Lo specismo è manifesto

Ottorino Pianigiani dixit

Fra le riviste patinate che fanno bella mostra di sé in edicola figura il mensile “GQ – Moda e tendenze uomo”. “GQ” sta per “Gentlemen’s Quarterly”, ovvero “il trimestrale dei gentlemen” — rivista statunitense fondata nel 1957. Potrei tradurre pedissequamente gentleman con “gentiluomo”, ma il termine inglese non indica soltanto un individuo di sesso maschile dal comportamento corretto e dalle maniere impeccabili: evoca invece austere dimore immerse nel verde, collegi esclusivi, gare di canottaggio su placidi fiumi, sentori di cuoio e tabacco da qualche parte in Savile Row eccetera.

Oggi “GQ” è un mensile; e non si rivolge più soltanto ai gentlemen. Anzi, a giudicare da certi suoi contenuti si sospetterebbe che un gentleman un giornale così potrebbe solo darlo al suo maggiordomo per pulirci le scarpe (in mancanza d’altro, la carta stampata fa miracoli sulle calzature in pelle).

La copertina del numero di “GQ” che forse è ancora in edicola è questa:

Il maschio vestito di tutto punto è Carlo Cracco, considerato uno dei cuochi più famosi d’Italia: fonti attendibili mi precisano che è anche uno dei più cari, forse più del leggendario Gualtiero Marchesi o di Gianfranco Vissani.  La femmina quasi completamente nuda ad eccezione di un paio di stivaletti di vernice nera col tacco a stiletto ha anche lei un nome che però non compare in copertina — plausibilmente, non interessa saperlo.

Il maschio guarda in macchina, con un’espressione un po’ uomo-che-non-deve-chiedere-mai e un po’ jamesbond, mentre la femmina gli si avvinghia con atteggiamento inequivocabile brandendo noncurante un pesce morto (mi chiedo se il creativo che ha ideato la scena abbia una qualche infarinatura di psicoanalisi).

Con un po’ di imbarazzo per tanta banalità, rilevo in questa copertina che non è una copertina (Magritte docet) alcuni tratti classici della società a modello dominatore (come direbbe l’antropologa Riane Eisler), che da sempre concorrono a formarne l’immaginario, e che mi sembra di poter individuare come segue: 1) la centralità prevaricatrice del maschio adulto, 2) la reificazione della donna e dell’animale, 3) la trasformazione di un istinto in dichiarazione ideologica.

1) Come enuncia la copertina, al centro — della stessa, dell’attenzione, della società, della storia… — sta l’uomo. Non nella sua genericità (per esempio come nell’espressione “la comparsa dell’uomo sulla Terra” e simili), ma proprio nella sua specificità di maschio adulto (e bianco). Il tratto saliente è che il padrone ovvero lo schiavista è sempre vestito, lo schiavo sempre nudo.

Che si tratti del morbido erotismo di scuola orientalista

Jean-Léon Gérôme,"Il mercato degli schiavi di Tunisi"

o dell’essenziale crudezza propagandista

Stampa popolare dell'Ottocento

il vestito, cifra ideologica eccellente,  simboleggia lo stato di cultura contro lo stato di natura, la civilizzazione contro ciò che è selvaggio, il potere contro ciò che è sottomesso.

Ma mentre una persona nuda, da sola, è nuda, una persona senza vestiti accanto a una persona vestita non è più nuda: è spogliata — il termine polisemico rimanda all’esser privato di qualche cosa, diminuito, avvilito, in stato di soggezione (espressione polisemica quant’altre mai). La persona spogliata è indifesa, riportata allo stato di nudità proprio del neonato — essere amorfo, persona non compiuta e ancora in fieri, per così dire. E poiché, parafrasando l’argomento ontologico di Anselmo d’Aosta (che ha fatto scuola nei secoli),  qualunque persona è meglio di una non-persona, ecco che qualunque essere umano è meglio di qualunque essere non-umano. Ci era già arrivato Aristotele, definendo gli schiavi “strumenti animati” (al pari degli animali); e prima di lui anche Platone aveva lasciato intendere qualcosa del genere, dando per scontato l’istituto della schiavitù — al contrario, i sofisti sostenevano l’assoluta non-naturalità della schiavitù, basata (dicevano) su di una convenzione o sulla violenza e mettendo così in dubbio la legittimità dell’intera struttura sociale coeva; non a caso, nel tempo sono stati i termini “sofista” e “sofismo” ad assumere una connotazione dispregiativa, e non certo “platonico” o “aristotelico”:

Dunque lo schiavo, che pure sembra appartenere alla specie umana, nella sua qualità di strumento in realtà ne è escluso; condivide questo destino di non-appartenenza alla dimensione senziente con l’animale domestico, che nella società a modello dominatore è mero oggetto — strumento e perfino unità di misura per la quantificazione della ricchezza:

Giambattista Vico, "Principj di scienza nuova"

Diverso il discorso per quanto riguarda gli animali selvatici, tradizionalmente ritenuti (fino a non molto tempo fa) res nullius, ossia “cosa di nessuno”, dei quali chiunque poteva disporre a proprio piacimento.

