ENPA Torino e il raid degli intoccabili

Gli “ismi”, insegnava Franco Bonesi (mio compianto docente), hanno sempre una connotazione negativa: «prendete il sostantivo da cui derivano», diceva, «e vedrete che l'”ismo” corrispondente denota un peggioramento, una corruzione del concetto stesso».

“Conformismo” non sfugge a questa regola: anzi, reca in sé una dis-qualità particolarmente mortifera — è vischioso. Uso questo aggettivo nel senso in cui lo usa Jean-Paul Sartre nel suo L’Etre et le Néant (L’Essere e il Nulla): «[…] la vischiosità si rivela
subito come simbolo di un antivalore; cioè di un tipo di essere non realizzato, ma minaccioso, che assilla la coscienza come il pericolo costante che essa fugge e, con questo, trasforma subito il progetto di appropriazione in progetto di fuga» (al tema Sartre dedica molte dense pagine, che mi è impossibile compendiare qui).

“Conforme”, come sappiamo, non è di per sé una brutta parola: propriamente, significa “che ha la stessa forma di…”, “concorde con…”, “rispondente a…”. Indica una corrispondenza fra due cose, suggerisce un parallelo, evoca l’ordine implicito nel concetto stesso di “forma”, rimanda a un’armonia. Nel senso usuale del termine, il conformismo superficiale — quello delle mode, dei trend (come si usa dire) e delle consuetudini — non è poi tanto dannoso se lo si mantiene entro ragionevoli limiti: serve a mantenere quel minimo di coesione sociale che contribuisce alla pratica di una tranquilla convivenza, regolata sulle basi più elementari della quotidiana condivisione di una koiné a tutto campo.

Ma il conformismo profondo, il conformismo delle idee, quello sì che è dannoso: giorno dopo giorno rosicchia il buon senso, il senso di realtà, il senso critico, la capacità di ragionare con la propria testa, la forza di chiamare le cose con il proprio nome, l’orgoglio doloroso di testimoniare ciò che si sa per averlo visto con i propri occhi. Questo è il conformismo vischioso, tenace, che risucchia e inghiotte come le sabbie mobili, cancellando l’individuo come se non fosse mai esistito. Ed è questo il conformismo da cui bisogna guardarsi.

Fin qui, ho fatto filosofia. Adesso dismetto i panni della studiosa e scendo in strada: in via Germagnano, a Torino, dove nella notte fra il 20 e il 21 maggio l’ambulatorio dell’ENPA (Ente Nazionale Protezione Animali) è stato completamente distrutto da un raid. Lascio la parola a un cronista:

Le immagini in questo caso dicono più di mille parole. Quanto avvenuto nella notte nella sede dell’ambulatorio sociale Enpa di via Germagnano è un fatto gravissimo, forse “annunciato” – come dicono i gestori – dai continui attacchi subiti dal canile negli ultimi anni, ma che sicuramente avrà ripercussioni che rischiano di essere letali. E’ stato tutto, o quasi, distrutto e i danni sono stati stimati in non meno di 100 mila euro, un cifra altissima per una struttura che va avanti grazie agli aiuti della gente e all’apporto dei volontari.

Porte sradicate, computer, stampanti, apparecchiature elettroniche e medicali distrutte, gabbie rovesciate con gli animali all’interno e documenti mischiati tra loro e dispersi nelle varie sale. A questo si aggiunga che molti tubi sono stati letteralmente strappati dai muri causando allagamenti in diverse zone della struttura.

Il canile ora punta il dito verso i responsabili di questo scempio: sarebbe stato un gruppo di una trentina di persone, tra cui ci sarebbe anche qualche minorenne. Ma per l’Enpa di via Germagnano la colpa non è solo di chi materialmente ha distrutto tutto, ma anche di chi avrebbe dovuto evitare che accadesse, visti i continui campanelli d’allarme lanciati dall’ente stesso.

“Questo vero e proprio attentato alla tutela degli animali – dicono -, è il simbolo di una città che, mentre ridimensiona e centellina servizi previsti e garantiti dalla legge, abdica ai rom con milioni di euro spesi in permissivi mediatori culturali, disprezzata assistenza sanitaria nei campi, inefficaci cooperative di sostegno, inutile personale di vigilanza, continue ristrutturazioni di ciò che essi distruggono, con quotidiani interventi di vigili del fuoco. Le forze dell’ordine intervengono solo per verbalizzare i danni, osservando la quotidiana proliferazione di nuovi insediamenti abusivi e ritornando il più presto possibile al sicuro dei propri comandi”.

Parole dure dette da chi sa che ora ricostruire tutto sarà difficile. La voglia di andare avanti non è mai mancata in via Germagnano, ma la lotta continua con il campo rom non è mai cessata. L’Enpa ha così annunciato che nei prossimi giorni evacuerà la struttura, complice il fatto che “le autorità preposte non sono in grado di garantire l’ordine pubblico né l’integrità della struttura e degli eventuali ennesimi ripristini, né la sicurezza a dipendenti, volontari ed animali ospiti”. “Il futuro – concludono dall’Enpa – dipenderà da atti concreti e non dalle parole del buonismo politicamente corretto”.

