Les uns et les autres

Non mi è stato facile, nei giorni scorsi, tacere sui fatti di Parigi — a volte ci vuole più coraggio a star zitti che a parlare. Ma il punto è che gli eventi parigini si sono rivelati, almeno per me, sottilmente insidiosi: per come sono io, per formazione, per cultura, per sensibilità simpatizzo con la libertà di stampa e d’opinione, unica garanzia della circolazione delle idee e dell’esercizio del diritto di scelta; ma proprio per questo stesso motivo mi tocca simpatizzare anche con chi difende (sia pure in modo discutibile) il proprio credo religioso dagli attacchi altrui. E alle dieci di mattina di mercoledì 14 gennaio 2015 ho scoperto che per aver espresso con altre parole il medesimo concetto — «Je suis Charlie Coulibaly» — il sulfureo umorista francese Dieudonné è stato arrestato per apologia di terrorismo. (Nel caso, apprezzerò — oltre alle canoniche arance — anche del cioccolato fondente, grazie). Il terreno è sdrucciolevole, me ne rendo conto; così mi attrezzo con i ramponi del raziocinio e cerco di spiegarmi — so di non essere sola, né in Italiaall’estero.

Al fondo di tutto, a mio avviso, sta la profonda, secolare e strumentale ignoranza del mondo occidentale nei confronti dell’islam: e questo è un punto sul quale non sono disposta a negoziare. Nonostante siamo nel XXI secolo (il secolo che in USA molti vorrebbero “americano” tout court), l’atteggiamento della cosiddetta Europa e del cosiddetto Occidente verso il mondo culturale islamico non sembra essere cambiato di molto rispetto al “mamma li turchi!” gridato dalle popolazioni costiere del nostro Meridione — e questo è un male. È evidente che la percezione europeo-occidentale dell’islam è gravemente inficiata da una pesante ideologizzazione di matrice religiosa, ma non solo: è noto che l’Occidente cristiano non è una rivelazione metafisica bensì una minuziosa costruzione politica che condiziona le sorti di questo pianeta da molto prima di quel fatale 12 ottobre 1492 in cui Cristoforo Colombo consegnò al disastro una parte consistente del globo. In virtù di questa ignoranza inescusabile, si continua a non capire che l’islam non conosce distinzione tra sfera temporale e sfera spirituale, al contrario del cristianesimo — che dovendo dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare spesso pasticcia o non fa le parti giuste. Così (esponendo la questione per sommi capi, e possano perdonarmi per questo i miei amici musulmani), poiché nel pensiero islamico quelle sfere non sono disgiunte, un attacco “politico” proveniente dall’esterno è al tempo stesso un attacco “religioso” e viceversa. È chiaro che non entrano in gioco, qui, le categorie di “giusto” e “sbagliato”: è così e basta. Ma è altrettanto chiaro che ostinarsi ad interpretare una visione del mondo e un sistema di pensiero con categorie che  non gli appartengono è, prima ancora che metodologicamente scorretto, fuorviante. Per farmi capire meglio soprattutto dai non-credenti, mi aiuto con due citazioni, una di un cattivo maestro “di sinistra” (Karl Marx), e una di un cattivo maestro “di destra” (Julius Evola): «la religione è l’oppio dei popoli», dice il primo; «la religione è un’equazione personale», dice il secondo. Entrambi, in buona sostanza, intendono dire che la religione è ciò che, edificando un panorama interiore spesso monadico, giustifica i sogni e talvolta i deliri di una persona. Tocca quel panorama e avrai scatenato l’inferno.

Ma torniamo a Parigi, anzi proprio a “Charlie-Hebdo”. Chi mi conosce sa che ho chiuso i conti con la religione cattolica qualche decennio fa, e che non ho simpatia per i monoteismi. Ma ho trovato certe vignette di “Charlie-Hebdo” in chiave anti-cattolica, anti-islamica e anti-giudaica semplicemente insultanti oltre che di pessimo gusto. E insultare il credo altrui (religioso, politico, persino calcistico — ideologico insomma) per me non è satira né ironia: mai e in nessun caso. È evidente che rispondere a una vignetta con un kalashnikov è eccessivo: ma sbeffeggiare in modo blasfemo una religione è stupido oltre che controproducente.

