La corrida? Una tradizione di anime morte

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Insomma non c’è pace. Una torna a casa dopo 10 ore filate di lavoro in un ufficio senza aria condizionata con l’unico legittimo desiderio di svenire sotto la doccia e invece che ti trova? Messaggi di amici inviperiti per l’ennesimo sproloquio pro-corrida diffuso sui social. Sospiro, rimando lo svenimento (ma non la doccia) e poi, agostinianamente, prendo e leggo. E resto basita. Riporto qui sotto alcuni stralci (refusi compresi), così vi basite anche voi e non mi lasciate nello sconforto da sola.

Perfetto specchio dei tempi. Animalismo confuso con il buonismo da femminella Wasp (di quelle che manco l’eros…); amare gli animali significa rispettarli e rispettarli significa conoscerli anche come totem sciamanico e pure come proiezioni ancestrali di sé (come nel film Il cacciatore ad esempio). Non si tratta di proteggere l’animale come un bebé che non crescerà mai, bensì di entrare in connessione naturale e cosmica con esso in qualcosa che ci unisce e ci trascende. Questo è animalismo, l’altro è bamboccismo. Civiltà: esiste solo finché mantiene in sé la barbarie a cui si offre però luce e disciplina. Poi si chiama decadenza. Il terrore del sangue e della violenza, questo sdegno da eunuchi che si leva in mille occasioni, spiega solo come mai ci si lasci vessare e opprimere da tutti (da equitalia ai migranti). Chi s’indigna per la barbarie si merita tutto quel che gli capita e fin qui nulla di grave, se non fosse che diventa un disertore e un complice delle vessazioni altrui. ORA PARLIAMO DI COSE SERIE AL DI LA’ DELL’ARROGANZA DELL’IGNORANZA CON CUI ALCUNI SI PERMETTONO DI BOLLARE LA CORRIDA Non è uno scontro tra il toro e il torero Si tratta di un’azione rituale nella quale, rischia la pelle come accade solo nelle gare motociclistiche, per le quali occorre però molto meno coraggio. In una lunga linea tradizionale, il Torero sfida se stesso tramite il toro e compie per un’intera comunità il rito di confronto con la forza ctonia che, mediante la danza del toreare, viene armonizzata e attratta ad altezze di luce. Immagino che nessuno di quelli che ci scherzano su sia mai stato caricato da un vitello altrimenti resterebbe folgorato d’ammirazione verso i toreri. Che poi la corrida sia la continuità di tutto il nostro sostrato (dal Mito d’Europa allo stesso Eracle) oltre a rapprsentare la cultura iberica e che non possa non essere difesa e sostenuta se non si è profondamente mondialisti, immagino che non lo si sappia. Se non ci fossero più corride. Non ci sarebbero più tori allo stato brado, che si sarebbero estinti da secoli. Oggi ci sarebbe solo maschio da monta, chiuso in stalle e non libero di scorrazzare, la maggioranza di essi verrebbe invece castrato e tutti, poi, finirebbero al mattatoio. Che è la sola altrenativa al morire nell’arena. Non so voi ma io non esiterei nella scelta se fossi un toro. Tutto questo per dire che quelli che parlano contro le corride sono posseduti e manovrati da forze devastatrici, che per fare corrida bisogna amarlo il toro.

Ora, il viandante che in un giorno di luglio si trovasse a passare su Facebook e s’imbattesse nella nota che ho riportato, non potrebbe non rilevare da solo il cumulo di sciocchezze sesquipedali (questo è un eufemismo) ivi contenute, e pertanto non intendo sprecare neanche un minuto del mio poco tempo a ribattere punto per punto.

Mi limito a dire, ancora una volta e vorrei tanto che fosse l’ultima ma così non sarà e mi toccherà farmene una ragione — mi limito a dire, dunque, che qui non si tratta di destra o sinistra, categorie verminose che mi danno il voltastomaco come è giusto che avvenga al cospetto di un cadavere putrefatto.

L’animalismo, o per meglio dire l’empatia, è perfettamente trasversale come l’imbecillità, l’ignoranza e la malafede. Per esempio, conosco biechi fascisti (“fascisti di merda”, come graziosamente li apostrofa l’antifascistume nostrano) che zitti zitti portano avanti attivismo, liberazioni e impegno a favore degli animali in modo impeccabile; per esempio, conosco fior di antispecisti-antifascisti-contro-l’oppressione-e-lo-sfruttamento che non solo tollerano ma disinvoltamente appoggiano Israele nella sua politica genocidaria contro i nativi palestinesi. Senza contare torme di antifascisti specisti, speculari agli specisti fascisti… Continuate voi ad appiccicare etichette, se proprio volete. Io le cose ho imparato a distinguerle dall’odore.

Che poi è singolare che un’analoga appassionata difesa della corrida sia stata fatta a suo tempo e ripetutamente da uno come Ernest Hemingway, alcolizzato, cacciatore e pescatore ma soprattutto americano e antifascista, che certo non parlava di miti e forze ctonie, ma esprimeva comunque il medesimo concetto. Del resto, si diceva prima che certe cose sono trasversali.

Per quanto mi riguarda, ormai per me il mondo si divide in due sole categorie: quelli che sono empatici e quelli che non lo sono. Quelli che riescono a guardare agli altri animali come a individui, e quelli che non riescono a vederli se non come cose. Tutto il resto è accessorio e quindi superfluo. Ora, nello sproloquio di cui sopra, di empatia ce n’è meno di zero; e l’umano che non prova empatia si è già dissolto, per me, «en tierra, en humo, en polvo, en sombra, en nada» (la Spagna, agli dèi piacendo, è anche Góngora e non solo la mala genìa dei toreadores).

Per restare in tema, chiudo qui citando il mio amatissimo Victor Hugo: «Torturer un taureau pour le plaisir, pour l’amusement, c’est beaucoup plus que torturer un animal, c’est torturer une conscience» — “torturare un toro per il proprio piacere o per divertimento è molto più che torturare un animale: è torturare una coscienza”. Anime morte, sparitemi dalla vista.

(pubblicato in originale qui)

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