Ecofemminismo: così è, se vi pare. E un ricordo di Marti Kheel

Il testo che segue si basa su parte di uno scritto più ampio destinato (sembrerebbe) alla pubblicazione — se così non fosse,
lo riporterò per intero in questa sede. Ho tolto parecchio dal testo originale, e  ho aggiunto qualcosa,
segnatamente il brano di Marti Kheel in chiusura.

“Ecofemminismo”, in Italia, è una parola che piace poco. Eppure, è soltanto una parola nuova per una cosa antica.

Per tutta una serie di motivi sociali e culturali, per lunghi secoli la frattura tra mondo delle donne e mondo naturale si è approfondita, relegando in un dimenticatoio sempre più lontano e difficile da raggiungere il prezioso patrimonio del sapere femminile. Ma è chiaro che, sia pure tardi e con qualche difficoltà, la natura e i temi ad essa connessi non avrebbero potuto sottrarsi ancora per molto all’analisi critica del movimento femminista.

Il quale, è innegabile, arriva decisamente tardi alla riflessione ecologica; ma quando ciò accade la sua attenzione si focalizza direttamente sulla questione dei diritti animali e dell’antispecismo: non c’è da stupirsi, e per almeno due buoni motivi.

Il primo è l’acquisizione di quello che non è più soltanto un’intuizione o un concetto, bensì un dato di fatto: la costruzione sociale e l’oppressione/marginalizzazione della donna sono strettamente — di più: inestricabilmente — connessi al modo in cui la civiltà occidentale considera le altre specie e ne abusa.

Il secondo è la consapevolezza (faticosamente raggiunta) che la lotta per i diritti degli animali, lungi dal sottrarre vigore ed energie a quella per i diritti delle donne, al contrario la rafforza e le conferisce un più ampio respiro, contribuendo a caratterizzare correttamente la struttura sociale occidentale come androcentrica e non più soltanto come antropocentrica — incentrata sul maschile e non più genericamente sull’umano.

Dalla fusione di queste due istanze nasce il movimento di pensiero noto (oltralpe e oltreoceano molto più che in Italia) come ecofemminismo.

Quando si parla di ecofemminismo, la mente degli addetti ai lavori corre all’americana Carol Adams — esponente di spicco del movimento e considerata generalmente l’ideatrice della parola stessa. In realtà (e senza voler nulla togliere al contributo fondamentale di Adams in questo campo) “ecofemminismo” — «un nuovo termine per una saggezza antica»[1] — risale al 1974, quando compare per la prima volta nel libro Le féminisme ou la mort di Françoise d’Eaubonne[2], che lo postula come un “nuovo umanesimo”.

Tre anni più tardi d’Eaubonne, sulla scorta di una cospicua quantità di prove  antropologiche e storiche e nel solco delle ricerche effettuate da Marija Gimbutas, sosterrà l’ingresso del patriarcato nella storia sociale dell’umanità a partire dall’ultima fase del Paleolitico (17.000-10.000 anni prima della nostra èra): il Neolitico porta con sé quello che possiamo definire un pre-patriarcato, identificabile nel cambiamento di sesso — da femminile a maschile — del Serpente divino, simbolo di fertilità e sapienza presso numerose culture ma destinato a mutare di segno nelle civiltà dominate dalle religioni monoteiste.

Per quanto mi riguarda, e sulla base di quello che sono venuta studiando negli ultimi lustri, credo che in buona sostanza “ecofemminismo” indichi soprattutto “il modo in cui la donna guarda la natura”.

Ma, come accade spesso, per comodità di linguaggio si tende ad attribuire a un termine una quantità di sfumature e di significati che, in realtà, finiscono con lo svuotare il termine stesso della sua effettiva pregnanza, contribuendo ad innescare una serie di equivoci semantici che giovano ben poco alla comprensione della materia espressa da quel termine. Neanche ecofemminismo sembra sfuggire a questa regola.

Di fatto, l’ecofemminismo si configura come una sorta di mosaico multidisciplinare, le cui differenti prospettive puntano a evidenziare le interconnessioni esistenti tra le varie forme di rapporti gerarchizzati e gerarchizzanti all’interno della struttura sociale patriarcale; naturalmente, al centro della riflessione ecofemminista stanno le relazioni che interessano allo stesso titolo la condizione della donna e quella della natura.

