10 dicembre: Giornata per i diritti degli animali. E i nostri doveri?

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Oggi, 10 dicembre, si celebra la Giornata internazionale per i diritti animali.

Che gli animali abbiano dei diritti, e che questi diritti vadano riconosciuti e rispettati, era già stato sancito nel 1978 dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’animale; che questi diritti siano ben lontani dall’essere applicati, e quanto quella Dichiarazione sia disattesa, è sotto gli occhi di tutti.

Eppure, nel 1978, a me sembrò di assistere a una grande conquista. Avevo cominciato a intuire la vertiginosa portata del problema soltanto quattro anni prima, nel 1974, quando avevo comprato su un banchetto in centro città il fondamentale Imperatrice nuda di Hans Ruesch. Lessi quel libro d’un fiato. Lo lessi piangendo, infuriandomi, disperandomi — incredula e sgomenta di fronte a tutto quell’orrore che era soltanto, come avrei scoperto, soltanto la punta di un iceberg. Così, quando nel 1978 fu proclamata la Dichiarazione pensai anzi credetti ingenuamente che il problema immenso e straziante della sofferenza incommensurabile inflitta dall’uomo agli animali fosse finalmente in via di risoluzione. Superfluo dire che m’ingannavo.

Di cammino ne è stato fatto parecchio, da allora; e certamente abbiamo raggiunto traguardi inimmaginabili dal polemista Philip Stubbs (per esempio), che nel 1583 denunciava le violenze contro gli animali chiedendosi quale motivo di divertimento potesse mai trovare «il cuore di un buon cristiano» nel contemplare la sofferenza «di una povera bestia» (di questo e d’altro parlo qui).

Eppure di cammino c’è da farne ancora, e molto e difficile e non adatto a tutti, partendo da una domandina semplice semplice: gran bella cosa i diritti degli animali, ma quali sono i nostri doveri?

È questo il punto dolente di tutta la faccenda: non basta attribuire diritti a un soggetto, ma è anche necessario assumerci il dovere di farli applicare e tutelare il soggetto. Perché ancor prima di interrogarci dottamente sui diritti degli animali, sulla loro dimensione assiologica, sul panorama epistemologico, sulle posizioni ontologiche eccetera occorre prendere atto di una verità elementare e proprio per questo costitutivamente ineludibile: infliggere sofferenza è sbagliato. Da qualunque punto di vista si voglia guardare la cosa, è sbagliato. La nostra specie è l’unica che non soltanto si compiace della violenza e del dolore altrui, umani e non-umani, ma ne trae piacere (ometterò qui di soffermarmi sulle psicopatologie sessuali; e non mi si venga a citare il trito esempio del gatto-che-gioca-col-topo, per cortesia, perché gli insulti all’intelligenza non sono graditi).

In questa prospettiva, non è rilevante che Tizio torturi/uccida un animale perché Cartesio glielo consente e che Caio cerchi di impedirglielo perché così gli insegna Singer: l’importante è che Tizio non torturi/uccida l’animale a prescindere, ovvero perché sa/sente/ha imparato che è sbagliato farlo; o in alternativa che Caio possa impedirglielo radicalmente ed efficacemente.

Questo è l’unico obiettivo da perseguire, al di là delle discussioni, dei dibattiti, delle ripicche e delle frammentazioni che travagliano la variegata galassia animalista. Se davvero si vuole che i diritti degli animali vengano rispettati e fatti rispettare, occorre prima di tutto farci carico dell’unico dovere che ci compete: tutelare gli altri viventi proprio grazie alla nostra posizione nel cosmo (direbbe Scheler), consapevoli che i guasti all’ecosistema e la messa a rischio della biosfera nella sua totalità sono tutti, nessuno escluso, conseguenza dei nostri comportamenti errati; e, come corollario, evitare tutto ciò che può rallentare il perseguimento di questo obiettivo, muovendoci su piani diversi: cercando un punto d’incontro anziché molti punti di scontro; mettendo da parte i personalismi; rinunciando alla dicotomia intellettualismo/attivismo…

La strumentalizzazione delle istanze animaliste è già in atto, ed è funzionale al mantenimento dello statu quo: in particolare, l’offerta crescente di ristoranti vegani, prodotti vegani, riviste di cucina vegana eccetera tende alla normalizzazione della scelta non-carnista, riducendola a una questione di mero salutismo antropocentrista da un lato, e dall’altro spogliandola della sua valenza rivoluzionaria. L’obiettivo è l’integrazione a livello socioculturale e quindi la domesticazione (siamo tutti animali) del diverso: tutelando questa minoranza umana ci si arroga il diritto di continuare a opprimere la maggioranza non-umana attraverso concessioni più o meno significative che danno all’animalista l’illusione di essere ascoltato e quindi di poter influire incisivamente sulla società. (Che è poi il meccanismo che diede origine alle scissioni storiche in seno al partito socialista italiano del primo Novecento, e che portò poi alla fondazione del partito comunista, e che… ma questa è un’altra storia). Le dinamiche del potere sono sempre le stesse; come le dinamiche della resistenza.

Sì ai diritti degli animali, dunque; ma soprattutto sì ai nostri doveri: l’assunzione di responsabilità è scelta e progetto. Forse sta davvero tutta qui la differenza con i non-umani. Sfruttiamola costruttivamente.

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