Ma non siamo il centro di tutto

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Dagli Stati Uniti arriva la bella notizia: i reati contro gli animali entreranno nel mirino dell’Fbi.

Non in quanto tali, naturalmente: ma perché la violenza contro gli animali è prodromo ineludibile della violenza contro gli umani.

Il collegamento fra i due tipi di violenza è antico: nel I secolo a.C. Ovidio ammoniva che «La crudeltà verso gli animali è tirocinio della crudeltà contro gli uomini». La presa di coscienza statunitense è un tantino tardiva, per così dire, ma apprezzabilissima: soprattutto perché è da un par di millenni che qua e là si levano voci purtroppo isolate a condannare quella violenza, e vedere che finalmente qualcosa (forse, speriamo) si muove in questo senso è di qualche conforto.

Mi ripeto: il punto, però, è che il motivo fondante per cui una struttura importante come l’Fbi ha deciso di dedicare tempo e risorse allo studio del preoccupante fenomeno sta precisamente in questo: si comincia torturando e ammazzando animali, e si finisce torturando e ammazzando persone. Dunque il fine ultimo degli sforzi istituzionali è la prevenzione/repressione/eliminazione dei crimini contro le persone. Laddove, a mio personalissimo avviso, sarebbe invece il caso di prevenire e punire i crimini contro gli animali proprio in quanto tali: perché la crudeltà contro gli animali è un crimine in se stesso, e non abbisogna di giustificazioni etiche antropoverse (neologismo, direi). Tanto più che l’animale è l’unico vivente al quale si possa applicare il concetto di innocenza.

Va da sé che in quest’ottica, per esempio, andrebbero perseguiti penalmente anche i comportamenti violenti messi in atto dagli addetti all’allevamento e alla macellazione degli animali: il che comporterebbe, suppongo, una serie di problemi a livello sociale e soprattutto culturale il cui superamento sarebbe, a tutti gli effetti, un’autentica rivoluzione — il perché dovrebbe esser chiaro a tutti. Siamo pronti?

 

 

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