Lungi dall’essere una teoria definita dai contorni precisi, l’ecofemminismo si presenta piuttosto come un sistema aperto — utilizzando un’espressione “in tema”, per così dire. Proprio per questo, e per la bipolarità stessa del termine (che ingloba l’ambito femminista unitamente all’ambito ecologista), l’ecofemminismo è riuscito ad attirarsi critiche da entrambi i fronti. L’elencazione dei molti rivoli concettuali e semantici in cui si è ramificato il termine originario, così come un’analisi dettagliata degli stessi, richiederebbe una trattazione a parte: qui mi limiterò a delineare per sommi capi le correnti principali dell’ecofemminismo.

Abbiamo visto la genesi del termine in Françoise d’Eaubonne; ma, nonostante le origini tutte francesi, il termine conosce assai rapidamente una grande diffusione e al contempo un grande successo (destinato a durare) negli Stati Uniti: nel marzo 1980 la cittadina di Amherst (Massachusetts) ospita la prima conferenza ecofemminista, Women and Life on Earth: a Conference on Ecofeminism in the Eighties, incentrata sull’analisi dei nessi tra femminismo, ecologia e militarismo. Dunque la prima dimensione dell’ecofemminismo è sicuramente critica e articolata su due piani: quello della denuncia dei rapporti di dominio/subordinazione aventi per oggetto la donna, e quello della decodificazione dei meccanismi socio-culturali che regolano questi rapporti.

Anche per questo motivo, l’ecofemminismo può essere visto come un perfetto esempio di work in progress, e in nessun caso come una cristallizzazione teorica: ciò che lo rende da un lato vulnerabile, ma dall’altro estremamente plastico e suscettibile di affinamenti e puntualizzazioni di grande significato.

Così, Karen J. Warren[3] (una delle pensatrici più rappresentative del movimento) ricorre alla suggestiva metafora della quilt-theory[4] (“teoria della trapunta”) per chiarire come l’ecofemminismo sia una sorta di lavoro collettivo in cui ogni membro del “gruppo” apporta il proprio fattivo contributo cognitivo ed esperienziale che, inserito in un insieme più vasto di analoghi contributi, concorrerà a dare una forma compiuta all’impegno di tutti i partecipanti, oltre le differenze e i limiti di tempo, spazio e cultura. In quest’ottica è possibile attingere a molteplici fonti epistemologiche — narrativa e arti figurative, psicologia, sociologia, economia, politica etc. — per individuare le forme assunte dalla struttura patriarcale del potere. È chiaro che qui Warren ha in vista l’ecologia sociale di Murray Bookchin — la critica (e dunque l’analisi) della frattura venutasi a creare tra uomo e natura[5].

Altre ecofemministe, come per esempio Val Plumwood, appuntano invece la loro critica sul concetto di antropocentrismo, definito fuorviante[6]: a loro avviso gli ecologisti che invitano a un ripensamento della natura in chiave non più antropocentrica bensì ecocentrica o biocentrica eludono il punto focale della questione — è stato il sistema di pensiero maschile, e non certamente quello femminile, a elaborare un rapporto con la natura in una prospettiva di dominio e di sfruttamento, replicando il rapporto distorto con l’altro sesso. Dunque non è l’antropocentrismo che bisogna combattere, bensì l’androcentrismo.

Per Maria Mies e Vandana Shiva, invece, l’urgenza di un ripensamento radicale del ruolo della donna riposa sull’acquisizione di un dato di fatto essenziale: scienza e tecnologia non sono neutre, ma significativamente di genere. Nel solco degli studi intrapresi da Carolyn Merchant[7], Mies e Shiva vedono l’applicazione di un medesimo modello di sfruttamento/oppressione nei confronti sia della natura che della donna, a partire dall’avvento della scienza moderna nel XVI secolo fino ai giorni nostri. Così, se il risultato conclusivo del sistema globale si traduce in una minaccia generalizzata contro la vita sul pianeta, ad essere in pericolo non è soltanto la natura ma la specificità femminile in quanto tale: pertanto diviene imperativo lo sforzo congiunto per la sopravvivenza di entrambe[8].

