Perché non scriverò una lettera a Carlo Giovanardi

Mi è sempre piaciuto scrivere, e ho affidato spesso alle lettere (intese come epistole) i miei sentimenti più riposti. Non credo però di aver mai scritto una lettera di insulti, e non comincerò ora.

Anche perché per scrivere una lettera occorre quantomeno rivolgersi al destinatario in qualche modo, al fine di stabilire un contatto. La cosa è meno facile di quanto sembra, e può a volte sortire effetti di comicità involontaria ma assolutamente godibile. (Per esempio: qualche mese fa c’è stato chi mi ha scritto per esprimermi la condivisione virtuale dell’opinione di chi invocava contro la mia modesta persona sdegno ed esecrazione nonché castighi esemplari  e financo la cancellazione dal consesso dei viventi — per non ricordo più quale dei miei molti crimini —, rivolgendosi a me con un “gentile signora”. “Gentile signora”?!? Cioè mi scrivi per dirmi che rientro nel novero di quelli che ammazzare, secondo te, non è reato, e mi chiami “gentile signora”?!? Ma LOL).

Così, se io adesso volessi scrivere a Carlo Giovanardi per esprimergli il mio disprezzo a cagione delle sue recentissime uscite sul caso Aldrovandi, mi troverei in grave imbarazzo: “gentile Giovanardi”? — certo che no; “caro Giovanardi”? — mai più; “onorevole senatore Giovanardi”? — ma mi faccia il piacere.

Ancora, scrivere una lettera ha un senso qualora si sia certi che qualcuno la leggerà e soprattutto la comprenderà; altrimenti è infinitamente meglio affidare le proprie considerazioni a una pagina di diario, onde potervi, nel caso, versare lacrime o riderci sopra nel rileggerle dopo qualche tempo  — son soddisfazioni.

Insomma è un problema, eh? Allora non la scrivo, questa lettera. Mi sono limitata a un “mi piace” sotto la lettera aperta scritta da qualcun altro , e che più o meno rispecchia il mio modo di pensare. Eppure una cosa almeno la devo dire.

E la cosa è questa: il problema non è Carlo Giovanardi che esterna le sue considerazioni (e le ha esternate… oh se le ha esternate). Il problema vero è che Carlo Giovanardi è stato regolarmente eletto grazie ai voti di una parte del popolo italiano, e da decenni non riusciamo a scrollarcelo di dosso per colpa di quella parte-del-popolo- italiano lì che testardamente e inspiegabilmente continua a riconfermarlo nei suoi mandati. Allora è contro quegli italiani lì, che bisognerebbe prendersela, secondo l’immortale insegnamento di Ettore Petrolini:

Pensiamoci.

2 Comments on Perché non scriverò una lettera a Carlo Giovanardi

  1. Io penso che questa gente possa capire solo il linguaggio del terrore. Quindi, dato che quando ti muore un figlio la tua vita è praticamente finita, il padre di Aldrovandi si faccia forza e si tolga una soddisfazione.

    • Alessandra | 3 aprile 2013 at 19:25 |

      Claudio, l’ho pensato anch’io tante volte. E in effetti, poiché credo anch’io che la morte di un figlio (e in che modo!) annienti la vita dei genitori, l’idea di “togliersi una soddisfazione” è meno peregrina di quanto sembri. Però viviamo nel paese dei due pesi e delle due misure…

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