21 febbraio 1965: l’assassinio di Malcolm X

Il testo che segue è apparso nel 2005 sul mensile “Orion” (n. 245/febbraio 2005) per il quarantennale dell’assassinio di Malcolm X. Ora, da quell’evento tristissimo di anni ne sono passati 48: ma le cose che dicevo allora nel breve cappello introduttivo mi sembrano ancora valide e, soprattutto, le riscriverei tali e quali senza cambiare una virgola. Le dedicai allora a certi lettori di quella rivista; le dedico adesso a molti altri che non leggono ma eleggono.

In morte di Malcolm X

Sono passati quarant’anni dalla morte di Malcolm X. Quarant’anni dall’assassinio di un uomo che fu e resta il simbolo delle rivendicazioni avanzate dai neri americani contro l’oppressione statunitense. Non è il caso di aggiungere altro: la sua biografia e il suo pensiero li trovate in rete — se vi interessa sapere o ricordare qualcosa di quest’uomo, preparatevi spiritualmente e non fate le vittime: perché se ancora pensate che si debba avere la pelle bianca per avere anche il diritto di parlare di libertà e dignità, siete fuori strada di brutto. È chiaro che Malcolm X dice cose che possono suonare assai sgradevoli alle orecchie delicate e cloroformizzate di tanti onesti euroccidentalisti: pertanto, se in voi la curiosità è più forte dell’abitudine passatevi una mano sulla coscienza, non dite che non ve l’avevo detto e leggetevi qualche brano scelto (da me…) dell’appassionato discorso che Malcolm X tenne il 3 aprile 1964 nella Cory Methodist Church di Cleveland — e fateci sopra un pensierino, ché male non fa. Auguri tanti.


La scheda o il fucile

«[…] No, io non sono americano. Sono uno dei ventidue milioni di uomini dalla pelle nera che sono vittime dell’americanismo, uno dei ventidue milioni di vittime della democrazia che non è altro che un’ipocrisia travestita. Non vengo qui a parlarvi da americano, da patriota, non sono uno che saluta la bandiera o che la tira fuori ad ogni occasione, no! Io vi parlo da vittima del sistema americano; vedo l’America con gli occhi della vittima e non riesco a vedere nessun sogno americano. Quello che vedo è un incubo americano. […] la scelta è oggi tra la scheda e il fucile. La scheda o il fucile, vi ripeto. Se avete paura di servirvi di questa espressione, ebbene tornatevene in campagna, nel campo di cotone, oppure in qualche vicolo buio dei bassifondi. […] è proprio il governo, il governo degli Stati Uniti, il responsabile dell’oppressione, dello sfruttamento e della degradazione del popolo nero in questo paese. […] c’è un nuovo modo di affrontare i problemi che si sta facendo strada, un nuovo modo di pensare e una nuova strategia. Questo mese saranno le bottiglie Molotov, il prossimo le bombe a mano e il prossimo ancora qualche altra cosa. Ci saranno o le schede o i fucili, o la libertà o la morte. L’unica differenza, però, tra questa e l’altra morte è che sarà reciproca. […] normalmente non ho a che fare con gente importante, ma solo con persone comuni. Credo che si possano mettere insieme tante di queste persone comuni e spazzar via tanti di quei personaggi importanti. Quelli non hanno nulla da perdere e nulla da guadagnare e te lo dicono subito che per ballare il tango bisogna essere in due e quando si muove l’uno anche l’altro è costretto a muoversi. […] È giusto cercare di assicurarsi diritti civili se essi significano uguaglianza di opportunità perché noi non cerchiamo di fare altro che riscuotere gli interessi dei nostri investimenti. I nostri padri e le nostre madri hanno investito in questo paese il loro sudore e il loro sangue […] Questo è il nostro investimento, il nostro contributo, il nostro sangue perché non soltanto noi abbiamo dato loro gratuitamente la nostra fatica, ma anche il nostro sangue. Tutte le volte che l’uomo bianco chiamava il paese alla guerra, noi siamo stati i primi a indossare l’uniforme e a morire su tutti i campi di battaglia. Il nostro sacrificio è stato più grande di quelli compiuti da chi oggi gode di una posizione di privilegio in America. Il nostro contributo è stato più grande ma in cambio abbiamo ricevuto meno di tutti. […] Cercate di capire che quando volete ottenere ciò che vi appartiene, chiunque vi privi di tale diritto è un criminale. Quando volete ottenere ciò che è vostro, siete nel pieno diritto di esigerlo e chiunque cerca di privarvene infrange la legge ed è un criminale. Questo principio fu indicato chiaramente nella sentenza della Corte Suprema che dichiarava illegale la segregazione. Ciò vuol dire che si tratta di un comportamento contrario alla legge, che il segregazionista viola la legge e quindi è un criminale. Non c’è altro modo per definirlo e quando voi dimostrate contro la segregazione, siete dalla parte della legge e la Corte Suprema è con voi. Ora, chi è che si oppone a voi quando volete far applicare la legge? La polizia, con i suoi cani e i suoi manganelli. Quando voi dimostrate contro la segregazione, sia che si tratti delle scuole, delle zone residenziali o di qualsiasi altra cosa, avete la legge dalla vostra parte e coloro che vi si oppongono non la rappresentano più, ma anzi la violano e quindi non sono più suoi rappresentanti. […] Se non sarete capaci di agire con fermezza, i vostri figli cresceranno «vergognandosi» di voi: se non assumete un atteggiamento deciso. Con ciò non voglio dire che dovete essere violenti, ma al tempo stesso che non dovete mai essere non violenti a meno che non incontriate chi si comporta pacificamente. Io sono non violento con quelli che lo sono con me, ma quando qualcuno usa la violenza nei miei confronti, allora è come se impazzissi e non sono più responsabile delle mie azioni. […] Quando sapete di non infrangere la legge, di battervi per i vostri diritti legali e morali, secondo giustizia, allora sappiate morire per quello in cui credete. Ma non morite soli, fate che la vostra morte sia reciproca. Questo è quello che s’intende per uguaglianza. Occhio per occhio, dente per dente. […] Il mondo deve sapere che le mani di questa società grondano sangue. Il mondo deve sapere quanto è grande la sua ipocrisia. La scelta sia dunque tra la scheda e il fucile. L’America sappia dunque che l’unica alternativa è quella fra la scheda e il fucile.»

(La versione originale di questo scritto è apparsa su “Orion” n. 245/febbraio 2005 – © Alessandra Colla)

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