2) Nella copertina di “GQ” gli strumenti animati sono due: la femmina, ancora viva, e il pesce, già morto: la donna sta sullo stesso piano dell’animale, ed entrambi sono appunto strumentali al soddisfacimento di due bisogni complementari all’istinto di conservazione: alimentarsi e riprodursi. Presenti in ogni vivente, nell’essere umano questi bisogni hanno raggiunto livelli di complessità notevole: ma complessità non è sempre sinonimo di perfezionamento, e anzi l’atteggiamento nei confronti del cibo e del sesso scivola talvolta nella perversione — che non è un portato recente della civiltà: Epicuro (IV/III sec. a.C.) diceva che «la natura ingrata dell’anima ha reso la creatura umana avida di variazioni illimitate nel modo di vivere». E Seneca (I sec. d.C.) così descriveva il ricco romano dei suoi tempi: «Egli mangia oltre la capacità del suo stomaco e con grande avidità riempie il ventre rigonfio oltre misura e ormai non più avvezzo alle sue funzioni: è più affaticato a vomitare il cibo che a ingerirlo» e biasimava «voi, la cui smodata e insaziabile golosità di qui fruga i mari di là le terre, cerca di prendere alcuni animali con l’amo, altri col laccio, altri con varie specie di reti: nessun animale è tranquillo, finché voi non sentite la nausea. Di coteste vivande, che vi procurate mediante l’opera di tante persone, quanto poco gustate con la bocca stanca di raffinate sensazioni! di cotesta fiera cacciata con grave rischio quanto poco riuscirà ad assaggiare il padrone che digerisce a stento ed è facile alla nausea! di tante ostriche, provenienti da paesi cosí lontani, quanto poche van giú per cotesto stomaco insaziabile! Disgraziati, dunque credete che in voi la fame sia piú grande del ventre?».

Quanto al sesso, la pratica del medesimo sganciata da finalità procreative è antica quanto e più dell’uomo — sappiamo che anche altre specie animali praticano (talvolta) il sesso per fini diversi dalla riproduzione —, ma è l’uomo che vi ha mischiato disturbi, deviazioni e aberrazioni senza le quali Krafft-Ebing non sarebbe passato alla storia. (Del resto, è noto che senza la Chiesa non ci sarebbe stato il marchese de Sade).

Come un perfetto strumento, la femmina non prova alcun disagio nel tenere in mano il cadavere di quello che fu un essere vivente perfetto e compiuto nella sua irripetibilità di individuo adattato all’ambiente — il tagliere in cucina ospita con la stessa opaca indifferenza il cespo d’insalata e un lacerto di carne sanguinolenta. Se fosse una persona, la femmina si interrogherebbe sul proprio essere lì in quel modo, e confronterebbe il proprio esser- spogliata con la nudità innocente dell’animale morto, ridotto a cosa, a mero complemento d’arredo per esaltare la figura del maschio.

3) Ma la femmina in copertina non è una persona: è una cosa-femmina-viva che non mostra alcuna empatia con la cosa-animale-morto. Senza capire che cosa accomuna la propria corporeità vivente a quella del pesce ormai morto, la femmina in copertina è soltanto l’emblema del sex affiancato al food, che insieme al rock’n’roll (trasgressivo negli anni Cinquanta, ma qui svuotato di senso e ridotto a trito luogo comune) adombra la trimurti dell’uomo ideale — ovvero del lettore -tipo di “GQ”. Questa femmina, dunque, non è una persona perché il suo aderire al maschio — in senso proprio e figurato — denuncia soltanto l’accettazione di un ruolo che la confina all’assunzione di visibilità in rapporto a qualcos’altro, e mai per se stessa. Allo stesso modo, ogni nudità femminile su carta patinata denuncia la disponibilità alla reificazione: accettando di espormi agli sguardi altrui in tempi e modi indipendenti dalla mia volontà, accetto di diventare una cosa — alle cose non si chiede il permesso per usarle, né una cosa può rifiutarsi di essere usata (in modo proprio o improprio, non importa). La donna nuda sul calendario o sulla rivista non è, ontologicamente, diversa dalla mensola appesa al medesimo muro o dal posacenere appoggiato sul medesimo tavolino: la si usa se e quando serve. In questa prospettiva distorta, cibo e sesso sono strumenti al servizio dell’uomo, e il modo in cui vengono presentati rientra a pieno titolo nella costruzione dell’ideologia dominante — o forse addirittura ne costituisce il veicolo privilegiato presso la massa: riducendo a mero status symbol ciò di cui ci si nutre e ciò da cui si ricava piacere, si cancella ogni forma di reciprocità ovvero di rispetto per l’altro-da-sé. Così, il cuoco di lusso in copertina suggerisce, attraverso un gioco implicito di sottintesi e di rimandi, che se puoi permetterti di mangiare da lui puoi permetterti anche  la femmina più appetibile (appunto) e il cibo migliore — sullo sfondo non avrebbe stonato un’automobile esclusiva, di quelle che cantava Rino Gaetano trentacinque anni fa, cogliendo appieno simbolismi e allusioni delle quattro ruote:

Spider coupè gitti alfetta
a duecento c’è sempre una donna che ti aspetta
sdraiata sul cofano all’autosalone
e ti dice prendimi maschiaccio libidinoso coglione

In conclusione (di questo breve scritto, non certo del discorso sullo specismo) non posso fare altro che pormi — e porre a chi legge, se c’è — una domanda non retorica e certo allarmante: se, come ho detto, certi simbolismi e certe allusioni potevano essere agevolmente individuati e criticati trentacinque anni fa; e se adesso, a distanza di trentacinque anni, siamo ancora qui a individuare e criticare analoghi segni di un sentire ugualmente distorto, che cosa non ha funzionato e perché? Non dovremmo cessare di interrogarci, se davvero intendiamo ripensare il mondo e costruire nuovi modi di stare con gli altri viventi.

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