La donna non è cosa

Si commentavano ieri, con gente varia, recenti fatti di cronaca: fra i quali, inevitabilmente, l’assassinio della sedicenne Fabiana a Corigliano Calabro, per mano di un “fidanzatino” al quale la definizione dolciastra si addice davvero poco.

A un tratto uno se ne esce con la seguente constatazione: «il fatto è che oggi le donne non stanno più al loro posto». Silenzio. Perplessità. Esplosione delle donne presenti. Sdegnato arroccarsi degli uomini. E si noti che il tizio in questione è uno molto presente, dà una grossa mano in casa, appare sempre disponibile e nella sua cerchia figura come un marito esemplare: eppure, di fronte all’evidente e traumatico lacerarsi di un equilibrio socio-culturale fragilizzatosi oppure precario da sempre, non ha trovato di meglio che recuperare un vieto luogo comune — se una donna non “sta al suo posto”, subisce le conseguenze. Dunque Fabiana, come tutte le altre donne morte ammazzate in quanto donne, non occupava diligentemente il posto che le era stato assegnato da qualcun altro, come un barattolo su una mensola. Non lo voleva, quel posto; e deve averlo detto chiaro e tondo a quel ragazzino già denunciato per atti violenti e che si stava trasformando in assassino sotto i suoi occhi. La colpa del resto è sua — di Fabiana che addirittura avrebbe alzato le mani su di lui: intollerabile oltraggio, ardimento da punire con la morte. Del resto, quando un arnese non funziona a dovere (ovvero non fa ciò che ci si aspetta che faccia, non risponde alle aspettative) non lo si scaglia forse a terra o contro un muro? E se si rompe pazienza: non funzionava già prima, verrà sostituito.

A me, quando ho sentito quella frase  — “il fatto è che oggi le donne non stanno più al loro posto” —, si è gelato il sangue: perché ho avuto la sensazione, fredda e nettissima, che nonostante tutto nell’immaginario maschile alberghi ancora anzi sia ben radicato a profondità insondabili lo stereotipo della donna-oggetto: non certo in senso puramente sessuale, ma a un livello ancora più profondo, ontologico direi — la donna è una sorta di accessorio dell’uomo, un’entità serenamente reificabile che è graziosa concessione maschile elevare allo status di persona.

E suppongo che sia sempre questo stereotipo a rendere così difficile, da parte maschile, l’accettazione del femminicidio (parola e concetto): come dimostrano le molte riflessioni, rigorosamente maschili, professionali o en amateur che ingombrano periodicamente i media italiani. Le obiezioni principali sono ri(con)ducibili a due: 1) il femminicidio non è un’emergenza, perché le cifre sono state gonfiate e comunque non dobbiamo ignorare i maschi ammazzati; 2) non ha senso parlare di femminicidio come di “omicidio di una donna in quanto donna”, perché questo a) rappresenta una discriminazione; b) non tiene conto del fatto che la legge mette già a disposizione una  nutrita serie di strumenti atti a reprimere eccetera; c) è sempre possibile inscrivere l’omicidio di una donna in un contesto più ampio che tenga conto di altre dinamiche.

Ora, brevemente:

1) nessuno che parli di femminicidio intende sostenere che improvvisamente ci si sia messi, in Italia, a uccidere (più) donne, o che la cosa sia diventata lo sport nazionale — a fronte di un “prima” idilliaco nel quale certe cose non succedevano, no-no-no! La cosa esisteva già, soltanto non aveva un nome: l’introduzione del termine femminicidio rappresenta una tappa nel riconoscimento giuridico di una tipologia di reato prima inesistente — un po’ come è successo quando finalmente (con la legge 15 febbraio del 1996 n. 66) ci si è decisi a spostare il reato di violenza sessuale dalla sfera dei “reati contro la morale ed il buon costume” a quella dei “reati contro la persona e contro la libertà individuale”: il che ha comportato un inasprimento delle pene e una diversa considerazione delle vittime. Giova ricordare, fra l’altro, che femminicidio è la traduzione del termine femicide, “uccisione di una donna”, usato per la prima volta in Inghilterra nel 1801 dallo scrittore e giornalista irlandese John Corry nel suo libro A Satirical View of London at the Commencement of the Nineteenth Century, e ripreso con identico significato quasi mezzo secolo dopo, nel 1848, nel Law Lexicon del giurista inglese John J. S. Wharton.
Del pari, nessuno sta dicendo che l’omicidio di un maschio debba venire derubricato o liberalizzato: semplicemente, parlando di femminicidio si intende richiamare l’attenzione su di un problema che sta assumendo proporzioni importanti: dall’inizio dell’anno i femminicidi sono stati 33, vale a dire (a oggi, 27 maggio) 1 ogni 4,5 giorni — più di uno alla settimana.