In questa prospettiva, e di pari passo con l’emergere dei problemi relativi al raggiungimento e al mantenimento di uno sviluppo sostenibile[9] (obiettivo delle varie conferenze sull’ambiente degli ultimi vent’anni: Rio de Janeiro 1992, Johannesburg 2002 e di nuovo Rio de Janeiro 2012), si muove Rosi Braidotti, che vede nell’ecofemminismo una possibile risposta alla crisi ambientale che incombe sul pianeta[10].

Un posto a parte merita (a mio avviso) Marti Kheel, autrice nel 1993 di un testo notevole — From Heroic to Holistic Ethics: The Ecofeminist Challenge[11], nel quale individua due sistemi etici differenti sottesi alle due opposte visioni del mondo, quella patriarcale e quella femminista: nella prima, che Kheel definisce “eroica”, il soggetto guarda ma non vede, agisce ma non sente, pensa ma non conosce, e si muove in un mondo frammentato e conflittuale; nella seconda, definita “olistica”, il soggetto vede il conflitto ma lo percepisce come una rottura dell’insieme, e tenta di scoprire come si è giunti a quella rottura e come la si possa comporre. In altre parole, la chiave di lettura del mondo eroico è “combattere”, quella del mondo olistico è “comprendere”. Sta proprio qui, dice Kheel, la grande sfida dell’ecofemminismo: riuscire a lasciarsi alle spalle l’epoca del conflitto per ri-costruire l’epoca dell’intero, in cui tutte le facce del reale si equilibrano per dar vita a un tutto armonico.

Come si vede, quali che siano le sfumature e le prospettive di queste diverse declinazioni dell’ecofemminismo il messaggio conclusivo è uno solo, ed è il medesimo: se si vuole salvare il vivente, bisogna salvare la donna — e viceversa.

Nel momento in cui scrivo queste righe, sta facendo il giro del mondo uno studio del biologo americano Anthony Barnosky, che definire allarmante è poco[12]. Secondo Barnosky, è ormai noto e dimostrato che i sistemi ecologici locali passano improvvisamente e irreversibilmente da uno stato a un altro quando vengono spinti da fattori esterni oltre la soglia di criticità; oggi, purtroppo, abbiamo l’evidenza assoluta del fatto che l’ecosistema dell’intero pianeta è sul punto di reagire nello stesso modo, dal momento che si sta avvicinando a un punto critico di transizione a causa dell’influenza dell’uomo. È necessario andare alla radice delle cause di questo stravolgimento biologico, ed è certo che la causa primaria sia il comportamento dell’uomo; ma può bastare? Può fermare la caduta?

Se è necessario ricongiungersi allo spazio arcaico, alle origini della produzione simbolica dell’umano, occorre anche essere capaci di porsi delle domande radicali. Chiedersi, ad esempio, come abbiamo fatto socialmente a sviluppare una civiltà che rinuncia al linguaggio creativo di metà di essa, che sopprime addirittura la vita della sua parte generativa. […] Questa scissione operata dal maschile nei confronti del femminile nell’organizzazione sociale porta il segno di una patologia sociale […] Valori culturali vengono cioè assunti come verità in grado di dominare e assoggettare uomini e donne ponendosi come ragioni meta-fisiche che trascendono l’umano […] Forse va riconsiderata l’idea della dea-madre che costituì l’immaginario umano della civiltà neolitica [..] o rilanciato nel futuro il modello “gilanico” o della partnership collaborativa tra uomini e donne nella vita privata e pubblica […].[13]

Tutto quello che sappiamo è che il ventaglio delle possibilità fra cui scegliere si è ridotto vertiginosamente, e forse soltanto uno sguardo ci potrà salvare. Uno sguardo diverso, s’è detto; uno sguardo che veda, e che vedendo sappia — sappia recuperare la perduta modalità relazionale che chiamiamo rispetto.

Come suggeriva Marti Kheel, etimologicamente rispettare non significa altro che “guardare di nuovo”[14], “guardare ancora” e reiterando lo sguardo cogliere, di ciò che si vede, quello che prima ci era sfuggito. Così, forse non c’è bisogno di amare l’altro-da-sé per salvarlo: forse può bastare rispettarlo, guardarlo di nuovo e ancora per coglierne somiglianze e differenze con noi che guardiamo, e nel fare questo lasciargli la semplice libertà di esistere, così com’è e per quello che è.

