Auguri puntuali in un giorno d’ottobre

Carlo carissimo,

stavolta come vedi sono puntuale — mica come l’anno scorso. Cosa rara, per me, lo sai: tu che mentre mi affannavo a finire di prepararmi per affrontare un’altra vertiginosa giornata di vacanza (non erano mai riposanti, le vacanze da te a Firenze) eri già uscito a prendere giornale e brioches, avevi preparato il caffè, apparecchiato la tavola e mi aspettavi paziente. Ma io ero e resto un gufo, e tu probabilmente un’allodola iperattiva, ché si poteva andare a dormire alle quattro dopo una giornata di musei-mostre-cinema-chiacchiere e io la mattina ero schiantata mentre tu eri in pista dalle 6 o giù di lì.

Dunque sono puntuale, si diceva. E quest’anno più degli altri mi piacerebbe tanto parlare di nuovo un po’ con te, perché stiamo vivendo proprio  tempi interessanti (che l’abbia detto davvero un saggio cinese o sia un’invenzione di Brecht poco importa: il senso è quello e cade a puntino). Non hai idea — o forse sì: là dove sei adesso credo che di idee se ne debbano avere parecchie — non hai idea di quante delle tue previsioni si stiano avverando, né di quante delle tue ipotesi stiano mostrando ora tutta la loro concretezza. Siamo in un bel momento, Carlo: ci sono vecchi nodi che stanno venendo al pettine, vecchie maschere che cadono, vecchi schemi che mostravano da tempo la corda ma adesso la corda pare si stia spezzando davvero — e accidenti se era ora.

So che ti divertiresti; e so che te ne usciresti con qualcuna delle tue battute fulminanti — ci capitava spesso di dirne di simili, e in contemporanea: e le risate raddoppiavano. (Per non parlare di quel lavoro a più mani in cui scoprimmo di aver dato lo stesso titolo alla trattazione del medesimo argomento, all’insaputa l’uno dell’altra: se non è feeling questo…). Io adesso le battute continuo a farle lo stesso: ma accetto suggerimenti, vedi tu come e se è possibile.

Devo ammettere che di questi tempi le battute sono amare, e l’umorismo ha lasciato quasi del tutto il posto all’ironia: quello spreco di teste e di cuori che lamentavi allora è continuato negli anni, e negli ultimi mesi ha raggiunto vette che credevo inarrivabili. Mi sa che nemmeno tu, con tutta la tua fantasia e tutta la tua lungimiranza, saresti mai riuscito a concepire certe contorsioni/distorsioni che affollano il reale e il virtuale. Mi consolo ripetendomi che è il Kali-yuga (quante volte ne abbiamo parlato?) ma credimi che a volte la cosa non è di nessun conforto: a volte, (mi) viene voglia di dire anch’io “adesso basta, sono stanca” — tu mi capisci.

Invece poi si scrollano le spalle, ci si tira su,  si rimboccano le maniche e si ricomincia un’altra giornata, un altro impegno, un’altra causa: sempre avanti, imparando dal passato per plasmare il presente e progettare il futuro. Quando c’eri anche tu, a farlo, era più divertente: ma bisogna adattarsi, non è vero? Stavolta, comunque, si riparte: manchi tu, ma non la tua lezione.

Un abbraccio

A.