Macellai a caccia di restyling

Ho appreso l’altro giorno che il 1° settembre si terrà a Modena “Butcher for Children – Festa Mondiale Macellai a favore del reparto Pediatria dell’ospedale di Carpi a un anno dal sisma” — cito dalla locandina.
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A parte quel Butchers for Children, “macellai per (i) bambini”, che fa tanto horror-splatter di serie Z, noto di passata alcune amenità: il coltellaccio sorridente con lo stetoscopio al collo — i cattivi medici vengono definiti dispregiativamente “macellai”, è noto; un tizio presentato come “poeta della ciccia” — due sostantivi che non dovrebbero poter stare nella stessa frase; un caio identificato come “serial griller” — a naso, un entusiasta organizzatore di grigliate: ma messa così la definizione evoca sanguinari squartatori. Insomma forse costoro avrebbero bisogno di cambiare creativo.
Al di là di questo, colgo nell’iniziativa una ghiotta (restiamo in tema) occasione di restyling per la categoria, ultimamente un po’ sotto attacco da parte di quanti sostengono, ormai da tempo, la necessità radicale di ripensare l’alimentazione umana in un quadro più ampio di revisione del rapporto fra animali umani e non-umani. Ma la cosa non è mica nuova, proprio no. Infatti oltre vent’anni fa, nel 1990, scrivevo quanto segue. Come sempre, non cambierei neanche una virgola.

Allevamenti intensivi (*)

Affrontiamo qui l’aspetto strettamente “animalista” della questione: è un dato di fatto che l’attività zootecnica, sia per il numero di animali coinvolti sia per la qualità e la quantità di sofferenze loro inflitte, va considerata prioritaria nell’ambito della difesa dei diritti animali (1).

Eppure, per un meccanismo che non esitiamo a definire perverso, l’opinione pubblica non dimostra una particolare sensibilità a questo proposito – tutt’altro: più inclini a intenerirsi per i problemi degli animali cosiddetti ‘da compagnia’ o a preoccuparsi per le specie (preferibilmente esotiche, grazie) in via di estinzione, l’uomo della strada attribuisce alla parola ‘allevamento’ un senso del tutto particolare (2). Così la tenera mammina che esorta coscienziosamente il pargolo a non tirare la coda al gatto di casa, gli cinguetta sciocchezze su Bambi (3) e ne compie l’educazione (!) sentimental-ecologica a suon di Disney circhi e zoo, non esita a portarselo dietro nelle macellerie chiedendo la famigerata fettina di vitello “che sia bella bianca”, sgranando occhioni ammirati davanti a qualche lacerto sanguinolento o addirittura additando al piccolo i resti mortali di bovini e suini – “guarda, il maialino! guarda, la mucca che ti dà la carnina!” e sconcezze simili.

Ma questa e altre mammine, cioè i consumatori – il pubblico, insomma, è realmente a conoscenza delle condizioni di vita negli allevamenti? A giudicare dalla sorpresa (e talvolta, fortunatamente, dalla riprovazione) spesso dimostrata quando si trova di fronte alla fotografia di un allevamento, si direbbe proprio di no. Grazie, naturalmente, all’accorta campagna pubblicitaria delle aziende, consapevoli del pericolo che incombe sul settore: in alcuni Paesi europei si è verificato un sensibile calo del consumo di carne proporzionale all’aumento e all’incisività delle campagne in difesa dei diritti degli animali — calo che sembra cominci ad avvertirsi anche in Italia.

Nella pubblicità dei prodotti ottenuti con l’uccisione (o lo sfruttamento: da dove credete che provengano uova, latte e derivati?) di animali, i medesimi vengono rappresentati come esseri felici che trascorrono la loro spensierata esistenza immersi nella natura incontaminata o in allegre fattorie da fiaba (come poi faranno a dare tanto di sé, materialmente parlando, vallo a sapere … chirurgia plastica (4)?)

Qualche esempio? La Simmenthal propone una mucca ballerina sotto lo slogan ‘il gusto ti fa festa’ – tanto la festa alla mucca gliel’hanno già fatta. La Plasmon promuove i propri omogeneizzati con l’immagine bucolica di una mucca insieme al suo vitellino in un bel prato, al sole.