Ma Kheel si affidava all’etimologia anche per cogliere il senso profondo di un’altra parola — responsabilità: che propriamente indica la capacità di dare una risposta[15]. E la prima esperienza che il neonato fa è la risposta della madre al suo pianto. Dobbiamo pensare allora che la risposta sia l’espressione femminile per eccellenza? È possibile. Sicuramente, è femminile (sia per gli umani che per i non-umani) accorrere al richiamo, soccorrere chi è in difficoltà, blandire il dolore.

In questa accezione, non è peregrino pensare che sia l’ecofemminismo, ovvero il femminismo giunto a maturazione, la risposta adeguata al disagio del vivente e del pianeta in questo secolo che sta correndo — se Barnosky ha ragione — verso la propria rovina con l’incoscienza dell’eroe che corre verso il nemico. Se imparassimo a guardare il tutto nella sua interezza, coglieremmo tutto quello che ci è sfuggito prima, e nel farlo ci sembrerebbe di scorgere un mondo nuovo. Poi, andremmo avanti.

Intanto, però, in questa giornata voglio dedicare un pensiero speciale proprio a Marti Kheel, scomparsa prematuramente nel novembre 2011. E lo faccio riportando un brano dal suo ultimo libro, Nature Ethics: An Ecofeminist Perspective (2008) — tutte e tutti noi, credo, vorremmo poter raccontare le stesse cose, un giorno non troppo lontano.

Mi piace immaginare che fra molti, moltissimi anni, me ne starò seduta accanto al fuoco con la nipotina di mia sorella. Lei si girerà verso di me e mi chiederà una storia di cose successe tanto tempo fa, in un passato lontano. Io la guarderò, e comincerò a parlare:

«Tanto, tanto tempo fa» le dirò «è esistito un periodo che adesso chiamiamo l’Età del Tradimento. In questo periodo, gli uomini avevano paura della natura e si rivoltarono contro le antiche società matriarcali che vivevano in armonia col mondo naturale come facciamo noi ora. In quel tempo accaddero molte cose terribili, che per te ora sarebbe difficile capire. Le donne venivano violentate e la terra avvelenata e la guerra era diventata roba da tutti i giorni.

«Gli animali venivano torturati dovunque. Venivano intrappolati e scuoiati così la gente poteva indossare le loro pellicce. Venivano ridotti in schiavitù e tenuti in grandi gabbie — zoo, laboratori e allevamenti. La gente mangiava la carne degli animali ed era sempre ammalata. I ricercatori dicevano alla gente che se “sacrificavano” gli animali nei laboratori lo facevano per poter curare le malattie. La gente non credeva più nel proprio potere di guarire se stessi, e così credeva a quello che gli veniva detto.

«Gli uomini avevano dimenticato che una volta avevano venerato gli stessi animali che ora oltraggiavano. Invece adoravano un Dio che aveva detto loro che occupavano un posto speciale nella Creazione, al di sopra degli altri animali sulla terra. Trovavano un grande conforto in questa credenza. E così continuavano a comportarsi crudelmente e senza cuore.»

A questo punto della mia fantasia, immagino che la mia nipotina si girerà verso di me e mi guarderà con aria incredula.

«Veramente mangiavano gli animali?», mi chiederà.

«Sì», le risponderò gentilmente, «e hanno fatto molto, molto peggio. Ma adesso tutto questo è storia. Come un terribile incubo. Adesso, finalmente, possiamo vivere in pace e armonia con tutte le creature della terra. L’Età del Tradimento è finita».

© Alessandra Colla 2012-2013


[1] Irene Diamond & Gloria Feman Orenstein, Reweaving the World: The emergence of Ecofeminism, Sierra Club Books, San Francisco 1990, p. XV.

