M’insulti? #tisaluto

Mi sembra sensata la proposta di Giorgia Vezzoli per (cominciare a) contrastare il malcostume dell’insulto sessista: chissà perché, quando si vuole insultare una donna si finisce sempre col prendere di mira l’ambito delle preferenze e delle pratiche sessuali, mentre l’uomo è genericamente “str…”, “c…” e simili. Esistono blandi corrispettivi maschili di “tr…”, “pu…” o “po…”, ma vi si preferisce il classico “figlio di…” che, ancora una volta, riporta a un’entità femminile dal comportamento eticamente deplorevole.

Così, l’idea di girare sui tacchi e andarsene piantando lì l’insultante di turno non è affatto male: chi insulta sa (o presume) di ferire in qualche modo l’insultato, e trae piacere dal senso di avvilimento e vergogna che quest’ultimo prova (o dovrebbe provare). Andandosene, l’oggetto dell’insulto si riappropria dell’iniziativa e ridiventa soggetto, sottraendo all’insultante il vantaggio aggressivo — gli porta via il giocattolo, per così dire.

Tuttavia, credo che l’insulto sessista contro le donne non sia soltanto la parolaccia del cafone di turno: anche le donne, quando vogliono insultare una loro congenere, utilizzano gli stessi moduli espressivi della controparte maschile (e qui si potrebbe parlare a lungo del condizionamento culturale dominante). In realtà, esiste un altro modo di insultare le donne, più subdolo, strisciante, invasivo e così ben mimetizzato da passare inavvertito: ne ho già parlato qui, ma lo ripeto: mai come in questi ultimi anni, da donna, mi sono sentita offesa dalle opportuniste che col loro comportamento hanno vanificato l’impegno delle innumerevoli donne che hanno speso la vita e l’intelligenza a battersi per la (ri)conquista della parità e della meritocrazia; mi sono sentita offesa dalle arriviste che per fare carriera (non importa di che tipo, non importa in che ambito) hanno ripetuto fino alla nausea — loro non so, mia di sicuro — il trito copione della bellona senza cervello; mi sono sentita offesa dalle parassite che hanno disinvoltamente usurpato un ruolo che non era il loro, in grazia di una disponibilità che non eleva ma avvilisce chi la offre tanto quanto chi la pretende; mi sono sentita offesa dalle conniventi che non hanno denunciato o additato certi comportamenti, ma li hanno coperti, agevolati e sfruttati per tornaconto personale; mi sono sentita offesa dalle mantenute che non hanno mai speso una sola parola sui tanti drammi  italiani, dal femminicidio alla crisi che dilania le famiglie, preferendo spendere soldi guadagnati sulla pelle degli altri per lagnarsene senza vergogna.

E mai come in questi ultimi anni io, che non mi sono mai dichiarata “femminista” per motivi puramente ideologici (pur condividendo in larghissima parte quelle battaglie), ho avvertito e avverto l’urgenza di fare chiarezza su questi temi, poiché fatico a credere che le nuove generazioni stiano buttando al macero le conquiste faticose degli ultimi decenni. Anzi, cogliendo certe suggestioni trascurate che arrivano d’oltralpe e d’oltreoceano, credo che sia imperativo riprendere con più vigore quell’impegno — non foss’altro che per recuperare il terreno perduto negli ultimi vent’anni a causa dei noti motivi. E allora, avanti.

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