Attenzione, però: quello che ho detto fin qui vale soltanto ammettendo che il commando autore dell’attacco alla sede di “Charlie Hebdo” sia espressione autentica del pensiero e della cultura islamica — cosa che io non credo e che nessuno mai riuscirà a farmi credere. La conoscenza diretta e personale che io ho del pensiero islamico mi impedisce di considerare i fatti di Parigi come naturale declinazione della Weltanschauung islamica — a meno che non si voglia credere, come suggeriscono certi imaginifici segretari di partito, che siamo circondati da milioni di musulmani desiderosi soltanto di abbeverarsi alla nostra giugulare tranciata da uno yatagan. (Il che mi fa venire in mente un episodio di parecchi anni fa: passeggiavo tranquillamente col mio cane di allora — l’indimenticata indimenticabile Sissi, regale pastorella tedesca — quando dal marciapiede opposto una signora mi gridò «Sì, sì, vada in giro con quella bestia lì, lei, che una mattina o l’altra si sveglierà sgozzata!»).

Perché anche in questo caso delittuoso la prima e più fondamentale domanda che bisogna porsi è solo una, ed è questa: «Cui prodest?» — a chi giova?

Già: a chi giova, ovvero chi trae vantaggio da quello che è successo a Parigi? Posto infatti che l’evento ha provocato ovunque il dilagare di un’islamofobia di ritorno e in Francia focolai di rigurgiti anti-islamici, c’è da chiedersi se il mondo islamico nel suo complesso non ci avrebbe guadagnato a star zitto anziché alzare così tanto la voce e la mira. Ho visto dietrologie e complottismi in quantità, in questi giorni, spuntare come funghi da un terreno umido di sangue e bava. Ma poiché, come scriveva nel 1848 Carlo Cattaneo ripetendo un detto antico, “la cronologia è l’occhio della storia”, preferisco elencare alcuni dati oggettivi che è comunque possibile interpretare, e ai quali non voglio (né potrei) aggiungere altro:

1) il 3 ottobre 2014, il governo di centro-sinistra della Svezia del neo premier Stefan Lofven annuncia il riconoscimento dello Stato di Palestina, diventando così il primo grande Paese europeo a farlo;

2) il 14 ottobre 2014 la Camera dei Comuni britannica approva una mozione, presentata dal deputato laburista Graham Morris, che chiede il riconoscimento dello Stato palestinese, scatenando tensioni con Israele;

3) il 30 ottobre 2014 avviene la formalizzazione del riconoscimento della Palestina come Stato da parte di Stoccolma, provocando la dura reazione di Israele;

4) il 18 novembre 2014 anche la Spagna approva all’unanimità una risoluzione per il riconoscimento dello Stato della Palestina, con la recisa disapprovazione di Israele;

5) il 2 dicembre 2014 tocca alla Francia approvare la mozione di riconoscimento dello Stato palestinese, irritando duramente Israele;

6) il 17 dicembre 2014 il Parlamento europeo adotta una risoluzione con cui si sostiene il riconoscimento “in linea di principio” della Palestina come Stato, con i confini del 1967. Nella stessa giornata, condannando la decisione del Parlamento europeo il premier israeliano Netanyahu accusa l’Europa di non aver imparato nulla dalla Shoah e denuncia l’ipocrisia europea.

7) il 31 dicembre 2014 il presidente palestinese Abu Mazen firma lo statuto di Roma per aderire alla Corte penale internazionale (Cpi), e il premier israeliano Netanyahu annuncia in risposta l’adozione di misure drastiche;

8) il 2 gennaio 2015 la Palestina presenta ufficialmente all’Onu la domanda di adesione alla Corte penale internazionale;

9) il 3 gennaio 2015 Israele blocca il trasferimento di 500 milioni di shekel (127 milioni di euro circa) da Israele a Ramallah per dazi doganali, provocando, il 5 gennaio, una reazione di condanna da parte degli Stati Uniti;

10) nelle prime ore del 7 gennaio 2015 il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon annuncia che la Palestina accederà alla Corte penale internazionale dal primo aprile 2015; nella tarda mattinata, la redazione del periodico satirico “Charlie Hebdo” è oggetto di un attacco terroristico;

11) l’8 gennaio 2015 il premier israeliano Benyamin Netanyahu dichiara che ad attaccare l’Europa e Israele sono le «stesse forze», e che «Israele è a fianco dell’Europa. L’Europa deve essere a fianco di Israele».

I fatti, a volte, significano più di mille discorsi.