24 maggio 1915: l’Italia entra in guerra

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Alle 2 dopo mezzanotte di lunedì 24 maggio una compagnia di bersaglieri ciclisti, partita da San Pietro al Natisone, si dirigeva verso Caporetto — le poche truppe austriache a presidio della valle dell’Isonzo si erano ritirate sui monti per apprestarvi le necessarie opere difensive. Alle 4 del mattino, il primo colpo di cannone della guerra squarcia il silenzio: è italiano ed è stato sparato dal forte Verena, posto sulla sommità dell’omonimo monte, a 2.019 metri d’altezza — il forte, sulla linea di confine col Trentino austriaco, era stato progettato in funzione difensiva contro l’Austria-Ungheria già nel 1910:quando, benché la Triplice Alleanza fosse stata rinnovata ancora una volta, l’Italia già avviava trattative segrete con la Triplice Intesa.
All’alba, l’esercito italiano varca la frontiera sul fiume Isonzo e dà ufficialmente inizio alle ostilità con l’esercito austro-ungarico. Alle 4 e 30, sul monte Kolovrat, un proiettile sparato dai gendarmi austriaci di guardia lungo il valico di Solarie centra in piena fronte un giovane alpino del Battaglione Cividale, uscito di pattuglia al comando del capitano Della Bianca: aveva 19 anni e mezzo, veniva da Udine e si chiamava Riccardo Di Giusto. È il primo caduto italiano della Grande Guerra

Lo stesso lunedì 24 maggio, l’imperatore Francesco Giuseppe così proclamava “ai suoi popoli” in un manifesto:

«Il Re d’Italia mi ha dichiarato la guerra. Un tradimento di cui la storia non conosce l’esempio fu consumato dal Regno d’Italia contro i due alleati, dopo un’alleanza di più di trent’anni, durante la quale l’Italia poté aumentare i suoi possessi territoriali e svilupparsi ad impensata floridezza. L’Italia ci abbandonò nell’ora del pericolo e passa con le bandiere spiegate nel campo dei nostri nemici. Noi non minacciammo l’Italia; non minacciammo la sua autorità; non toccammo il suo onore e i suoi interessi. Noi abbiamo sempre fedelmente corrisposto ai nostri doveri di alleanza; e la abbiamo assicurata della nostra protezione quando essa è scesa in campo. Abbiamo fatto di più; quando l’Italia diresse i suoi sguardi bramosi verso le nostre frontiere, eravamo decisi, per conservare le nostre relazioni di alleanza e di pace, a grandi e dolorosi sacrifici che toccavano in modo particolare il nostro paterno cuore. Ma la cupidigia dell’Italia, che ha creduto di poter sfruttare il momento, non era tale da poter essere calmata. La sorte dove così cambiarsi. Durante dieci mesi di lotte gigantesche nel più fedele affratellamento d’armi dei miei eserciti con quello dei miei augusti alleati abbiamo vittoriosamente tenuto fermo contro il potente nemico del nord. Il nuovo perfido nemico del sud non è un avversario sconosciuto […] noi difenderemo vittoriosamente le frontiere della Monarchia anche verso il sud. Io saluto le mie truppe vittoriose e agguerrite e confido in esse e nei loro condottieri. E confido nel mio popolo il cui spirito di sacrificio senza esempio merita il mio più profondo ringraziamento. Prego l’Onnipotente che benedica le nostre bandiere e prenda la nostra causa sotto la Sua benigna protezione».

(tratto da Grigioverde rosso sangue. Combattere e morire nella Grande Guerra del 15-18)

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