Lettera agli equidistanti/dubbiosi/curiosi sulla questione di Gaza

Cari equidistanti/dubbiosi/curiosi che da giorni mi chiedete conto del mio coinvolgimento emotivo nei confronti del genocidio in corso a Gaza,

ricorro alla formula della lettera aperta perché non ho tempo per rispondere privatamente a ognuno di voi, e poi perché credo che ripetere come stanno le cose non faccia mai male — soprattutto quando si è sottoposti, come in questo caso, a un martellamento mediatico che sa di propaganda più che di informazione.

Quello che accomuna tutti voi è lo stupore per il mio atteggiamento: vi meraviglia che io mi scaldi tanto, benché lo facciate per motivi diversi. Non entro nel merito delle molteplici ragioni che vi spingono a privilegiare l’oppressore a scapito dell’oppresso: non sono qui per capire come la pensate voi, ma per chiarire come la penso io, visto che la cosa sembra interessarvi.

Una delle domande che più frequentemente mi rivolgete è perché io manchi così platealmente di equidistanza nella valutazione degli attori in gioco. Vedete, l’equidistanza è un atteggiamento che si può praticare quando gli attori sono su un piano paritario: Karpov-Kasparov, Coppi-Bartali, Beatles-Rolling Stones… nessun problema. Ma quando la disparità è così evidente come nel match squilibratissimo Palestina-Israele che vi ostinate a chiamare “guerra”, io proprio non ce la faccio a mantenermi equidistante.

So che la cosa vi suona strana, per almeno due motivi della cui bontà siete (quasi tutti in perfetta buona fede) assolutamente sicuri: il primo è che sembra davvero impensabile non parteggiare per il popolo ebreo, con tutto quello che ha dovuto subire; il secondo è che siccome per litigare bisogna essere in due (lo diceva sempre anche la mia nonna quando bisticciavo col moroso di turno), se adesso da quelle parti siamo a questo punto vuol dire che entrambi i contendenti devono aver commesso degli errori.

Non vi conosco tutti personalmente: so che alcuni di voi non sono mai stati particolarmente interessati alle questioni geopolitiche, e quindi considerano la questione israelo-palestinese come una sorta di faida interna i cui esiti non possono avere importanza alcuna per l’Occidente; di altri, so che per motivi anagrafici ignorano molti eventi legati all’occupazione israeliana in Palestina; infine, ve ne sono certi (analisti, si chiamano) che pretenderebbero di poter risolvere la cosa con un volemose bbene generale, come se il sangue che è scorso in quella regione da settant’anni potesse essere lavato via con un colpo di spugna diplomatico per ripartire “sul pulito”.

Così, mi concentrerò sui due motivi che ho detto: perché da quanto vedo e sento in queste settimane sembra che tutti i pro e i contro si riducano a quelli.

Comincio dal primo: per quanto possa sembrare banale, dirò (anzi ripeterò, poiché lo dico da decenni) che Israele, cioè l’entità sorta nel 1948, è una cosa, e gli ebrei un’altra. Nulla di ciò che possono aver sofferto gli ebrei nella loro storia giustifica, legittima o rende ragione di quello che l’entità israeliana ha inflitto e infligge ai nativi palestinesi dal 1948 — come provano l’opposizione interna israeliana e le molte, moltissime voci di ebrei non israeliani che si levano contro l’operato delle autorità israeliane. L’accusa infamante di antisemitismo, che viene rivolta con tanta leggerezza e malafede a chiunque osi manifestare il proprio rifiuto di accettare la violenza esercitata quotidianamente dai militari israeliani contro i nativi palestinesi senza riguardo a sesso ed età, è frutto di una manipolazione profonda e distorcente: non soltanto perché “semiti” sono sia gli ebrei che i palestinesi, e definire “antisemita” chi sostiene le ragioni dei secondi contro i primi è quindi un nonsenso; ma soprattutto perché costituisce un escamotage odioso, volto a impedire di esprimere il legittimo dissenso nei confronti dell’entità statale israeliana e del suo comportamento ripetutamente lesivo dei diritti umani sanciti da tutte le convenzioni internazionali, in dispregio di tutte le risoluzioni di condanna emesse dall’ONU e puntualmente disattese.

Ma se io non sono antisemita, sono invece antisionista: lo sono perché sono anticolonialista e antimperialista, e il sionismo è per sua stessa natura colonialista e imperialista (non a caso, Israele nasce sotto gli auspici e la benedizione di una grande potenza coloniale e imperialista, la Gran Bretagna; e sopravvive grazie all’aiuto economico e all’appoggio ideologico di un’altra grande potenza imperialista, gli Stati Uniti d’America): Theodor Herzl non ne faceva mistero, scrivendo a Cecil Rhodes “il mio è un programma coloniale”; non ne faceva mistero neppure Zeev Jabotinsky, quando diceva “grazie a Dio, noi ebrei non abbiamo niente in comune con quello che viene chiamato ‘Oriente’ (…) Noi andiamo in Palestina prima per il nostro benessere nazionale, e poi per espurgarne sistematicamente ogni traccia di ‘anima orientale'”.

Quanto al secondo motivo, esso procede da un errore a monte: e questo errore consiste nel dimenticare o nell’ignorare che la situazione odierna (quella per la cui risoluzione certi analisti invocano il riconoscimento delle reciproche manchevolezze) nasce da un “peccato originale” — l’ingiustizia inflitta ai nativi Palestinesi proprio a partire dal 1948, quando le milizie ebraiche non-ancora-israeliane li cacciarono dalle loro terre, ne distrussero le proprietà e ne rasero al suolo le abitazioni, condannandoli a un esilio forzato o alla non-vita sotto l’occupazione militare. Questo immenso torto (parliamo di centinaia di migliaia di nativi palestinesi) venne consumato nel disinteresse o con l’acquiescenza dell’intero Occidente, e soltanto in tempi recenti è stato portato alla luce da insospettabili addetti ai lavori — i “nuovi storici” israeliani (http://www.cartografareilpresente.org/article80.html). Pertanto, nel momento stesso in cui una situazione si presenta asimmetrica in virtù della prevaricazione di un attore su un altro (possiamo chiamarla, se preferite, “responsabilità unilaterale”), io personalmente mi rifiuto, sia sul piano logico che sul piano etico, di considerare equivalenti quegli attori e di mantenermene equidistante.

La faccenda, naturalmente, è di tale complessità da non poter essere certo sbrigata sui social: ma ci tenevo a puntualizzare un paio di cose, proprio perché non ne posso più di sentirmi rivolgere domande come “ma perché stai coi terroristi palestinesi?”, “ma allora sei antisemita?”, “ah, sei nazista?”, “ma non pensi a quello che hanno sofferto gli ebrei sotto Hitler?”, “perché ce l’hai con gli israeliani?”, “sei diventata musulmana?” e via delirando.

Va da sé, cari equidistanti/dubbiosi/curiosi sulla questione di Gaza, che resto a disposizione per chiarimenti, delucidazioni, precisazioni eccetera. Ma dal profondo del cuore vi prego, se vorrete rivolgermi qualsiasi altra domanda in merito, di pensarci bene prima di insultare la vostra e mia intelligenza.

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