La strage degli innocenti e alcune considerazioni scomode (soprattutto una)

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I fatti di Caivano sono, probabilmente, uno degli episodi più sconcertanti mai accaduti nell’ex Bel paese, e non mi ci dilungo perché ne rigurgitano i media.

Personalmente, trovo inconcepibile che vedendo il male non lo si impedisca: in particolare, da donna e madre non riesco a capire come una madre possa chiudere gli occhi di fronte a una qualsiasi violenza inflitta ai figli. Questa è una perversione che attiene solamente alla nostra specie, poiché “in natura” (ovvero in quel che resta dell’universo non-umano) ogni madre si batte fino alla morte per salvaguardare la prole: e mi sembra abbastanza evidente che si tratti di una perversione indotta dalla cosiddetta “civiltà”, ovvero da quel processo lungo alcune migliaia di anni nel corso dei quali si è venuta strutturando una società patriarcale poi aggravata dal monoteismo, il cui esito è stato la ri(con)duzione del femminile in tutte le sue forme a una dimensione subordinata e dipendente dal maschile. Detto così fa un po’ slogan femminista d’antan, ma girarci attorno è un inutile spreco di tempo.

Dopodiché, dirò alcune cose scomode — in cauda venenum.

a) Una è vagamente lombrosiana: ma non posso farci nulla se non sono riuscita a scorgere, sui volti di tutti gli implicati direttamente o indirettamente nella nota vicenda, neanche un barlume di quella scintilla divina che Meister Eckhart sosteneva dovesse rilucere in ogni essere umano. Al contrario, ho visto facce opache e persino fangose. Ho visto abbrutimento, indifferenza, fatalismo, rassegnazione. Ho visto donne che non sono diventate madri consapevolmente, e che non hanno accettato i figli responsabilmente; ho visto uomini schiavi del ventre, «dove risiedono tutti i mali» diceva Epicuro. Ho visto male?  Non so se si tratti di comportamenti acquisiti e cristallizzati nel corso di generazioni, o del frutto di una condizione di degrado etico e ambientale diffuso. Certo ne ho ricavato l’impressione di una categoria antropologica sui generis.

b) L’altra è che l’espressione «infanzia adultizzata» utilizzata dal procuratore capo di Napoli Francesco Greco, ripresa da Corrado Augias e non so perché duramente stigmatizzata, mi sembra calzare tristemente a pennello; la spiegazione per cui «una fotografia in posa da “adulta” per una bambina non è altro che il desiderio di somigliare ai modelli imposti dai media, dalla televisione, dai ragazzi e dalle ragazze di Maria De Filippi, dalle Veline, dalle divette locali del neomelodico, dalle ballerine del sabato sera» mi suggerisce soltanto che i media impongono modelli sbagliati — ma i media non sono entità aliene, i media siamo noi; e mi fa ripensare ad alcuni episodi dei quali sono stata testimone diretta.
1) In una gelateria. Ero con mio figlio, quando è entrata una bimba sua coetanea (7-8 anni) insieme alla madre. Tralascio di descrivere l’abbigliamento di quest’ultima e mi soffermo su quello della bambina: un top che lasciava scoperto il pancino e jeans a vita bassa dai quali spuntava un tanga di pizzo nero.
2) In farmacia, un paio d’anni fa, ho incontrato una conoscente che mi ha mostrato orgogliosa la figlioletta di neanche tre mesi con i capelli acconciati da brushing e gel.
3) Dalla parrucchiera, l’anno scorso. Entra una madre con bambina al seguito, in età pre-scolare, da “fare bella” in occasione di non so quale ricorrenza: l’infelice si è ritrovata con i capelli stirati a piastra e le mèches.
4) Brandelli di conversazione al cellulare, per strada: «… allora, guarda che l’asilo chiude alle nove e un quarto, i vestiti di *** te li ho lasciati sulla sedia, prima falle fare colazione però… e mi raccomando la gonnellina di jeans, che è più sexy».
Fatemelo sapere, se vi sembra normale.

c) L’ultima cosa, infine, è che l’opinione pubblica al completo è rimasta indignata da un dato: i bambini non soltanto non sono stati considerati nella loro dimensione psicologica e biologica, ma sono stati addirittura assimilati a cose, a oggetti. Nessuno dei loro carnefici sembra essersi dato pena dell’inevitabile sgomento che questi innocenti (etimologicamente: “che non nuoce”, “senza malizia”) devono aver provato nell’attimo in cui veniva loro inflitto un male (interiore ed esteriore) incomprensibile e non collocabile nelle categorie mentali dei bambini.
Ma quello è lo stesso sgomento di chiunque subisca un male, un danno parziale o totale alla propria integrità di essere vivente senza saperne o poterne capire il perché; è il medesimo sgomento di tutti i senzienti non-umani (ben oltre 150 miliardi ogni anno) che la specie umana macella irresponsabilmente per nutrirsi in modo scorretto, curarsi in modo inadeguato e provvedere in modo anti-etico ai suoi bisogni perlopiù indotti e non primari; è lo sgomento di chi si vede strappare in modo atroce e senza ragione l’unica cosa che possiede, l’unico bene — la propria vita.
Indignatevi anche per questo, se non volete restare sullo stesso piano dei condòmini di Parco Verde.

 

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