Riflessioni pasquali: un dio pastore

“Tu, pastore d’Israele” 

L’identificazione di Dio e del suo popolo con il pastore e il suo gregge pervade tutto l’Antico Testamento, ispirando il Salmista:

1 Salmo. Di Davide.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
2
su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce.
(Salmi
22,1-2)

2 Tu, pastore d’Israele, ascolta, tu che guidi Giuseppe come un gregge. Assiso sui cherubini rifulgi
3
davanti a Efraim, Beniamino e Manasse. Risveglia la tua potenza e vieni in nostro soccorso.
(Salmi
79,2-3)

E, anche se nel corso dei secoli ha vinto l’interpretazione metaforica del binomio pastore/gregge, non bisogna dimenticare che storicamente (cioè intorno alla metà del II millennio a.C.) il popolo ebraico nasce come popolo nomade dedito alla pastorizia.

Ora — al di là dei manierismi arcadizzanti che in varia misura hanno condizionato e ancora condizionano l’immaginario collettivo in relazione alle meraviglie perdute della civiltà contadina — se c’è un mestiere che concentra in sé il potere terribile e arbitrario di dare la vita e al contempo la morte, questo è proprio la pastorizia. A nessuno, come al pastore, si attaglia la descrizione di colui che con una mano dà e con l’altra prende[1]: il pastore che oggi affronta il lupo per salvare l’agnello, domani sgozzerà la bestiola con le sue stesse mani; il pastore che passa la notte assistendo la vacca che deve sgravarsi, fa già il conto di quanto ricaverà dalla vendita o dalla macellazione dei vitelli.

In un mondo siffatto, c’è forse da stupirsi se la divinità — che l’ingenuità originaria si raffigura come un essere di sembianze simili a quelle umane, ma dotato in massimo grado delle qualità umane e totalmente scevro dagli umani difetti — assume i caratteri di un pastore onnipotente? Un pastore che tutto sa e tutto può; un pastore che non guida animali, ma uomini; un pastore che garantisce al suo gregge un ovile (la Terra Promessa) e la sicurezza dagli attacchi dei nemici, pretendendone in cambio la cieca sottomissione del bestiame destinato al macello? Naturalmente, poiché quello umano è un bestiame che riflette e progetta, per convincerlo ad accettare quel macello inevitabile e imprevedibile (poiché dipende dall’arbitrio del pastore) con serenità o almeno con non troppe ambasce occorre ingannarlo “per il suo bene”: e incantarlo con gli imperscrutabili disegni di Dio o con la promessa di una vita — quella vera!  — dopo la morte.

In questa prospettiva prossima alla zootecnia, anche la lunga marcia di Mosè assume le caratteristiche di una particolarissima transumanza dal sigillo divino: il gregge umano, retto dalla verga del pastore nominato da Dio, lascia gli stazzi egizi e va verso il mare, oltre il quale si stendono i pascoli della terra promessa:

[5] La parola del Signore è contro di te, Canaan, paese dei Filistei: «Io ti distruggerò privandoti di ogni abitante.
6 Diverrai pascoli di pastori e recinti di greggi».
(Sofonia 2,5-6)

Esiste davvero, dunque, più che una somiglianza una vera analogia fra il Dio-pastore e gli uomini-pastori dell’Antico Testamento. Come i pastori umani usano festeggiare gli eventi lieti con banchetti a base di bestiame macellato, così anche il pastore divino ama la carne e il sangue; e al riguardo emana precise disposizioni — per esempio questa:

26 Il Signore aggiunse a Mosè: 27 «Quando nascerà un vitello o un agnello o un capretto, starà sette giorni sotto la madre; dall’ottavo giorno in poi, sarà gradito come vittima da consumare con il fuoco per il Signore. 28 Non scannerete vacca o pecora lo stesso giorno con il suo piccolo. […] Io sono il Signore.

