Qualcosa di sinistra?

Vengo da un’altra epoca.

Un’epoca in cui si voleva ridisegnare il mondo, e le estreme — quelle serie, non quelle dei picchiatori inebetiti e indottrinati degli opposti schieramenti tanto graditi ai piani alti — le estreme, dicevo, non si fronteggiavano ma si confrontavano, e si spaccavano la testa a colpi non di spranga ma di elaborazioni, unite com’erano nella comune lotta al Sistema. Non è un caso, infatti, se tanti anni (decenni!) dopo ci si ritrova ancora nelle pieghe del virtuale, senza rinnegare il passato ma con l’antico rispetto per l’avversario e l’amara constatazione che la fine delle ideologie — citando il mago Merlino di Excalibur — è stata un sogno per alcuni, ma un incubo per molti. Un incubo dal quale non si sono ancora risvegliati.

Attualizzando, tutti i blablabla sulla recente occupazione del Dipartimento di Farmacologia della Statale di Milano da parte di un gruppo di attivisti animalisti, con conseguente liberazione di un nutrito gruppo di cavie (fortunate oltre ogni dire), mi fanno ridere. In particolare perché provengono da persone che si autodefiniscono “di sinistra” — auto, perché difficilmente un osservatore esterno potrebbe definire “di sinistra” chi condanna generici “reati contro lo Stato”. Lasciatele dire a Carlo Giovanardi queste cose.

Eugène Ionesco, vedendo sfilare sotto le sue finestre i manifestanti enragés del Maggio francese, gli gridò «Finirete tutti notai!», preconizzando la normalizzazione del movimento che si sarebbe poi puntualmente verificata negli anni a seguire. E adesso io, vedendo i giovani arrabbiati che non hanno nessuna intenzione di cambiare il mondo, ma anzi cercano il modo migliore di accoccolarcisi dentro come un embrione pigro in un utero accogliente nel quale non maturare e dal quale non uscire possibilmente mai, mi chiedo quale malsana concezione di “sinistra” possano avere assimilato; e in che cosa consista, per loro, quel “progresso” invocato e rivendicato da ogni sinistra che si rispetti.

Giacché i ricercatori-che-sperimentano-in-vivo (uso questa dotta circonlocuzione perché hanno la pelle così delicata, poveri cari, che se dicessi “vivisettori” gli verrebbe una dermatite) non soltanto prendono volentieri i soldi da quello Stato che i loro padri nobili combattevano in modi più o meno morbidi, ma col loro impegno ottuso da guardie bianche rafforzano e preservano il meccanismo globale oppressivo e di controllo che regge l’intero impianto neo-, post- o turbo-capitalista che dir si voglia.  Parlo Ottocento? Rimedio subito.

La corporazione medica è diventata una grande minaccia per la salute. L’effetto inabilitante prodotto dalla gestione professionale della medicina ha raggiunto le proporzioni di un’epidemia. Il nome di questa nuova epidemia, IATROGENESI, viene da IATROS, l’equivalente greco di ‘medico’, e GENESIS, che vuole dire ‘origine’. La discussione sulla malattia nata dal progresso della medicina è passata ai primi posti negli ordini del giorno dei convegni sanitari, i ricercatori si concentrano sui poteri patogeni (cioè generatori di malattia) della diagnosi e della terapia, e le relazioni sul danno paradossale provocato dalle cure occupano sempre maggiore spazio nella stampa medica. […]
Un’approfondita discussione pubblica della pandemia iatrogena, che cominci con una sistematica demistificazione di tutto ciò che riguarda la medicina, non può essere pericolosa per la collettività. Pericoloso è invece un pubblico passivo ridotto ad affidarsi alle superficiali pulizie intraprese per loro conto dai medici. La crisi della medicina può permettere al profano di rivendicare efficacemente il proprio controllo sulla percezione, classificazione e decisione sanitaria.
La laicizzazione del tempio di Esculapio può portare a invalidare i dogmi religiosi su cui si fonda la medicina moderna, oggi sottoscritti da tutte le società industriali, di destra come di sinistra. […]
Fra tutti gli specialisti del nostro tempo, i medici sono infatti quelli addestrati al più alto livello di incompetenza specifica per questa ricerca indilazionabile. La guarigione dal morbo iatrogeno che pervade la società è un compito politico, non professionale. Deve fondarsi su un consenso di base, popolare, circa l’equilibrio tra la libertà civile di guarire e il diritto civile a un’equa assistenza. Durante le ultime generazioni il monopolio medico sulla cura della salute si è sviluppato senza freni usurpando la nostra libertà nei confronti del nostro corpo. La società ha trasferito ai medici il diritto esclusivo di stabilire che cosa è malattia, chi è o può diventare malato e che cosa occorre fargli. La devianza è ormai ‘legittima’ solo quando merita e in ultima analisi giustifica l’interpretazione e l’intervento del medico. L’impegno sociale di fornire a tutti i cittadini una massa pressoché illimitata di prodotti del sistema medico rischia di distruggere le condizioni ambientali e culturali necessarie perché la gente viva una vita di costante guarigione autonoma. Di questa tendenza occorre prendere atto perché si possa poi rovesciarla. […] Bisogna ormai rendersi conto che ciò che ha fatto dell’assistenza sanitaria un’impresa generatrice di malattia è l’intensità stessa di uno sforzo ingegneristico che ha convertito la sopravvivenza umana da prestazione di organismi in risultato di manipolazione tecnica. […]
La minaccia che la medicina attuale rappresenta per la salute della gente è analoga alla minaccia rappresentata dal volume e dall’intensità del traffico per la mobilità, alla minaccia rappresentata dall’istruzione e dai “media” per l’apprendimento, e alla minaccia rappresentata dall’urbanizzazione per la capacità di fare le case. In ognuno di questi casi, un grande sforzo istituzionale si è trasformato in qualcosa di controproducente.
L’accelerazione del traffico che genera perdita di tempo, le comunicazioni divenute chiassose e frastornanti, l’istruzione che addestra sempre più gente a livelli di competenza tecnica sempre più elevati e a forme specializzate di incompetenza generale: sono tutti fenomeni paralleli alla produzione di malattia iatrogena da parte della medicina. In ciascun caso un grande settore istituzionale ha allontanato la società dal fine specifico per cui quel settore era stato creato e
tecnicamente apprezzato. […]
La medicina potrebbe diventare un bersaglio di prim’ordine per un’azione politica che si proponga di invertire la società industriale.
Solo coloro che hanno recuperato la capacità di provvedere a salvaguardarsi reciprocamente e hanno imparato a combinare tale capacità con l’assoggettamento alle applicazioni della tecnologia contemporanea, saranno pronti a limitare il modo di produzione industriale anche negli altri principali campi. […]

