Il diavolo è nei dettagli?

Va bene, sarò fissata.

Però ci sono rimasta un po’ male rileggendo il verbale del primo interrogatorio di Alberto Stasi (fra il pomeriggio del lunedì e la mattina del martedì successivi all’omicidio di Chiara Poggi, il 13 agosto 2007):

«Intorno alle 22 ho visto in lontananza dei lampi e mi preoccupavo del mio cane, che era nel giardino di casa mia. Temendo che potesse grattare le porte sono tornato a casa in 5 minuti, ho preso il cane e l’ho chiuso in garage.»

Ora, io non so se il cane della famiglia Stasi fosse di quelli che hanno paura dei temporali. Io ne ho avuti due, così: e il primo timore della mia famiglia non era che potessero “grattare le porte”, ma che gli venisse un coccolone dallo spavento. Quindi in caso di temporale ci preoccupavamo prima di tutto di tranquillizzare il pet in ogni modo possibile — alla malora le porte.

Questo “preoccuparsi” che il cane potesse sciupare le belle porte della villa padronale, e il chiuderlo in garage — paura o non paura — mi sembra una cosa bruttissima, che non depone tanto bene a favore dell’immagine di Stasi. Non dico certo che sia colpevole per questo (lo specifico perché la pratica del processo alle intenzioni è più diffusa di quanto si pensi), ma sicuramente mi conferma l’antipatia “a pelle” che ho per lui — l’ho detto.

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