31 Osserverete dunque i miei comandi e li metterete in pratica. Io sono il Signore.

(Levitico 22,26-31)

Per la verità, l’Antico Testamento rigurgita di animali ammazzati nei modi più diversi ed è prodigo di esortazioni in tal senso — non mancano neppure espliciti inviti a riservare lo stesso tipo di trattamento ad alcune categorie umane, come questo:

2 «Così dice il Signore degli eserciti: […] 3 Va’ dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene, non lasciarti prendere da compassione per lui, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini». […] 7 Saul colpì Amalek […]. 8 Egli prese vivo Agag, re di Amalek, e passò a fil di spada tutto il popolo. 9 Ma Saul e il popolo risparmiarono Agag e il meglio del bestiame minuto e grosso, gli animali grassi e gli agnelli, cioè tutto il meglio, e non vollero sterminarli; invece votarono allo sterminio tutto il bestiame scadente e patito.

(1 Samuele 15,2-9)

Senza entrare nel merito etico o ideologico di quest’ultima creativa applicazione del concetto di sacrificio gradito a Dio, vale invece la pena di sottolineare il senso pratico di questo popolo di pastori, che neanche il furor guerresco riesce a offuscare: risparmiarono il meglio del bestiame minuto e grosso, gli animali grassi e gli agnelli, cioè tutto il meglio, e non vollero sterminarli; invece votarono allo sterminio tutto il bestiame scadente e patito”[2]. È il trionfo del pragmatismo più spicciolo — quello che, semplicemente, reifica tutto ciò che è altro-da-sé per consentire al soggetto di considerare e quindi sfruttare tutto (persone, animali e cose) come mezzo per i suoi fini. È il trionfo del padrone sulle sue proprietà — paradossalmente, il trionfo del nichilismo stile Ottocento: «Non già quell’albero, bensì la mia forza di disporre d’esso come mi pare e piace, costituisce la mia proprietà. Come s’esprime ora questa forza? Dicendo: io ho diritto a quest’albero, oppure, esso è mia proprietà legittima. […] Io non debbo alla natura, come tale, alcun rispetto: verso di lei mi si concede ogni diritto»[3]. Il trionfo del capitalismo, potremmo dire: il trionfo della modernità.

[…]

Il buon pastore

 

La figura del pastore ritorna anche nel Nuovo Testamento, e segnatamente nei Vangeli: nei quali, in particolare,  Gesù viene identificato col “buon pastore”, cioè il pastore che fa bene il suo mestiere — quello che “offre la vita per le pecore” (Giovanni 10,11); che “conosce le sue pecore come le pecore conoscono lui” (Giovanni 10,14); che deve condurre “altre pecore che non sono di quest’ovile”, ma che ascolteranno la sua voce e “diventeranno un solo gregge e un solo pastore” (Giovanni 10,16). Soprattutto, nella Lettera agli Ebrei è Paolo di Tarso che definisce Gesù «il Pastore grande delle pecore, in virtù del sangue di un’alleanza eterna» (Ebrei 13,20).

Ma, nell’altra accezione del termine, è davvero buono, questo pastore? O piuttosto, grattando via la vernice dell’apparenza, non affiora la sostanza violenta del Cristo e del suo messaggio?

Così si esprime Francesco Saba Sardi:

«Di che cosa è portatore il dio ipostatizzatosi una tantum […] nel figlio del falegname e della Vergine, il rampollo del cielo? Egli è il veicolo del Verbo, imposizione di un ordine razionale (Salvezza) al caos (male, peccato, paganesimo); e insieme, è ambasciatore di violenza (definitiva condanna del reprobo, cioè del miscredente, del criminale nemico dello stato — del potere — ovvero della comunità celeste). È un persecutore.»[4]

Soprattutto, Gesù è implacabile — e sincero. È quello che dice «chi non è con me è contro di me» (Matteo 12,30); e che ammonisce «Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada. Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera:  e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa» (Matteo 12,34-36).

Coerentemente con le premesse veterotestamentarie, Gesù ribadisce la sua continuità con esse:

36 […] le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. 37 E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. […] 39 Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. […] 46 Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto».

(Giovanni 5,36-46)

E persegue i suoi fini con ogni mezzo, nel solco dell’antica tradizione, come dimostrano un paio di episodi solitamente trascurati — almeno per quanto ne riguarda il senso e (di nuovo) il messaggio: si tratta della liberazione degli indemoniati e della maledizione del fico.

