Si fa presto a dire “gogna”

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In quasi quarant’anni che scrivo, credo di aver usato parecchie volte l’espressione “gogna mediatica”, ma credo anche di non averne mai compreso appieno il senso fino all’altra sera.

Era venerdì, e mentre facevo compagnia a mia madre che guardava un noto «programma di approfondimento giornalistico dedicato ai casi irrisolti della cronaca recente» mi è venuta l’idea peregrina di andare a vedere su Twitter che cosa scrivessero di bello i fan della trasmissione, che nella stessa godono di uno spazio tutto per loro.

Non è stata una buona idea. Ho letto decine di tweet, incredula: al netto di qualche frase sensata o pertinente, la quasi totalità dei messaggi trasudava — no, grondava astio, livore, risentimento, Schadenfreude e in una parola malvagità. Ne ho trovato riscontro anche sulla pagina Facebook della medesima trasmissione.

Dunque in questa nostra bella (?) patria del diritto, in cui si sbandiera ai quattro venti la sacrosanta presunzione d’innocenza, questi comitati di salute pubblica telematici son lì a insaponare corde e affilare mannaie per fare giustizia di quelli che nel loro foro interiore hanno già processato giudicato e condannato al linciaggio.

Sulle prime mi erano venute in mente le tricoteuses della Parigi post-1789: sapete, quelle brave massaie che univano l’utile al dilettevole sferruzzando in Place de Grève all’ombra di Madame la Guillotine, preoccupate soltanto che gli inevitabili schizzi di sangue non andassero a macchiare il loro onesto lavoro. (Sto giocando a fare la reazionaria: la leggenda ha oscurato la storia, e gli eccessi, anche i più ributtanti, sono una pratica notoriamente trasversale).

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Ma poi mi son detta che il paragone non era giusto: le tricoteuses erano parziale espressione della confusa rivalsa di una plebe vessata da secoli, mentre gli orrendi individui che dal buco della serratura televisiva sbirciano morbosi le umane debolezze di alcuni presunti colpevoli sono espressione soltanto della propria pochezza ontologica ed etica, specchio di una società degradata che si avvia (non abbastanza celermente, a mio avviso) verso la dissoluzione.

Dietro i loro fantasiosi nickname e i loro avatar ricercati, le loro facce sono quelle della Salita al Calvario di Bosch, l’immagine d’apertura di questo post. Sono le facce di tutti gli aguzzini di ieri e di oggi. Sono le facce della crudeltà e dell’indifferenza verso ogni vita che non sia la propria, verso ogni specificità che non sia il proprio maledetto particulare. Ma soprattutto sono le facce dell’ignoranza e della beata stupidità di chi crede che la campana suoni solo per “gli altri”; e non sanno che oggi come oggi basta così poco per diventare, da carnefici, vittime alla gogna.

Nella fattispecie, penso al caso Bossetti. Se dovesse malauguratamente passare il messaggio che un’ipotesi di lavoro costruita in laboratorio vale più dell’evidenza fattuale, nessuno potrà più dirsi al sicuro; nessuna eccezione sarà più ammessa; nessun cavillo potrà più soccorrere lo sventurato impigliato nelle maglie di una giustizia sempre più ingiusta.

Ma questo i tricoteurs del Terzo Millennio non lo sanno. Probabilmente non sono neppure in grado di immaginare lo scenario, dal basso della loro condizione di bruti leopardiani. Eppure la ruota gira; forse imparerò a lavorare a maglia anch’io.

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