Se la violenza è rosa

Oggi si parla di donne, e ne voglio parlare anch’io.

Più precisamente, si parla di violenza contro le donne: di quella violenza entrata prepotentemente nel nostro vissuto e nel nostro vocabolario, con un neologismo — femminicidio — che fa rabbrividire e che solo pochi osano deridere (ne hanno facoltà, naturalmente, ma la cosa li qualifica in modo irrimediabile).

Ma la violenza di cui voglio parlare io quest’oggi non è la violenza del compagno — (ex)amante, (ex)fidanzato, (ex)marito — che si manifesta in quello che gli addetti ai lavori chiamano “delitto d’impeto”, e che riempie le cronache, i media e ahimé tanti spazi gossippari della peggior tv generalista.

La violenza che dico io è una violenza antica: antica almeno quanto Aristotele, che ventiquattro secoli fa, nella sua Poetica, definiva la famiglia come “luogo del tragico”. Precisamente, il filosofo si riferiva alla tragedia di Edipo, indicando la condizione domestica come una delle condizioni del tragico; e lo esplicita come meglio non si potrebbe il filosofo Gianni Vattimo: «[…] l’oikos, nella tradizione greca (domus in quella romana) non è, e io insisto su questo punto, il luogo della sicurezza. L’oikos è innanzitutto il luogo della tragedia. […]  I rapporti sono tragici perché appartengono alla famiglia; è nel seno della famiglia che hanno luogo l’incesto, il parricidio e il matricidio. Al di fuori di questo quadro eco-logico o eco-tragico, la tragedia non è possibile» (in Filosofìa ’89, a cura di G. Vattimo, Laterza 1990, p. 200). Vattimo scriveva questo ventiquattro anni fa (anni, secoli, che importa? tutto scorre e tutto ritorna), quando il termine “femminicidio” era ancora di là da venire: altrimenti, suppongo che avrebbe incluso anche quel “-cidio” fra gli altri elencati.

La violenza contro le donne che si esercita in famiglia è, più spesso di quanto non si creda, una violenza da madre a figlia; e non è mai una violenza espressa, manifesta, urlata: piuttosto, è un logorìo strisciante, subdolo ed erosivo come un fiume carsico, che lavora silenzioso ed implacabile per forgiare la figlia ideale — educata, sottomessa, disponibile fino all’estremo sacrificio: il tradimento di sé, della propria natura, di ciò che si è e a cui viene impedito di divenire, per imporre invece ciò che si dovrebbe essere, spesso a immagine e somiglianza della madre ideale che la madre biologica non è mai stata capace di essere.

Io (ed è opinione personalissima, si badi) credo che si sottovaluti molto il ruolo della madre e delle altre donne di famiglia nella formazione della figlia/nipote/nuora che tutte siamo. (Premetto che sto per usare termini che sembrano provenire dritti dritti dagli anni Settanta: il che mi fa ridere; ma se la “cosa” ha ancora e più che mai il suo valore altissimo, bisognerebbe davvero cambiarle “nome”, per non diventare patetici). Dunque, decenni di femminismo o pseudo-tale non hanno cambiato la percezione profonda, inconscia che tante donne ancora hanno del femminile: prendere la patente, star fuori la notte, cambiare spesso partner  o raggiungere alti livelli professionali non significa in alcun modo essere una donna libera o aver raggiunto la tanto sospirata (e perché, poi?) “parità” con l’odiato maschio: odiato per modo di dire, perché ancora oggi, anzi forse soprattutto oggi, tutto ruota ancora e sempre attorno all’immaginario maschile, cifra di una civiltà falsamente differenziata attraverso mode e ideologie, ma al contrario massicciamente uniformata a un modello patriarcale antiquato ma evidentemente non obsoleto.

Sembra brutto da dire: ma è ancora più brutto constatare che è così — lo vediamo ogni giorno nelle pubblicità e sui media; lo ascoltiamo ogni giorno nei discorsi sui mezzi pubblici e al supermercato; lo tocchiamo con mano nella quotidianità scontata sul lavoro, fuori e dentro casa. E qui mi si perdonerà se faccio cenno a due vicende su cui da molto tempo si dibatte e che non dovrebbero essere liquidate sbrigativamente e con sufficienza come “cronaca nera”.

Le vicende sono quella di Roberta Ragusa e di Elena Ceste. Della prima mi ero eccezionalmente (per come è strutturato questo mio spazio) occupata qui, e non ho nulla da aggiungere. Della seconda, dirò che non sono sgomenta soltanto dal modo soffocante in cui, pare, Elena Ceste era costretta a vivere nella grande casa isolata di Costigliole d’Asti, oberata da impegni che le toglievano materialmente ogni concreta possibilità di ozio (nel suo senso più proprio di “riposo dalle occupazioni necessarie”): quello che mi turba di più è l’impermeabilità della famiglia d’origine e in particolare della madre e della sorella, così ostinatamente refrattarie all’idea che una donna (un’altra donna, una donna come loro) possa non sentirsi affatto appagata da una quotidianità intessuta di cure da prestare ad altri (i figli, il marito, gli animali, la casa), e desiderare anzi una boccata d’aria che la faccia sentire ancora non più solo figlia, moglie e madre, ma anche e soprattutto donna e persona — Elena e basta. Ci sarebbe da interrogarsi, su quella refrattarietà e sulle millenarie dinamiche che regolano i complicati rapporti tra madre e figlia, e tra sorelle. Così, posso soltanto immaginare il senso di claustrofobia che deve aver pervaso questa donna costretta a rifugiarsi nell’universo ingannevole del web per ritrovare una possibilità di contatti umani che esulassero dall’angusto panorama delle incombenze domestiche, e che le permettessero di recuperare una parvenza d’interazione con altri adulti che non fossero quelli della ristretta cerchia familiare, e diversamente da questi più inclini ad ascoltarla. Incredibilmente, per certi spazi gossippari di cui si diceva prima tanto basta per fare di una donna qualcosa di turpe, a metà fra Messalina e madame Bovary. Il che la dice lunga sull’effettivo stato di salute dell’universo femminile in Italia oggi — e qui il discorso da fare sarebbe molto, molto ampio e articolato.

Per contrastare la violenza sulle donne, allora, stigmatizziamo pure certa mentalità maschile e prendiamo tutti i provvedimenti (sociali, educativi, legali) del caso: ma non dimentichiamo, per carità, non dimentichiamo certa mentalità femminile, ancora viva ed operante come una brutta tradizione che sarebbe ora di spazzare via, per ridare senso e dignità ad una cultura organica e integrale delle differenze. Quanto mi piacerebbe vederla, in questa vita…