Il primo episodio ricorre in due versioni che differiscono di poco:

28 Giunto all’altra riva, nel paese dei Gadarèni, due indemoniati, uscendo dai sepolcri, gli vennero incontro; erano tanto furiosi che nessuno poteva più passare per quella strada. 29 Cominciarono a gridare: «Che cosa abbiamo noi in comune con te, Figlio di Dio? Sei venuto qui prima del tempo a tormentarci?».

30 A qualche distanza da loro c’era una numerosa mandria di porci a pascolare; 31 e i demòni presero a scongiurarlo dicendo: «Se ci scacci, mandaci in quella mandria». 32 Egli disse loro: «Andate!». Ed essi, usciti dai corpi degli uomini, entrarono in quelli dei porci: ed ecco tutta la mandria si precipitò dal dirupo nel mare e perì nei flutti. 33 I mandriani allora fuggirono ed entrati in città raccontarono ogni cosa e il fatto degli indemoniati. 34 Tutta la città allora uscì incontro a Gesù e, vistolo, lo pregarono che si allontanasse dal loro territorio.

(Matteo 8,28-34)

 

1 Intanto giunsero all’altra riva del mare, nella regione dei Gerasèni. 2 Come scese dalla barca, gli venne incontro dai sepolcri un uomo posseduto da uno spirito immondo. 3 Egli aveva la sua dimora nei sepolcri e nessuno più riusciva a tenerlo legato neanche con catene, 4 perché più volte era stato legato con ceppi e catene, ma aveva sempre spezzato le catene e infranto i ceppi, e nessuno più riusciva a domarlo. 5 Continuamente, notte e giorno, tra i sepolcri e sui monti, gridava e si percuoteva con pietre. 6 Visto Gesù da lontano, accorse, gli si gettò ai piedi, 7 e urlando a gran voce disse: «Che hai tu in comune con me, Gesù, Figlio del Dio altissimo? Ti scongiuro, in nome di Dio, non tormentarmi!». 8 Gli diceva infatti: «Esci, spirito immondo, da quest’uomo!». 9 E gli domandò: «Come ti chiami?». «Mi chiamo Legione, gli rispose, perché siamo in molti». 10 E prese a scongiurarlo con insistenza perché non lo cacciasse fuori da quella regione.

11 Ora c’era là, sul monte, un numeroso branco di porci al pascolo. 12 E gli spiriti lo scongiurarono: «Mandaci da quei porci, perché entriamo in essi». 13 Glielo permise. E gli spiriti immondi uscirono ed entrarono nei porci e il branco si precipitò dal burrone nel mare; erano circa duemila e affogarono uno dopo l’altro nel mare. 14 I mandriani allora fuggirono, portarono la notizia in città e nella campagna e la gente si mosse a vedere che cosa fosse accaduto.

15 Giunti che furono da Gesù, videro l’indemoniato seduto, vestito e sano di mente, lui che era stato posseduto dalla Legione, ed ebbero paura. 16 Quelli che avevano visto tutto, spiegarono loro che cosa era accaduto all’indemoniato e il fatto dei porci. 17 Ed essi si misero a pregarlo di andarsene dal loro territorio.

(Marco 5,1-17)

 

Si noterà l’umorismo involontario di entrambi gli evangelisti, che diligentemente riportano la preghiera rivolta dai locali a Gesù perché lasci il loro territorio — meglio qualche indemoniato e un cospicuo branco di porci, piuttosto che nessuno dei due. A parte queste frivolezze, però, resta il fatto centrale: l’assimilazione di esseri viventi a semplici cose, da utilizzare — in questo caso, letteralmente, buttare — senza nessuna considerazione per il loro valore intrinseco di creature.

Naturalmente, sulla scorta di quanto detto fin qui non ci si stupirà dell’apparente bizzarria. Anche perché il secondo episodio — narrato anch’esso da Matteo e Marco con lievi differenze — è ancora più singolare:

18 La mattina dopo, mentre rientrava in città, ebbe fame. 19 Vedendo un fico sulla strada, gli si avvicinò, ma non vi trovò altro che foglie, e gli disse: «Non nasca mai più frutto da te». E subito quel fico si seccò. 20 Vedendo ciò i discepoli rimasero stupiti e dissero: «Come mai il fico si è seccato immediatamente?». 21 Rispose Gesù: «In verità vi dico: Se avrete fede e non dubiterete, non solo potrete fare ciò che è accaduto a questo fico, ma anche se direte a questo monte: Levati di lì e gettati nel mare, ciò avverrà. 22 E tutto quello che chiederete con fede nella preghiera, lo otterrete».

