Sembra ieri

Le cose cambiano, col tempo. Le stampanti laser, per esempio. La prima con cui ho lavorato — correva l’anno 1985 — era di seconda mano e costava quattro milioni e mezzo di vecchie lire (fa ridere, a dirlo adesso). Ma era un carrarmato, la tesora: macinava imperturbabile fino a quattro pagine al minuto di carta o acetato (l’acetato era la temibile “pellicola” che serviva per stampare in offset, in un’era geologica molto lontana dall’attuale). Io le spedivo i file di libri o riviste prima di andare a dormire, e lei girava instancabile per tutta la notte, ingoiando intere risme vergini per poi risputarle sotto forma di bozze di carta o pellicole bell’e pronte per la stampa: era un piacere, il mattino dopo, trovare il cassetto di carico vuoto e la pila di fogli perfettamente inchiostrati e ordinati, odorosi di macchinario a perfetto regime — che si sono persi, i luddisti…

Ma non tutte le cose cambiano, col tempo. Correva l’anno 1994, e in un librino ingenuo ma sentito (che oggi, almeno in parte, riscriverei diversamente perché sono cresciuta, da allora) dicevo:

«Qui non si fa politica». Bella frase, sentita molto spesso in ambienti ecologisti e più spesso animalisti: noi non facciamo politica. Bella frase. Nobile, anche. Disinteressata. Peccato che anche la scelta di non fare politica sia una scelta politica. L’uomo, per il fatto stesso di essere un animale sociale, è anche inevitabilmente un anomale politico: in un gruppo di bambini che giocano, e che presumibilmente sono all’oscuro di concetti complicati come la teoria delle masse e delle élites, Führerprinzip, mobilità sociale ecc., le dispute più accanite avvengono a proposito di chi fa il capo, chi la guardia e chi il ladro e così via. Inutile nascondersi dietro il dito: dovunque ci sia un gruppo di persone che perseguono un obiettivo comune, in relazione o meno al più vasto gruppo di appartenenza, là c’è e si fa politica.
Parlando di ecologia […] è impossibile sottrarsi alla politica e naturalmente all’ideologia. Limitandoci al caso italiano, […] l’area liberal-progressista, forte del suo secolare mix di liberté-égalité-fraternité, nonviolenza e pacifismo, si è appropriata da subito delle istanze ambientaliste. Anche perché l’equazione “economia liberale = capitalismo = sfruttamento dell’uomo e dell’ambiente” era fin troppo facile da impostare e da risolvere. Il problema, però, è che l’unico modello ecologico possibile nella nostra società, paradossalmente, è […] una filiazione diretta di quel capitalismo che pure si vuol combattere. Inoltre, la civiltà prima responsabile dell’inquinamento e poi paladina del disinquinamento, entrambi su scala planetaria, è soltanto quella occidentale — quella del benessere, la società opulenta del secondo dopoguerra modellata sull’american way of life. Un bel pasticcio. […] Qui si fa politica, eccome. Qui in Italia, poi, l’mpressione generale è di vedere dei cani che si litighino un osso: mille associazioni, mille parrocchiette, mille capetti ciascuno con i suoi quattro seguaci — finché poi arriva un WWF o un Greenpeace che se li porta via al completo. E tutti questi bravi ecologisti liberali, democratici, tolleranti, antirazzisti e nonviolenti da fare invidia a Gandhi sono capaci — lo credereste? — di tirar fuori una carica d’aggressività assolutamente sproporzionata se per caso chi si avvicina al loro Lebensraum non è pacifista, non è nonviolento, non ha un passato di sinistra e soprattutto non è un ecologista superficiale. Se, putacaso, non si è anche soltanto una di queste cose, e magari si dichiara apertamente la propria avversione per il mondialismo verde o di ogni altro colore, meglio alzare i tacchi. […] La situazione non migliora affatto con i gruppi di stretta osservanza animalista […] che sono quasi sempre in antagonismo con gli ambientalisti. Di “-ismo” in “-ismo”, continuiamo a farci del male.
[…] Sono stata animalista anch’io, convinta e polemica. Ho smesso di esserlo quando mi sono resa conto dell’enorme spreco di energie e di potenzialità che veniva messo in atto all’interno della miriade di gruppi che in comune hanno soltanto — e mi dispiace dirlo — una gran confusione [e] dopo anni passati a cercare di contattare questa o quella realtà, e di avanzare questa o quella proposta, finendo sempre per scontrarmi con rigidezze dottrinali degne della Santa Inquisizione, ho deciso che sarebbe stato meglio per tutti darci un taglio e spostare la mia battaglia personale su di un altro piano.
Tanto per cominciare, va detto che nessun gruppo animalista nutre la stessa filosofia e gli stessi intenti di un altro. Ognuno è profondamente convinto di essere l’unico vero e ultimo depositario nonché baluardo della Verità, e ben difficilmente accetta di scendere a patti con altri gruppi, neppure in vista di un serio obiettivo comune.
Secondariamente, l’idea che gli animalisti nostrani hanno della natura e degli animali è un po’ nebulosa. In linea di massima, è una concezione disneyana: in una natura edenica, il lupo giace accanto all’agnello e il leone ruzza con la gazzella, l’erba è costellata di fiori ondeggianti alla brezza di primavera e vivono tutti felici e contenti.

Il fatto che la Natura sfugga alle nostre categorie mentali e morali è fonte di gravi crisi: ho sentito più d’un animalista esprimere aspri giudizi sull’artefice di una creazione nella quale il leone […] per sopravvivere deve mangiare l’antilope. “Non poteva fare vegetariano anche il leone?” […].
Ultimo punto che rende a dir poco problematico un confronto con gli animalisti è […] la loro chiusura pregiudiziale a fronte di realtà sociali e politiche forse non pacifiste né nonviolente che pure si preoccupano largamente di protezione degli animali […].
Va da sé che gli animalisti in quanto tali non sono da condannare — ci mancherebbe. Come tutti gli “-ismi”, e parafrasando Lenin, anche questo è la malattia infantile di un atteggiamento più maturo e autenticamente rivoluzionario che oggi, comunque, vediamo ancora di là da venire.

Sembra ieri…

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