Cose così, lo capite, fanno ribollire il sangue. E quando ho letto la notizia, stamattina, ho pensato che quella di oggi sarebbe stata una giornata di fuoco, per gli attivisti animalisti/antispecisti (A/As) di tutta Italia: ci sarà una mobilitazione, ho pensato, presidi, sit-in, tweet-storm, mail-bombing, pagine Facebook — qualcosa del genere, insomma.

Invece no. Invece, niente. Il nulla. Il silenzio. Sui social, le bacheche di tanti (vorrei dire “troppi”) miei contatti animalisti/antispecisti hanno taciuto con pervicacia inquietante, proprio come tanti media in video e su carta. E temo anche di aver capito perché (ma vorrei sbagliarmi).
In tanti, in troppi, dicevo, hanno taciuto perché i responsabili dello scempio di via Germagnano a Torino sono, ormai è assodato, i rom del vicino campo nomadi. E in Italia, oggi, contestare qualcosa ai rom non si può: lo fanno soltanto i razzisti in ogni loro possibile declinazione, e nessuna persona per bene vorrebbe mai essere assimilata a questa sulfurea categoria. Così, questo inqualificabile atto di violenza condannabile senza appello, questo vulnus inaudito alla sicurezza di una città solida e antica come Torino è stato passato sotto silenzio: sotto complice, criminale silenzio perché i colpevoli rientrano in una categoria così protetta da risultare, di fatto, semplicemente intoccabile, applicando un esiziale razzismo alla rovescia che non porta né porterà mai nulla di buono.

Certo dirlo è scomodo, e si rischia; ma rischierei di non riuscire più a guardarmi allo specchio, la mattina, se non trovassi il coraggio di dire cose politicamente scorrette. Perché è questo tipo di silenzio l’esito del conformismo vischioso di cui dicevo prima: quel conformismo che paralizza, che lascia fare, che piega la schiena e chiude gli occhi per non far dolere il cuore — anche se il cuore, a questo punto, forse è già come il ghiaccio nel petto di Kay (ricordate Andersen e la sua Regina delle Nevi?).

Quel conformismo racchiude la piaga del buonismo, del politicamente corretto, della tolleranza untuosa: non è detto che i suoi adepti ne siano pienamente consapevoli, naturalmente; ma questo significa soltanto che il lavaggio del cervello ha funzionato alla perfezione, instillando capillarmente negli individui e nelle istituzioni la bontà «che derideva il Nietzsche:“…in verità derido l’inetto che si dice / buono, perché non ha l’ugne abbastanza forti…”».

Tutti quei miei troppi contatti taciturni sono fieramente antirazzisti e diffusamente “anti-“. Alcuni mi pare quasi di vederli, increduli e sgomenti di fronte a questa enormità che mette in subbuglio le loro quiete certezze sulla granitica dicotomia bene/male sottesa all’edificio delle loro sincere convinzioni. E infatti ho assistito a performance che avrebbero imbarazzato anche il free-climber più audace: “non ne parlo perché voglio prima capire bene che cosa è successo”, “sembra che sia stata un’idea di Salvini per giustificare le misure contro i rom”, “con tutti i soldi che ha l’ENPA non si cura di mettere un custode notturno?” e altre tristi e triste amenità che vi risparmio.

Ho cominciato ad interessarmi di questi temi quasi quarant’anni fa. E ricordo che già allora una gentile vecchietta che si occupava attivamente di canili e laboratori lamentava la sterile frammentazione delle realtà animaliste cittadine, colpevoli (a suo dire) di coltivare ognuna il proprio orticello e di farsi la guerra finendo spesso per sfruttare, ancora una volta, proprio quelle creature che a parole dicevano di voler salvare… Quarant’anni fa. Mi pare che non sia cambiato niente. Mi pare che qui, nonostante ci siano di mezzo tanti animali, il generoso impegno dei volontari e le fatiche di molti anni, prevalgano il timore di esporsi e la sorda, strisciante rivalità che — gira gira — emerge sempre a tutti i livelli e in tutte le sfaccettature della complicata galassia A/As.

Trovo tutto questo infinitamente desolante: c’è di che tirare i remi in barca e lasciare che Kali imperversi, perché le cose vanno come devono andare. Ma non ci riesco: gli animali non umani meritano di più e di meglio, e non sarò io a strumentalizzarli per il mio tornaconto o a barattarli per una quiete che assomiglia troppo a quella della morte.

4 Comments on ENPA Torino e il raid degli intoccabili

  1. L’altra mattina, un mio amico commentava “siamo alla guerra tra poveri”.
    Ma il punto, qui, non riguarda i Rom in quanto tali: riguarda l’incapacità di operare dei distinguo.

  2. Ma non è l’esistenza stessa dei campi rom la dimostrazione della barbarie del mondo occidentalcapitalista nei confronti di una minoranza perseguitata da secoli in Europa?
    Una minoranza che non è riuscito a sterminare come Tasmaniani, Aztechi ed Inca o mettere a tacere come Taureg e Indiani d’America o ad incravattare come le civiltà contadine.

Leave a comment

Your email address will not be published.

*