La Santa Sede alla Biennale di Venezia: quando “estetica” non fa rima con “etica”

Pubblicato ieri sera al volo: https://www.facebook.com/notes/alessandra-colla/la-santa-sede-alla-biennale-di-venezia-quando-estetica-non-fa-rima-con-etica/440155012835644?pnref=story

Ma per chi non avesse Facebook, ecco il testo.


 

Apprendo adesso che anche quest’anno la Santa Sede partecipa alla Biennale di Venezia con un Padiglione ispirato al Nuovo Testamento. Nella “Presentazione del progetto artistico” leggo testualmente:

 

Tre gli artisti, tutti giovani, di diversa provenienza, esperienza, visione etica ed estetica, chiamati a dare corpo all’idea evocata nel Prologo del Vangelo di Giovanni.

(…)

La ricerca della giovane macedone, Elpida Hadzi-Vasileva, fonde abilità artigianali, conoscenze scientifiche e una potente visione estetica. Per il Padiglione ha progettato un’istallazione monumentale, architettonica, il cui “tessuto”, quasi una pelle, un manto, accoglie il visitatore in una dimensione fisica e simbolica ad un tempo. Realizzato con materiale organico di scarto, in un tragitto che dal ready-made conduce al re-made, l’artista crea un drappo che è insieme ricamo e superficie, presenza fisica e trasparenza, strumento di suggestione e sorpresa.

 

Accidenti, dice uno, che roba. Che brava che dev’essere ‘sta ragazza. Poi però sente il servizio del tiggì e scopre che il “materiale organico di scarto” consiste in resti di animali macellati inutilizzati recuperati dai mattatoi.

Io, a questo punto, non so che dire. Più ancora, non so cosa passa per la testa di questa figliola disturbata; né cosa passa per la testa della curatrice Micol Forti, che attribuisce all’artista “una potente visione estetica”; né, da ultimo, cosa passa per le teste inzucchettate delle alte gerarchie vaticane.

Ma non posso fare a meno di ricordare il discorso che papa Pio XII tenne ai lavoratori del mattatoio romano il 17 novembre 1957 (lo menziono spesso e credo sia una lettura sempre assai istruttiva), in particolare là dove dice (cito testualmente, e l’originale, per chi lo desiderasse, è qui):

Cerchiamo dunque di penetrare — con lo sguardo dello spirito — nel luogo del vostro lavoro. Entriamo nel mattatoio. Ecco : nelle tettoie di sosta temporanea gli animali, ignari della loro sorte, attendono di essere portati nella sala di macellazione. Vi giungono, e subito (ci grava il dirlo) vengono abbattuti e sottoposti alle varie operazioni di scoiatura, di sventratura e di visita. Passano alcuni minuti — non più di quindici o venti e già l’animale è stato ridotto in quarti o « mezzene » di carne. Certo la scena, che or ora abbiamo tentato di descrivere, non è di quelle che vengono offerte alla vista di tutti; errerebbe però chi stimasse riprovevole l’uccisione degli animali necessari per il nutrimento degli uomini. La vostra opera, diletti figli, è dunque giusta e — a certe condizioni — meritoria. Tutto infatti è stato creato da Dio : gli uomini, gli animali, le piante, le cose; e per conseguenza tutto a servizio di Lui deve essere usato.

(…)

Ma l’uomo, per servirsi degli animali, deve spesso — purtroppo — farli soffrire, deve spesso ucciderli; nulla è dunque per sè di riprovevole in questo. Certamente dovranno essere ridotte al minimo le sofferenze, interdette le inutili crudeltà (abbiamo letto, per es., che nel mattatoio si ha particolare cura che il bestiame vivo non si incontri con coloro che trasportano le carni), ma non vi è nemmeno posto per ingiustificati rammarichi. I gemiti delle bestie abbattute e uccise per giusto motivo non dovrebbero destare una tristezza maggiore del ragionevole, mentre non ne procurano i colpi del maglio sui metalli roventi, il marcire dei semi sotterra, il gemere dei rami al taglio della potatura, il cedere delle spighe all’azione dei mietitori, il frumento che viene stritolato nella macina da mulino.

 

Non riesco ad aggiungere altro, al momento. Ma sono sempre più convinta delle mie scelte passate e presenti. E sempre più schifata.

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