(Matteo 21, 18-22)

12 La mattina seguente, mentre uscivano da Betània, ebbe fame. 13 E avendo visto di lontano un fico che aveva delle foglie, si avvicinò per vedere se mai vi trovasse qualche cosa; ma giuntovi sotto, non trovò altro che foglie. Non era infatti quella la stagione dei fichi. 14 E gli disse: «Nessuno possa mai più mangiare i tuoi frutti». E i discepoli l’udirono. […] 20 La mattina seguente, passando, videro il fico seccato fin dalle radici. 21 Allora Pietro, ricordatosi, gli disse: «Maestro, guarda: il fico che hai maledetto si è seccato».

(Marco 11,12-20)

Di quale colpa si è macchiato, infatti, il povero fico? Proprio di nessuna: non aveva frutti semplicemente perché “non era quella la stagione dei fichi”; e se di “colpa” si deve parlare, l’unico “colpevole” qui è proprio il figlio del dio creatore, che certe cose avrebbe pur dovuto saperle. Ma l’impressione che se ne ricava è quella di un moto di stizza molto simile a quello di chi, contrariato perché qualcosa non va per il verso giusto, rompe un oggetto o se la prende con qualcuno che non c’entra nulla: il moto di stizza tipico di chi, preoccupato soltanto dei propri fini, considera l’altro-da-sé come semplice mezzo — Kant è ancora di là da venire[5].

NOTE

[1] Giobbe 1,21: «Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».

[2] A proposito di senso pratico, l’economista americano William Sharpe, premio Nobel per l’economia nel 1990, «riporta il primo contratto d’opzione già nella Bibbia, nella Genesi al cap. 29: Giacobbe ottiene la possibilità di sposare Rachele (l’underlying asset) in cambio di sette anni di lavoro (il premio) per il padre di lei, Labano; allo scadere dell’option però Labano sostituisce l’asset Rachele con l’altra figlia, Lea “dai begli occhi”. Giacobbe decide quindi, in assenza di ogni possibilità di vedere riconosciuta la validità del contratto verbale stipulato sette anni prima, di lavorare altri sette anni e avere infine Rachele»: Chiara Oldani, I derivati finanziari dalla Bibbia alla Enron, Milano, Franco Angeli 2010, p. 47. Cfr. inoltre il classico benché controverso Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo.

[3] Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà, Torino, Bocca, 1902, pp. 276-278.

[4] Francesco Saba Sardi, Dominio. Potere religione guerra, Milano, Bevivino 2004, p. 120.

[5] Sempre in quest’ottica si colloca la curiosa idea di preghiera lumeggiata da Gesù, per cui tutto quello che verrà chiesto con fede sarà ottenuto, e che sta agli antipodi del sentire precristiano, più fluidamente logico e rispettoso del reale: «Un uomo aveva due figlie, maritata una a un vasaio e l’altra a un ortolano. Un giorno andò a trovare la moglie del vasaio, e quella gli disse: “Padre, prega che faccia bel tempo e ci sia sole e caldo, perché i vasi che ha fatto mio marito possano asciugare per bene”. L’uomo le promise che l’avrebbe fatto e poi si recò dalla moglie dell’ortolano, la quale a sua volta gli disse: “Padre, prega che venga la pioggia, così la terra che mio marito ha coltivato potrà dare frutto”. A queste parole il pover’uomo, sconsolato, rispose: “Tu, figlia mia, vuoi la pioggia, e tua sorella invece vuole il sole. Quale delle due dovrò accontentare pregando gli dèi?”» (Esopo).

(tratto da: Alessandra Colla, “Il monoteismo giudaico-cristiano e il non-umano”, in La persona nelle filosofie dell’ambiente, Limina Mentis 2012)

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