In realtà, gli animali ‘omogenizzati’ dalla Plasmon e da altre ditte simili trascorrono un ben grama esistenza negli allevamenti intensivi della CONAZO: dove, come in tutti gli allevamenti intensivi, di sole e di prati non si conosce nemmeno l’esistenza, e i vitellini vengono separati dalla madre appena nati. Gli allevamenti CONAZO dichiarano di non eccedere nella somministrazione di medicinali: ragion per cui un altro grosso cliente, la COOP, si è sentita in diritto di pubblicizzare la carne di vitello proveniente da tali allevamenti come ‘prodotta con amore’. Però, tra foto d’autore, slogan sapientemente studiati e frasi ambigue ma tranquillizzanti, il consumatore medio non si pone troppi interrogativi e, acquistando carne, promuove e incentiva un’industria che lucra (e quanto!) letteralmente sulla pelle degli animali: per l’industria zootecnica, infatti – e non lo si dimentichi – gli animali non sono esseri senzienti; cioè non sono in grado di provare dolore fisico e psicologico, tant’è vero che li si classifica sbrigativamente ‘prodotti dell’agricoltura’, al pari di un cavolfiore o di un sacco di patate (che essendo organismi viventi sicuramente ‘sentono’, sia pure in modo diverso da noi: ma, si badi bene, diversità non è inesistenza) (5). Ne consegue che gli animali in questione sono considerate mere macchine da carne, ciò che comporta la più totale indifferenza nei confronti delle loro esigenze e dei loro istinti, e la frustrazione di ogni loro bisogno.

Il bisogno del proprio habitat

L’esasperata densità e la mancanza assoluta di un proprio territorio anche minimo provocano grandi problemi di relazione tra gli animali, scatenando aggressività, patologie del comportamento, cannibalismo, alterazioni della sessualità ecc. In alcuni tipi di allevamento, poi, all’animale, già coartato dalla reclusione totale, viene impedito ogni tipo di movimento: si pensi alle bovine da latte tenute alla catena, alle scrofe gravide, ai vitelli ‘a carne bianca’ isolati in box singoli.

Negli allevamenti intensivi si riscontra inoltre una soprassaturazione di vapori tossici per le mucose (ammoniaca, acido solfidrico e la micidiale anidride carbonica), che favoriscono l’attacco dei microbi, e per converso una permanente deficienza di ossigeno (dobbiamo proprio sottolineare l’importanza di una corretta e adeguata ossigenazione per lo sviluppo, il mantenimento e la crescita di un organismo vivente?).

E ancora: gli animali vengono tenuti costantemente su superfici inadatte che inducono gravi lesioni podali, tant’è che un’altissima percentuale di animali portati al macello soffre di zoppìa.

Per finire (soltanto questo breve elenco, non illudetevi), la carenza o addirittura la deficienza totale di irradiazione solare comporta una marcata alterazione del metabolismo del calcio (fondamentale per i vertebrati), del fotoperiodismo e, pertanto, della fertilità.

Il bisogno etologico e comportamentale

Il comportamento dell’animale allevato non viene tenuto minimamente in considerazione: le peculiarità e le predisposizione di specie non contano quando non hanno a che fare con la produttività dell’azienda. La segregazione in gabbie, la fecondazione artificiale o la sottrazione dei neonati alla madre con l’inibizione dell’istinto materno e l’insoddisfatto bisogno di contatto materno da parte dei cuccioli sono gli aspetti più evidenti della situazione. La punta dell’iceberg …

Il bisogno fisiologico

L’allevamento intensivo ha, come prima e primaria conseguenza, distorto il concetto di alimentazione. I moderni orientamenti zootecnici si indirizzano sempre più verso l’utilizzazione dei sottoprodotti di origine industriale, causando gravi malattie disfunzionali. A volte vengono appositamente indotte nel soggetto (nell’oggetto, meglio) pesanti turbe fisiologiche in funzione del prodotto: ricordiamo il caso del vitello ‘a carne bianca’, al quale vengono deliberatamente provocate grave anemia e carenza di ferro per sbiancare la carne.

