Carolina, morta di virtuale

Caro diario,

non ti nascondo che la vicenda di Carolina, morta suicida a 14 anni per una brutta storia di bullismo, mi sta facendo riflettere parecchio in questi giorni.

La fine brusca e innaturale di una vita così giovane è sempre qualcosa che scuote; ma più si va avanti con gli anni e più la scossa scava nel profondo. Così, penso agli anni della mia adolescenza e ai ragazzi di allora, e non ricordo nessun suicidio, ma qualche morte violenta sì: Ugo — ci salutammo davanti ai tabelloni della seconda liceo, e il primo giorno della terza lui non c’era più, annegato nel lago delle sue vacanze dopo un volo con la macchina; Fulvio — fermo in moto a un semaforo, una carambola di auto schiantate in un frontale lo falciò che neanche se ne accorse, mentre aspettava di ripartire per andare a studiare a casa di un compagno; Stefano — bellissimo e tossico, un’overdose lo stroncò all’alba sul pianerottolo di un’amica alla quale si era ripromesso di chiedere aiuto, in quel “più tardi” che non sarebbe mai arrivato; Luciano — sembrava tanto più grande della sua età, e avevo una cotta per lui, ma non lo sapeva e non ho mai potuto dirglielo perché finì ammazzato in un regolamento di conti (dissero) sulla squallida piazzola di una statale, una notte d’autunno.

Non era tanto roba dei miei tempi, il suicidio: la tendenza cominciò ad affermarsi sul finire dei Settanta, ma ormai stavo crescendo ed ero fuori dalle secche di quell’età in cui si può ancora fare ed essere tutto ciò che si vuole, o quasi — e comunque lo si crede (o lo si spera) fermamente. Ma non è un’età dell’oro, l’adolescenza: chi  pensa che sia così, e liquida quegli anni di crescita e tormento come “gli anni più belli”, peste lo colga.

Sono anni duri, in cui una cotta non ricambiata è l’Amore perduto per sempre; un insuccesso scolastico è il Fallimento della vita; un’incomprensione in famiglia è l’Abbandono senza remissione; la rottura di un’amicizia è il Tradimento rovinoso. Non conoscono mezze misure, gli adolescenti; e se da un lato è questo il segreto della loro generosità e del loro entusiasmo, dall’altro è la chiave per la loro strumentalizzazione ideologica — oh, come lo sanno bene i capi/capetti d’ogni risma e colore, e com’è giovane il sangue che inzuppa bandiere e divise d’ogni epoca…

Ma questo nostro tempo convulso eppure inerte soffoca la freschezza di queste esistenze in divenire con un artificio che avrebbe sgomentato anche il più azzardoso degli apprendisti stregoni: la possibilità di vivere una vita fittizia e parallela, nella quale tutto viene amplificato; e nella quale, a dispetto della “tutela della privacy” — etica nuova e malcompresa — gusti e sentimenti e segreti vengono buttati senza ritegno in pasto al tritacarne mediatico, moderno Moloch mai sazio di vittime.

È questo, pare, che ha ucciso Carolina spingendola nel vuoto fisico che le deve essere parso l’unico rimedio al vuoto virtuale nel quale era stata già precipitata. La solitudine e l’incomprensione che affollavano la sua vita parallela devono aver fatto credere a Carolina che la sua vita vera non valesse nulla — o comunque valesse meno della chiassosità irreale dei social network (si chiama così, quell’artificio di cui dicevo sopra).

Eppure questa perdita di contatto col reale non è un male che guasta soltanto le giovani generazioni: si avvia anzi a diventare, o forse è già — e la cosa dovrebbe preoccupare ai piani alti — il male oscuro di questi anni ipertecnologici, che vedono andare di pari passo la digitalizzazione dei rapporti sociali e la fragilizzazione dei rapporti interpersonali.

Così, caro diario, ultimamente ho potuto toccare con mano la distorsione del reale imposta da questi meccanismi perversi e pervertitori: in grazia dei quali non conta chi sei, ma cosa dicono che tu sia entità virtuali che non sanno nulla di te — insieme non avete mai guardato un tramonto, notato il particolare di un dipinto, riso a una battuta o gustato un buon vino. Questa distanza irreale permette tutto, e non spiega nulla. Soprattutto non dà ragione dell’essenza di una persona: invece di costituire una modalità conoscitiva dell’altro da aggiungere a quelle già note, si limita a sostituirle azzerando ogni dialogo per lasciar spazio a monologhi shakespearianamente pieni di furia e di rumore — “il vaso vuoto è quello che rende il suono più ampio”.

Ma Carolina aveva soltanto 14 anni. I suoi assoluti non si erano ancora relativizzati, e quelle nubi di passaggio devono esserle sembrate un uragano devastante: per non esserne spazzata via, ha scelto di fuggire come poteva. Una finestra aperta, un  salto — e Carolina avrà sempre 14 anni. Niente potrà più sporcarla.

4 Comments on Carolina, morta di virtuale

  1. Cara Rita,
    grazie del tuo commento, appassionato e sincero come tutte le cose che scrivi.
    Molto vero quello che dici sull’occhio onnisciente e onnipresente di Dio: laicamente, Jean-Paul Sartre aveva sviluppato interessanti considerazioni sulla tematica dello sguardo.
    Un abbraccio anche a te e alla banda ;-)

  2. Che dire cara Alessandra? Toccante, nella sua tragica constatazione, questo tuo pezzo. Toccante e tragico, come la morte di Carolina.
    Certamente anche nella vita reale spesso è difficile farsi conoscere realmente per ciò che si è (o si aspira ad essere) perché anche lì contano i “come appari, cosa si dice di te ecc.” (i vari uno, nessuno e centomila pirandelliani insomma), ma esiste almeno sempre la veridicità del contatto reale con l’altro che rende possibile, se non proprio la conoscenza totale del suo sé, almeno la sua intuizione, la verità dei suoi sentimenti. Ciò che secondo me è davvero tragico dei social network è l’assoluta leggerezza con cui, con un sol colpo di clic, si cancellano persone, come fossero appunto semplici bit, dimenticando che invece lì dietro ci sono aspirazioni, sogni, attese e, come ovunque, il desiderio di riconoscimento perché, se non si esiste per gli altri, non si esiste per niente (sarà per questo che abbiamo inventato l’occhio onniscente di Dio che sempre ci osserva?).
    Un abbraccio.

  3. Bentornato, Matteo, e grazie :-)
    Personalmente, mi auguro che i “sociaholic” (ci può stare come neologismo?) esauriscano presto la dipendenza e, nauseati, scelgano la via della disintossicazione. Come sempre, lo strumento è un mezzo: l’importante è non farne un fine. Ma non bisogna dimenticare neanche la lezione di McLuhan: “il mezzo E’ il messasggio”.
    A presto
    a.c.

  4. Non posso non farti i complimenti per questa pagina di diario, ho sempre privilegiato i rapporti interpersonali, ma, complice la lontananza una sorta di addiction da social network e’ sempre piu’ invadente.
    Proprio un mese fa tornando in Italia mi sono accorto della devstazione e dell’alienzaione che i rapporti virtuali creano. l’articolo calza a pennello.
    Matteo M.

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