[2] Ma secondo alcuni i princìpi-guida dell’ecofemminismo si ritroverebbero già in un celebre testo di Rachel Carson ormai considerato a buon diritto un classico dell’ecologia: Silent Spring (tr. it. Primavera silenziosa), del 1962. Tutto il libro è pervaso dalla convinzione che la natura nei suoi vari aspetti sia un tutto organico, in cui ogni vivente è connesso a tutti gli altri in una rete sottile e incredibilmente complessa di relazioni, la cui tutela e, per contro, la cui compromissione ricadono interamente sotto la responsabilità dell’essere umano: «La storia della vita sulla Terra è la storia dell’interazione tra gli esseri viventi e la natura circostante. L’ambiente esterno ha avuto una grande importanza nel plasmare la morfologia e il comportamento del regno vegetale ed animale. Al contrario, da quando la Terra esiste, gli esseri viventi hanno modificato l’ambiente in misura trascurabile; soltanto durante il breve periodo che decorre dall’inizio di questo secolo ai giorni nostri, una sola “specie” — l’uomo — ha acquisito una notevole capacità di mutare la natura del proprio mondo. Nel corso degli ultimi 25 anni questo potere non solo è diventato tanto grande da costituire un pericolo, ma ha assunto anche un aspetto completamente nuovo. […] “L’uomo”, come ha detto Albert Schweitzer, “riesce raramente a ravvisare gli aspetti diabolici delle proprie creazioni”» (R. Carson, Primavera silenziosa, Feltrinelli 1966, pp. 26-27).

[3] Cfr. Karen Warren, Ecological Feminism, Rutledge, London 1994.

[4] Il quilt è un tipo particolare di trapunta, nato nell’America della conquista sette-ottocentesca. Il quilt si compone di uno strato superiore realizzato con pezzi diversi di stoffa (patchwork, che significa letteralmente “lavoro con le pezze”), un’imbottitura e uno strato inferiore liscio. Le tre parti vengono poi assemblate insieme per mezzo di una fettuccia (sbieco) che corre su tutti e quattro i lati del lavoro; infine si rifinisce e decora il tutto con numerose impunture a vista. La confezione di ogni quilt in uso nella comunità vedeva la partecipazione di tutte le donne, che concorrevano alla produzione dell’oggetto in un flusso scambievole di tecniche, informazioni e creatività personale, rendendo così la fabbricazione del quilt un momento importante di interazione articolata nelle due fasi di apprendimento e trasmissione di un sapere.

[5] Cfr. Murray Bookchin, L’ecologia della libertà, Elèuthera, Milano 1986.

[6] Val Plumwood, «Androcentrism and Anthropocentrism», in:  Ecofeminism: Women, Culture, Nature (dir. Karen J. Warren), Indiana University Press,  Bloomington et Indianapolis 1997, pp. 327-355.

[7] V. supra.

[8] Maria Mies & Vandana Shiva, Ecoféminisme, Editions l’Harmattan, 1998.

[9] Il concetto di sviluppo sostenibile risale al 1987 e si deve proprio a una donna — Gro Harlem Brundtland, presidente della Commissione Mondiale sull’Ambiente e lo Sviluppo (WCED) per quell’anno, e coordinatrice del rapporto Our Common Future — Il futuro di tutti noi (noto anche come rapporto Brundtland), nel quale si dava la seguente definizione: «lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri bisogni».

[10] Rosi Braidotti et al. (Ewa Charkiewicz, Sabine Hausler, Saskia Wieringa), Women, the Environment and Sustainable Development. Towards a Theoretical Synthesis,  Zed Books,  London 1994.

[11] Marti Kheel, From Heroic to Holistic Ethics: The Ecofeminist Challenge, in: Greta Gaard (Ed.), Ecofeminism: Women, Animals, Nature, Temple University Press, Philadelphia 1993, pp. 243-271.

[12] Anthony Barnosky, Approaching a state shift in Earth’s biosphere, “Nature” 486 (07 June 2012) , pp. 52-58.

[13] Carla Weber, Crisi della pensabilità della polis, www.polemos.it/paper/crisi.doc, 24 febbraio 2006.

[14] Marti Kheel, art. cit.

[15] Ibidem.

1 Comment on Ecofemminismo: così è, se vi pare. E un ricordo di Marti Kheel

  1. Grazie Alessandra per questo bell’articolo, l’ho letto veramente con interesse e spero di leggere il prosieguo in una prossima pubblicazione.
    Mi è venuto in mente il romanzo di Ballard dal titolo Il paradiso del diavolo, dove però il tentativo di ripristinare una società ecologista matriarcale ha un esito disastroso (ho scritto la recensione nel primo numero di Animal Studies).
    Io mi auguro vivamente che invece si possa avverare ciò che ha immaginato Marti Kheel. Il dominio è maschile, su questo c’è poco da dire, così come appartiene solo alla specie umana.
    Un abbraccio.

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