Inoltre, i ritmi accelerati di crescita predispongono fisiologicamente alla malattia gli animali, abbattendone la reattività del sistema immunitario. Per ovviare a questo sgradevole inconveniente capace di compromettere la produttività, agli animali vengono somministrate di continuo dosi massicce di farmaci, che provocano in loro gravi turbe e intossicazioni, non vengono eliminate e restano nel loro corpo – che i consumatori utilizzano giocondamente.

La ciliegina sulla torta è rappresentata, in questi ultimi anni, dalla manipolazione genetica, che permette agli allevatori di modificare gli animali a loro piacimento – o quasi – nella continua ricerca di mezzi atti ad abbassare i costi di produzione ed elevare i profitti.

La situazione in Italia è bruttina: 1’80% della zootecnia è concentrata nel nord del Paese, ed è appannaggio di aziende perlopiù intensive che fanno largo consumo di sottoprodotti della lavorazione industriale e che affidano a insufficienti quando non fantomatici depuratori il compito di diminuire i danni provocati a carico dell’ambiente.

Qualche conseguenza:

• carichi eccessivi di deiezioni e di materiale organico con un pesante impatto ambientale responsabile o corresponsabile di effetti difficilmente prevedibili e contenibili (si pensi al fenomeno ‘alga selvaggia’ in relazione agli allevamenti di suini: siamo ancora lontani dalla società prospettata nel demenziale “Mad Max – Oltre la sfera del tuono”);

• epizoozìe ricorrenti con falcidie di animali, che vengono così a pesare sia sulle capacità di smaltimento del territorio sia sull’economia nazionale (nel solo 1989 sono stati abbattuti, in seguito a infezioni, 130.000 capi con un danno calcolato in centinaia di miliardi di lire);

• concentrazioni esorbitanti di microorganismi patogeni, con zoonosi legate alle diverse peculiarità zootecniche del territorio.

Ci sembra evidente che una maggiore conoscenza del problema potrebbe giustamente allarmare i consumatori – che, come ‘massa anonima’ (pensiamo a Gustave Le Bon e alla sua Psicologia delle folle), sono facilmente influenzabili e manovrabili (su cosa si fonda, secondo voi, la pubblicità?). E così per impedire una presa di coscienza che peserebbe alquanto negativamente sulla bilancia commerciale e, alla lunga, sulla impostazione etica della stessa società, ecco che i macellai chiedono di cambiare nome (v. riquadro n. 1),

pubblicano un ricettario indirizzato all’incauta massaia (v. riquadro n. 2),

si fanno pubblicità autodefinendosi ‘di fiducia’ e ‘amici’ (v. riquadro n. 3),

e – ci dicono – assumono come designer l’onnipresente Giugiaro per rifare il maquillage alle macellerie. Che sentano il fiato sul collo?

Occorrono strategie precise, indubbiamente: come sottolinea Roberto Marchesini, quando «si parla di allevamenti intensivi e soprattutto quando si cerca di focalizzare delle possibili proposte onde cancellare per sempre questo obbrobrio della nostra civiltà, molto spesso si rischia di cadere nelle maglie di una trappola alquanto insidiosa. Siamo infatti tentati a soffermarci sui singoli dettagli ritenendo erroneamente che una volta rimossi questi l’intero edificio della zootecnia odierna debba cadere. Dobbiamo invece capire che la distorsione mentale che regge l’allevamento industriale non è costruita su particolarità aberranti ( … ) È inutile pertanto risolvere questo o quel problema se non si è disposti prima di tutto a comprendere quali sono i cardini che reggono questo sistema produttivo e cercare di smantellarne la validità (…) La zootecnia moderna è un sistema economico, e come tale si regge su un delicato equilibrio di domanda e offerta, con tutte le influenze che i mass-media possono operare. Perciò l’unico modo per mutare queste situazioni, e in special modo questa disposizione mentale, è penalizzarle da un punto di vista economico. In quale modo? Attraverso l’informazione che deve essere quanto più chiara possibile ovvero senza mezzi termini, le denunce, che creino nel consumatore una coscienza selettiva, e infine attraverso la promozione di un allevamento alternativo, con l’auspicio di portarlo, attraverso una base legislativa, a essere sostitutivo (…) Ma attenzione: rattoppare le evidenti falle della odierna zootecnia industriale significa perfezionare una macchina mostruosa, accettarne i principi, darle la possibilità di crescere ulteriormente sulla stessa falsariga, non controllarla in futuro» (6).

