Di vescovi ed orsi

Sul “Giornale” di ieri 21 ottobre 2014 — il giornale fondato da Montanelli di proprietà di Paolo Berlusconi e ora diretto da Sallusti — largo spazio è dedicato alle attualmente difficili condizioni di vita delle comunità cristiane in Medio Oriente e segnatamente in Siria. A parlare è Georges Abou Khazen, vescovo di Aleppo, che giustamente si preoccupa della sopravvivenza della sua Chiesa e trascinato dall’entusiasmo accusa l’Occidente di aver «dimenticato comunità cristiane antiche migliaia di anni come gli Assiri e i Caldei». Vorrei ricordare sommessamente a Monsignore che gli Assiri e i Caldei sono lì più o meno dal XII secolo a.C., è vero: ma che le comunità cristiane assiro-caldee si sono venute formando a partire dal IV/V secolo della nostra era, e sono quindi più giovani del cristianesimo stesso — diciamo che hanno millecinquecento anni. Che non sono pochi ma non sono “migliaia”. Non fa niente, l’emozione è l’emozione.

Meno giustamente, invece, il vescovo protesta perché, a suo dire, «In Italia vi preoccupate molto per gli orsi e le specie in via di estinzione, ma non fate niente per evitare lo sterminio di queste comunità costrette a scavarsi la fossa». Vorrei dire che comprendo la posizione di Monsignore: umanamente, almeno. Intendo che il vescovo teme per la vita dei fedeli: il che è meritorio e rientra a pieno titolo nel novero delle legittime e umane ambasce. Ma non comprendo, e anzi mi urta, quest’ennesima declinazione di quello che il filosofo Jean-Baptiste Jeangène-Vilmer chiama “il sofisma del peggio”: “che senso ha preoccuparsi degli orsi e delle specie in via di estinzione, quando a rischiare l’estinzione ci sono degli esseri umani?”. Detto anche benaltrismo, questo atteggiamento consiste nell’anteporre “ben altro” a qualsivoglia presa di posizione o assunzione di impegno etico, finendo per sfociare nell’immobilismo — c’è sempre qualcosa di peggio a cui dover fare fronte, e nessuna causa è meritevole in modo assoluto.

Vorrei allora rispondere con qualche puntualizzazione.

La prima è che non necessariamente occuparsi di orsi ed altri animali implica il disinteresse nei confronti di altre creature: anzi, generalmente chi è sensibile alle sofferenze dei non-umani non lo è di meno a quelle degli umani. Ma poiché non tutti possono occuparsi di tutto, è giocoforza operare delle scelte. Per sua natura, l’antispecista non pone distinzioni fra l’umano e il non-umano: il che lo porta a considerare con la stessa angoscia il male che incombe, in modi diversi, su entrambi.

La seconda è che nessun nato di donna è innocente. Vede, Monsignore: la Chiesa, le cui sorti Le stanno — ripeto — giustamente a cuore, non si è mai astenuta dall’intervenire temporalmente oltre che spiritualmente sulle genti con cui è venuta a contatto nel corso dei secoli, e in modo che eufemisticamente definirò incisivo. In particolare, è dal tempo delle Crociate in Terrasanta che laggiù i vostri rispettivi monoteismi confliggono: vorrà convenire con me sull’inevitabilità che ogni tanto qualcuno ricordi e decida di pareggiare i conti. Non sto dicendo che sia, per usare il vostro linguaggio, cosa buona giusta doverosa e salutare: ma succede ed è un’eventualità concreta con la quale dovreste aver imparato a convivere. Anche perché la “comunità internazionale” cui ha fatto appello papa Francesco per riportare la pace e l’equilibrio in quelle regioni è la stessa comunità internazionale che «non mutò aspetto, / né mosse collo, né piegò sua costa» quando George Bush jr, all’indomani dell’11 settembre 2001, dichiarò che avrebbe lanciato una nuova «crociata contro il male»intendendo per “male” l’Islam. Senza soffermarsi nemmeno per un attimo a pensare quale e quanto potesse essere il peso di quelle parole. La fisica, Monsignore, insegna che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria: è una legge a cui non sfugge alcune delle umane cose. Le scuse che la Chiesa di Roma ha ripetutamente rivolto al resto del mondo negli anni passati sono una lodevole dimostrazione di ravvedimento, ma nient’altro.

La terza (e ultima) riguarda il problema dell’estinzione: mischiando (un po’ indebitamente, ma la Scolastica mi perdonerà) biologia e grammatica, diciamo che il cristianesimo è un modo della specie “uomo”. Se anche il cristianesimo come religione dovesse sparire, non ne seguirebbe come immediata conseguenza la sparizione del genere umano — so che voi la pensate diversamente, Monsignore, e che questo è un argomento di fede: ma fatevene una ragione. Al contrario, quando una specie animale si estingue non ci son santi né madonne che possano invertire il processo: una specie scomparsa è scomparsa per sempre, e non ne resterà mai altro che un’immagine con didascalia e il ricordo perduto per sempre come lacrime (di animalisti, I suppose) nella pioggia.

Così, Monsignore, La pregherei di mettere da parte queste ripicche mondane che non fanno onore né a Lei né alla Sua Chiesa. C’è chi si preoccupa attivamente della sorte dei cristiani in Siria; come c’è chi si preoccupa attivamente d’altro. Buona fortuna a entrambi.