacito mette in bocca a Calgaco, capo dei Caledoni, alla vigilia della battaglia contro i Romani — «Predatori del mondo intero, dopo aver devastato tutto, non avendo più terre da saccheggiare, vanno a frugare anche il mare; avidi se il nemico è ricco, smaniosi di dominio se è povero, tali da non essere saziati né dall’Oriente né dall’Occidente, gli unici che bramano con pari veemenza ricchezza e miseria. Distruggere, trucidare, rubare, questo, con falso nome, chiamano impero e là dove hanno fatto il deserto, lo hanno chiamato pace».