Questo lo scriveva il pensatore radicale di sinistra (lui sì) Ivan Illich, nel suo testo classico e fondamentale Nemesi medica. L’espropriazione della salute, nel 1976. Potrei anche ricordare tutte le riflessioni femministe sull’espropriazione del corpo femminile e quelle di Michel Foucault sull’espropriazione del corpo in generale: ma pare che in molta giovane “sinistra” contemporanea certi argomenti e certi nomi non siano trendy. Allora continuo con un’altra eresia (sapete che le adoro).

È notevole come le persone siano in genere assai poco consapevoli, socialmente e politicamente, del concetto di benessere; e della disponibilità di alternative alla medicina ufficiale, capitalistica e orientata al profitto.
Nonostante la consapevolezza di quello che sta succedendo nel mondo, la maggior parte di noi non si preoccupa davvero della propria salute e preferisce, invece, accogliere i dogmi della “chiesa” che è ormai la medicina capitalistica, supportata da organizzazioni come l’American Medical Association (AMA) e la Food and Drug Administration (FDA). Queste organizzazioni sono in pratica estensioni del complesso medico-industriale transnazionale, che costituisce una delle industrie più potenti nel mondo “globalizzato” di oggi. La linea di fondo sottesa a queste istituzioni — e la loro preoccupazione fondamentale — è che se non c’è profitto in una ricerca o in un prodotto, essi non verranno neppure presi in considerazione. E se c’è un profitto, esso deve essere incrementato in qualsiasi modo e a qualunque costo. Questa è “assistenza sanitaria” a scopo di lucro. Il fondamento capitalistico della medicina “convenzionale” è, per definizione, inconcepibile: si ha a che fare solo con la contabilità. E questo è un autentico veleno che colpisce al cuore la medicina, recando con sé conseguenze di vasta portata.
Il movente del profitto in medicina distorce radicalmente tutte le cure sanitarie, determinandone ogni aspetto — il tipo di ricerca, i trattamenti raccomandati, la quantità di tempo da trascorrere con il paziente. Tutto questo è fondamentalmente in contrasto con la preoccupazione basilare espressa nel classico Giuramento di Ippocrate — portare la salute al massimo con la minima sofferenza per ogni paziente. […] Sto offrendo queste informazioni a beneficio di coloro che stanno lottando contro i soprusi più eclatanti del sistema, e a coloro che si battono per fondare una società più umana e più giusta. È necessario essere consapevoli delle alternative alla macchina medica dei padroni, e avervi accesso.
Il sistema del profitto sicuramente sa come difendersi, e si traduce spesso in danni fisici e mentali inferti a chi osa sfidarlo. […] State in salute, e continuate a lottare!

Questo, invece, lo dice la dottoressa Erika Price, nel 2000.

E se vi fate un giretto in rete, troverete parecchio materiale interessante sulle amicizie pericolose fra AMA, FDA e lobby del farmaco.

Così, cari i miei ricercatori “di sinistra”, prima di riempirvi la bocca con paroloni come “progresso” e “libertà”, riempitevi il cervello — con un po’ di conoscenza dei meccanismi politici e sociali del nostro tempo; e la coscienza — con un po’ di quell’etica e di quella deontologia che, non potendole fare a pezzi per vedere di che colore è il loro sangue, per voi non esistono. E riservate il vostro sdegno per cause migliori.

Io, per me, sto dalla parte delle cavie. Sempre e comunque.

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