La conclusione di Marchesini (medico veterinario a Bologna e responsabile del Comitato per la protezione degli animali d’allevamento) ci trova pienamente d’accordo: «Benessere degli animali, impatto ecologico, sofisticazione alimentare, sono tre facce dello stesso problema: sono frutto di un rapporto sbagliato con la natura. Un rapporto che si basa sulla sopraffazione, sulla violenza, sull’inquinamento, sull’interesse economico, sull’egoismo. Ecco perché, prima di ogni proposta, dobbiamo essere promotori di un nuovo rapporto col biologico che privilegi la sintonia. E dobbiamo fare un ulteriore passo avanti e considerare la sofferenza animale e l’inquinamento non solo come una minaccia alla nostra salute, ma soprattutto come insulto alla nostra etica, alla nostra cultura, alla nostra sensibilità» (7).

Alessandra Colla

Note

*) La versione originale di questo scritto è stata pubblicata sulla rivista “Orion” (Società Editrice Barbarossa, Milano), n. 74, novembre 1990.

(1) L’espressione ‘diritti animali’ ci era già stata duramente contestata in passato. Brevemente, ripeteremo che nel momento in cui si decide di partecipare a un gioco, per la buona riuscita del medesimo – che ci veda vincenti o perdenti è lo stesso – è indispensabile attenersi alle regole che lo organizzano, indipendentemente dal fatto che siano state stabilite da altri prima di noi e/o dal fatto che esse possano talvolta favorire il nostro avversario. Noi vogliamo giocare all’ecologia e all’animalismo – nomi nuovi per un gioco antico che ci hanno rubato da troppo tempo e che oggi conosce regole diverse da quelle che sapevamo noi: ma tant’è … Abbiamo cominciato e continueremo.

(2) Al riguardo v. “Orion” n. 67, aprile 1990, Nonsoloverde.

(3) Cito a memoria K. Lorenz, che ha ben dimostrato come gli apparentemente tenerissimi daini siano in realtà animali di rara ferocia.

(4) Una recente inchiesta svolta negli USA ha rilevato come la stragrande maggioranza dei bambini americani, totalmente ignoranti di animali e natura, siano convinti che la carne si ottenga dagli animali vivi mediante operazioni chirurgiche, effettuate periodicamente in attesa che la carne ricresca.

5) Aristotele, che era Aristotele, diceva «Poiché la proprietà è parte della casa e l’arte dell’acquisto è parte dell’amministrazione familiare (…), come ogni arte specifica possiede necessariamente strumenti appropriati se vuole compiere la sua opera, così deve averli l’amministratore. Degli strumenti alcuni sono inanimati, altri animati (…): anche lo schiavo è un oggetto di proprietà animato e ogni servitore è come uno strumento che ha precedenza sugli altri strumenti» (Politica, I, 4,1253 b, 23-34), precisando poco dopo come, nei rapporti fra schiavo e padrone, «esercitare male l’autorità comporta un danno per tutt’e due (…) per ciò esiste un interesse, un’amicizia reciproca tra schiavo e padrone (…)» (ivi, 6,1225 b, 9-13): diversità, non insensibilità.

(6) A proposito di allevamenti: il benessere degli animali non si misura in centimetri cubi, in “L’idea vegetariana”, Rivista Trimestrale dell’Associazione Vegetariana Italiana, anno XXI, n. 83, luglio agosto-settembre 1990, pp. 8-10 (AVI Sede Nazionale – via 25 aprile, 41 – 20026 Novate Milanese).

(7) Ibidem.

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