Storie di ordinaria ottusità

Sabato scorso ho assistito alla presentazione di un libro bello e terribile:

L’autrice è Annamaria Manzoni, psicologa e psicoterapeuta ma soprattutto amica: conoscendola, posso solo immaginare quanta sofferenza possa esserle costata scriverlo. Per questo, sentendola esporre statistiche allucinanti nella loro asetticità o descrizioni sconvolgenti per la loro crudezza, sono rimasta piuttosto sorpresa nel constatare l’indifferenza e vorrei dire l’ottusità con cui parte dell’uditorio ha accolto le sue parole. Eppure Annamaria ha parlato di mattatoi, di sevizie e uccisioni come training per le giovani leve della malavita organizzata, di crudeltà mascherate da ricerca scientifica — tutte cose che per noi “addetti ai lavori” sono purtroppo una triste consuetudine, ma che per la maggioranza delle persone costituiscono una sgradevole novità.

Così, per esempio, a proposito della sofferenza dei pesci e di quell’orrore lecito che è la “pesca sportiva” (un assassinio per divertimento, in parole povere) è intervenuto qualcuno del pubblico: una signora, anzi la classica sciôra — chi è milanese mi capirà al volo, per gli altri dirò la tipica borghese benestante forte delle sue certezze e delle sue abitudini. Dunque costei se n’è venuta fuori: «allora noi che abbiamo appena regalato al nostro nipotino una canna da pesca dobbiamo sentirci in colpa?». A me è scappato un sonoro «direi!»; Annamaria, più diplomaticamente, ha suggerito di cambiare regalo.

Il pomeriggio è proseguito, concludendosi tutto sommato positivamente, in considerazione del tema piuttosto ostico per la sensibilità generale; la mia serata è continuata altrove, e caso vuole che al buffet di un evento abbia ritrovato la stessa sciôra del pomeriggio. La quale, appena mi ha visto, mi ha annunciato giuliva: «sono subito andata a mangiare quel buon salame lì», soddisfatta come se avesse rivendicato chissà quale diritto. 

Ecco, io mi chiedo che cosa ci sia nella testa e nel cuore di persone del genere; mi chiedo perché non riescano a stabilire una connessione; mi chiedo in cosa consista la profonda differenza fra loro e noi — laddove “loro” indica tutti quelli che non dedicano neanche un minuto del loro tempo e una sinapsi del loro cervello a interrogarsi sul senso dell’immensa diuturna mattanza nella quale siamo immersi quotidianamente; e “noi” abbraccia quanti, invece, di quella mattanza hanno fatto il centro della propria riflessione intellettuale ed esistenziale, e per questo non potranno mai più essere felici.

È davvero possibile cambiare? Cambiare la mentalità, la sensibilità, il mondo? O siamo soltanto meravigliosi utopisti? A volte non lo so. A volte mi prende lo scoramento. Poi mi ricordo che tutti, a modo nostro, siamo guerrieri: con i fatti e con le parole, tutti combattiamo per questa che mi sembra una delle poche cause per le quali valga la pena battersi. E, come tutti i guerrieri, non siamo destinati a cogliere i frutti delle nostre azioni (così insegna la Bhagavad Gita): ma combattiamo perché non sapremmo fare diversamente, e la posta in gioco è così alta che se non combattessimo non saremmo degni di vivere su questa terra, che indegnamente condividiamo con innumerevoli senzienti non-umani. E allora? Allora, si va avanti.

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