Se la politica è malgoverno, evviva l’antipolitica

Ho ascoltato ieri con viva e vibrante indignazione (direbbe Crozza) le parole del presidente Napolitano, là dove denunciava l’antipolitica come patologia e fomite di eversione.

Con tutto il rispetto, vorrei ricordare al Presidente che scopo e ragion d’essere della Politica è il bene comune: e il viaggiatore che si fosse trovato ad attraversare l’Italia nella notte buia e tempestosa degli ultimi vent’anni non potrebbe non aver notato che di tutto si è occupata la politica italiana in questo periodo, tranne che del bene comune.

Allo stesso modo, il politico (l’uomo politico, lo statista) o è attore e garante del bene comune, o semplicemente non è.

Così, se la Politica è prona all’economia e il politico è schiavo dell’interesse privato, possiamo legittimamente concludere che non vi è più né Politica né politico: ovvero che si attribuiscono indebitamente quei nomi a cose che in realtà sono completamente svuotate di senso, e che lo Stato non dispone più di un governo bensì di un malgoverno.

Da questo punto di vista, allora, ben venga l’antipolitica: perché se assumiamo l’equazione politica=malgoverno, nessuno che sia dotato di normale buonsenso vorrà rifiutare di dichiararsi antipolitico.

Invito sommessamente il presidente Napolitano a voler riflettere su questo; e a interrogarsi in modo non formale né retorico sui motivi che hanno portato tanta parte di italiani a scegliere come loro rappresentante un soggetto che prende dichiaratamente le distanze dalla politica — da quella “politica”: in questi nostri tempi interessanti, l’antipolitica è una benedizione.