2) Invece, parlare di femminicidio come di “omicidio di una donna in quanto donna” ha proprio senso — tantissimo senso:
a) perché la discriminazione l’ha già messa in atto l’assassino: che uccide perché non riconosce alla donna lo status di individuo libero e autonomo, ma considerandola come “qualcosa” che gli appartiene le ha già sottratto ogni riconoscimento etico e giuridico; e pertanto la qualifica di femminicidio contribuisce a restituire alla vittima almeno la dignità di persona e non di cosa;
b) perché la legge, proprio come accadeva prima del 1996 per il reato di violenza sessuale, mette tutti gli omicidi sullo stesso piano: senza tener conto della gravità specifica consistente appunto nell’intento dell’omicida di colpire la donna in quanto donna, ossia in quanto individuo ritenuto non libero delle proprie azioni e scelte;
c) perché in ogni caso di femminicidio la sostanza si riduce a questo: «lei se n’era andata / voleva andarsene / aveva un altro / non voleva più stare con me etc.»: vale a dire che agli occhi dell’omicida la vittima si è macchiata di una colpa inespiabile — la libertà di volere qualcosa di diverso dal suo assassino.

Insomma il femminicidio fa paura: perché da un lato mette in discussione troppe certezze, e dall’altro fa affiorare troppe incertezze — sociali,  culturali, etiche, economiche, storiche… Ma non è ignorandolo nè tanto meno sminuendolo che si può rimuovere un ostacolo o risolvere un problema: la lunga pazienza delle donne può aver ragione anche di questo.

1 Comment on La donna non è cosa

  1. Permettimi di interpretare una cosa di quella frase «il fatto è che oggi le donne non stanno più al loro posto».
    Un tempo qualcuno della sinistra radicale, in testa la Bonino, diceva “oggi in piazza per abortire, domani in piazza con il fucile”, oppure “l’utero è mio e me lo gestisco io”. Tutti canti o frase preconfezionate per liberare la donna dal gioco millenario del cattolicesimo e per trarre – la cosa principale – una gran quantità di forza lavoro a costo irrisorio. Non che alcune battaglie non fossero giuste, ma da allora ad oggi (sono passati 40 anni) abbiamo visto che quelle battaglie sono servite poco e a nulla. L’esempio di come è usata una persona nel tuo articolo dovrebbe far pensare, eppure in 40 anni i progressi sociali ed economici delle donne si sono assestati alla pari (quasi, ma non sempre) di quelli dei maschi: tutti e due devoti schiavi de sistema produttivo.
    Sto uscendo dal tema. Quindi che vuol che dire una donna deve stare al suo posto?
    Potrei farti incazzare ancora di più dicendo che, dal mio punto d vista più prettamente terra-terra, la donna ha pochi compiti nella vita: fare figli, educarli con coscienza nel rispetto degli altri e delle tradizioni in cui essa si riconosce.
    Ti pare poco? No dico, ci si pone mai la questione che madre hanno avuto questi maschi?
    Ne vedo molte agli asili che incitano i maschietti a giocare pesante con le bambine e la cosa mi da un fastidio enorme. Spesso chiedo a loro: se fosse sua figlia, lo accettrrebbe? Mi rispondo spesso, ma sono solo che bambini, non si rendono conto!

    Non è la scusa di quello che vuol scaricare la responsabilità sulle donne per l’educazone impartita, ma va da se che una mamma abbia un occhio d riugardo per i maschi, così come un padre per sue figle, inoltre il rapporto viscerale che una madre ha con i figli è certamente molto diverso è più “profondo” di quello che potrebbe avere un padre. Lei ha la fortuna della gestazione, dei palpiti e dei sussulti della vita che vedrà presto la luce; i suoi sonni sono permeati dal battuito del piccolo che ha con se, tutte cose che l’uomo, purtroppo non può provare. Da questo, suppongo, che una grossa fetta educativa, sia proprio insita nella figura materna che procede ancora per alcuni anni prima con l’alattamento e poi con i primi passi ecc.ecc.
    Il maschio è più rozzo, sensibile a volte, ma rozzo e spesso pressapochista nell’educazione, vale un scopellotto che mille chiacchere o domande, vale più un no che un chiarimento, anche se spesso i padri odierni sono per lo più delle amebe.
    Forse quello della frase intendeva proprio questo, un riappropriarsi della propria figura di donna, che non è seconda a nessuno, ma medium sociale.
    A questo proposito, parlando del “femminicidio” (parola che abborro!), non si parla mai, per esempio delle centinaia di bimbi che scompaiono in italia, solo pochi vengono ritrovati e il silenzio della stampa impera dando voce ad altre efferatezze come appunto l’omicidio di una persona.

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